Le mani sono lente e precise, gli occhi le sorvegliano. Al suono della radio, nel suo laboratorio ceramico di Elmas, Celeste Spiga compie i suoi piccoli prodigi da artigiana. ”In Sardegna la tradizione della ceramica è molto radicata”, dice lei. ”Abbiamo affinato le nostre qualità. Oltre al lavoro di tramando, che porta i segreti da generazione a generazione, nuove idee e nuovi disegni sono venuti ad aggiungersi”. Celeste è dinamica, battagliera, puntigliosa. Ben altro riscatto vorrebbe per i Sardi, che, spiega, ”se sono poveri di ricchezza materiale, di certo non lo sono di cultura”. Per lei, che raccoglie immagini e le trasforma in oggetti d’arredo, l’isola è una fonte inesauribile di ispirazione. In che modo? ”Girando di paese in paese e affinando la sensibilità verso ciò che vedo. Osservando una vecchietta che esce da una chiesa mi viene in mente tutto un mondo”, racconta.

 

La sua specialità sono le bambole. Delicate e preziose nei loro costumi, trattengono in sé tutti i colori di un popolo. Particolare è quella che, stilizzata, rappresenta il costume di Orgosolo. Oggi fa parte dell’artigianato tipico promosso e commerciato in tutto il mondo dall’ISOLA. Quello di Samugheo è un altro dei suoi abiti tradizionali preferiti. Ma per lei nessuno degli antichi costumi sardi ha segreti: Elmas, Senorbì, Oliena, Desulo, le è capitato di farne parecchi. Però, per questioni di produttività, di solito veste le sue bambole con un fine intreccio di tinte, le più rappresentative delle vesti nostrane. Azzurro e rosso dominano su tutte ma, a rotazione, ogni colore trova spazio.

 

”Sono necessarie almeno dieci ore di lavoro per realizzare, nei minimi dettagli, una bambola in un determinato costume, ad esempio quello desulese. Li eseguo comunque, ma su ordinazione. Altrimenti non riuscirei a far quadrare i conti”, chiarisce. ”Quel che fa rabbia è che in molti ci scambiano con chi fa artigianato in serie. Come si fa a mettere uno di questi pezzi a fianco a uno fatto in fabbrica? Questo mortifica l’artigiano. Dicono che sia la legge del mercato, che ha ragione chi spunta il prezzo più basso a ogni costo, ma io questi giochi non li accetto”.

 

La concorrenza per gli artigiani sardi è fortissima. La chincaglieria fac simile, quella che si basa su disegni e fogge tradizionali isolane, piomba sul mercato a quintali ed è capace di inflazionarlo in modo devastante. Piatti, animali, statuette, dee madri, soli, lune, ma anche vasi e lampade, sono i soggetti che l’artigiana elabora nella sua bottega. E tutti profumano di Sardegna. La ceramica di Celeste porta con sé quel bagaglio di figure geometriche, specie di derivazione bizantina, presenti nell’intaglio delle cassapanche e nella tessitura dei tappeti nostrani. ”Ci dicono che siamo un popolo rozzo e cupo, ma guarda la delicatezza dei nostri costumi”, prorompe lei. ”Alcuni mi commuovono e mi incantano”.

 

Sono due le figure principali del mondo della ceramica. Uno è appunto il ceramista, che si occupa di oggetti d’arredo e lavora con le sfoglie d’argilla come fossero tessuti. L’altro è il torniante (strexiaiu, sono famosi quelli Assemini e circondario), che lavora al tornio e produce la stoviglieria da cucina: piatti, bicchieri, orci, anfore, brocche. ”Ora gran parte dell’argilla viene lavorata artisticamente, ma in origine si andava sull’uso pratico”, informa Celeste. Sfoglia su sfoglia l’artigiana mette insieme le sue bambine vestite di mille colori. Ne realizza una decina al giorno. ”Ormai è trent’anni che faccio l’artigiana. Ci son cresciuta, con l’argilla. Sono stata ad imparare in bottega, sempre a Elmas. Ho iniziato a quindici anni, mia madre mi aveva quasi costretta. Io avevo tutta l’intenzione di proseguire negli studi e invece…manco per sogno”, racconta. ”All’inizio questo lavoro nemmeno mi piaceva, ma forse non amavo essere subordinata a qualcuno. A trentadue anni ho iniziato a volare da sola. Ho investito in una stanzetta e mi sono messa in proprio. Non avevo un soldo, ero terrorizzata. Quando ho visto che dalle mie mani veniva fuori di tutto, ho capito di essere una vera artigiana. Questo mi ha gratificato”.

 

Il processo di lavorazione della ceramica è complesso e comprende varie fasi. Una volta che l’oggetto è stato plasmato lo si deve far essiccare, per pochi giorni in estate, anche per una settimana in inverno o in condizioni di elevata umidità. Perde così l’acqua in eccesso e riduce il suo volume del dieci per cento circa. Ecco che si ottiene il ”crudo secco”. Da qui si procede al ritocco degli eventuali difetti, come le screpolature. Il pezzo viene ripulito, stuccato, rifinito. Una volta cotto a 960° per sei o sette ore, diventa bianchissimo, e prende il nome di ”biscotto”. Viene smaltato e decorato pittoricamente. Segue la fase dell’invetriatura e via una nuova cottura a grande fuoco. Da qui l’oggetto viene decorato in oro, platino, madreperla. Quindi lustrato. Infine si procede a una terza cottura a piccolo fuoco, cioè a una temperatura più bassa, circa 700°. ”Quest’è la mia vita”, conclude Celeste con un sorriso.