Mezzo secolo di vino buono. I nostri nonni direbbero: “Est binu, balla”. Quel vino che quando si gusta con la lingua e scende veloce nel palato suscita il più convinto apprezzamento. Tornando alla prosa quotidiana, fatta di impegno e lavoro costanti, il percorso che ha segnato i primi 50 anni della Cantina Sociale di Santadi non è stato molto facile. I successi odierni non sono casuali ma frutto di competenza, professionalità e amore per la terra.

 

La ricorrenza, celebrata con emozione e un pizzico di orgoglio, ha riunito, il 2 e il 3 luglio, centinaia di amici, soci, autorità, esperti di enologia e di viticoltura nello stabilimento sulcitano per una grande festa. I 50 anni la Cantina li dimostra tutti. Sono una tappa fondamentale della sua maturità, della ricerca dei canoni di qualità che hanno decretato il successo del vino di Santadi in tutto il mondo. Ogni risultato è però legato in modo indissolubile ai suoi artefici.

 

A spegnere le candeline di questa virtuale torta di compleanno non poteva che essere Antonello Pilloni, presidente da oltre 35 anni, che con la consueta signorilità ha voluto condividere la magia di questo momento con i collaboratori, in particolare il direttore commerciale Lino Cani, il consiglio di amministrazione ed i tanti soci produttori dell’intero territorio. Un nome su tutti ha aleggiato nel corso della cerimonia, quello del grande enologo Giacomo Tachis, amico del presidente e della Sardegna, soprattutto del Sulcis. Si deve a lui la grande rivoluzione che ha acceso i riflettori sul Carignano, vino di nobile lignaggio degno di stare sulle tavole  di Corte ma anche di allietare il corpo e lo spirito dei ceti popolari.

 

Nel 1960 nello stabilimento di via Cagliari iniziò l’avventura con i primi esperimenti di imbottigliamento di quello che allora si chiamava vino da tavola. Poche migliaia di bottiglie. Fu un periodo difficile; subentrò ben presto una grave crisi economica che mise in dubbio persino il prosieguo dell’impresa. Nel 1976, con l’arrivo di Antonello Pilloni, iniziò la risalita, con un rigoroso piano di risanamento che portò nel 1984 alla nascita di Terre Brune, il più famoso vino Carignano di Santadi. Per ottenere quei risultati, Antonello Pilloni si recò in Toscana per avere dal marchese Antinori il via libera alla consulenza di Giacomo Tachis, sino ad allora profeta del Chianti.

 

Quanto questa consulenza sia stata proficua lo dimostra il fatto che già dopo qualche anno il Terre Brune diventò il primo vino rosso barricato (fatto invecchiare in botti, barriques, di rovere) della Sardegna. Allora il vino stava cercando i suoi spazi di mercato, la produzione era contingentata, ma il puntare solo sulla qualità cominciò a decretare degli importanti successi. Oggi la produzione è di oltre un milione e 700 mila bottiglie. In Cantina si lavorano soprattutto le uve rosse (75% della produzione totale). Insieme al Carignano, in un vasto territorio che va dalle colline più lontane sino alle coste di Porto Pino, si coltivano i vitigni di Sangiovese, Syrah, Merlot e Bovaleddu per i rossi, Vermentino, Nuragus, Chardonnay e Nasco per i bianchi. Le etichette sono 13, fra vini classici e di eccellenza. Di recente ha fatto il suo ingresso anche una grappa di vino, prodotta dal Terre Brune e battezzata La Baccherina.

 

Dal punto di vista commerciale, nonostante le difficoltà legate alla crisi, la situazione va avanti senza grosse difficoltà. Oltre il 50% delle bottiglie raggiunge il mercato estero: 22 Stati europei e 39 in tutti gli altri continenti. Da qualche tempo viene riservata la più grande attenzione alla Cina, diventata potenzialmente il massimo importatore. Prospettive ottime, dunque, insieme a qualche risultato di prestigio: il Terre Brune fa parte della lista dei vini della Corte d’Inghilterra e di quella del Principe Alberto di Monaco. Qualche anno fa un’altra felice intuizione del presidente: la creazione di una società, Agricola Punica, col Marchese Nicolò Incisa della Rocchetta, il nobile di origine piemontese che in Maremma produce il famoso Sassicaia. Nel Basso Sulcis, sono così nati il Barrua e il Montessu, vini pregiatissimi destinati all’esportazione.  Grazie a tante scelte lungimiranti la Cantina Sociale è diventata patrimonio di tutto il territorio.

 

Di qui un ulteriore riconoscimento all’amico per eccellenza, Giacomo Tachis, al quale il sindaco di Santadi, Cristiano Erriu, ha concesso, con delibera unanime del Consiglio Comunale, la cittadinanza onoraria. Intanto il futuro, il lungo cammino verso i medas annus è già iniziato. La ricorrenza del mezzo secolo è stata festeggiata con la nascita di Sardos, un nuovo vino di uve Carignano, destinato a percorrere e superare la fama del Terre Brune. Significativo il fatto che nell’etichetta sia stato riprodotto un gioiello della tradizione sarda, quasi ad accostare la perizia nell’arte orafa a quelle altrettanto preziose dei creatori di vino del Sulcis, un’altra perla di Tachis. Il futuro della viticoltura e gli auspicati benefici per l’economia del territorio dovranno avere  -com’è emerso nei dibattiti del cinquantenario- sostegni legati alla formazione professionale, potenziando il ruolo dell’Istituto Agrario di Santadi, alla ricerca continua della qualità. È la strada intrapresa dal Carignano per favorire la cultura dell’accoglienza e trovare nel turismo nuove prospettive di sviluppo.

 

Per riempire di ulteriori significati il compleanno speciale gli organizzatori hanno regalato agli ospiti una preziosa omelia in lingua sarda, pronunciata da monsignor Giuanni Franciscu Zuncheddu. È stata una riflessione per insegnare come quando  l’uomo e la natura s’incontrano con Dio i risultati sono positivi. Con quella simpatia irresistibile che lo contraddistingue, monsignor Zuncheddu ha augurato alla Cantina di non produrre mai vino Nosta Sennora! Uno di quei vini prossimi all’aceto, che qualche volta venivano serviti in certi tzilleris di quart’ordine e che appena assaggiati facevano urlare al malcapitato bevitore: Nosta Sennora! Non sarà mai il caso di Santadi perché “qui il vino è talmente buono –  ha detto don Zuncheddu – che chi lo beve un giorno andrà sicuramente  in Paradiso. Qui bene bibit, bene dormit; qui bene dormit non peccat; qui non peccat vadit in caelum. Ergo qui bene bibit vadit in caelum”.  Tra applausi e consensi ha così concluso: “Doneus atentzioni ca no est própiu aici”.