Gioiosi ed esultanti perché, così trasformati in animali, non sembrano più uomini.
La maschera, che sia di legno d’ontano o di semplice fuliggine nera di sughero bruciato, elimina l’identità. La maschera è l’esperienza di una metamorfosi per una rappresentazione senza attori.

 

Mascherarsi è un destino ben accetto, nessuna imposizione, nessuna obbligazione ma, al contrario, orgoglio e tradizione. La partecipazione al rito è sacra. Guai a non avere il rispetto.
Mascherarsi non è un ritorno al passato ma è, di contro, un vivere il proprio tempo con elementi ancestrali. Riproporre, di volta in volta, il cammino della vita: colpa-sacrificio-espiazione, trilogia sempre attuale che non troverà mai pace.

 

L’individuo avrà sempre momenti di crisi profonda perché, nel gioco dell’esistenza, il giusto equilibrio è costantemente in pericolo. Come ristabilirlo? Quale la retta via? Esorcizzando il negativo. C’è bisogno di un rito propiziatorio per colmare la lacuna all’interno di un orizzonte curvato.

 

Arriva la chiamata, la maschera come tramite per cancellare la precarietà degli eventi. E poi su bonete e, sopra, per ultimo, su mucadore. Il fazzoletto da donna. Orgoglio e tradizione, aspettative lunghe un anno, cinghie strette al petto, legno d’ontano sul viso, l’uomo ora è bestia, su ferru è caricato sulle spalle… e poi sas campaneddas.

 

Mamoiada è pronta. Si aprono le danze intorno al fuoco, la soha muove l’aria, attesa e silenzio… poi… suonano i campanacci, scrolla la tensione, unico, intenso strepitio. Su passu in testa e poi al segnale sa doppia, tre passi in serie. Sa càrriga, trenta chili di campanacci sulle spalle, per i più forti.

 

I ciechi di Orotelli indossano su gabbanu di orbace nero. Nero come il volto, e spingono il pesante aratro. Dissidenza che si controlla con l’aggiogamento, pantomima dell’eterna lotta tra il bene ed il male.

 

Lula, rito arcaico e cruento, che non disdegna il sacrificio umano. Facce nere di fuliggine e rosse di sangue. Tutto è pronto, l’attesa non sarà vana.
Samugheo, sul capo su casiddu, imbottito di sughero e rivestito di lana di capra. Cinghie tese quasi a far male, pronti per la danza dei folli.
Oniferi, un po’ di fuliggine in faccia, gli attori non possono sembrare uomini. Sulle spalle sas peddes, sul capo su vresseddu.

 

Ed ecco orge visionarie, invasati di Dionisio, folli posseduti da funi e balli per trasmutare da uno stato umano a quello divino. Un delirio per morire e rinascere ogni anno, come la natura.