Maria Virginia Siriu è direttore artistico e regista del Theandric Teatro. Una compagnia – e associazione culturale – cagliaritana che, dal 2001, porta avanti l’interessante discorso del teatro politico nonviolento. Studi filosofici, Maria Virginia si forma a Cagliari ma si perfeziona in giro per il mondo, in particolare con Peter Brooke e altri artisti del Centro internazionale di creazioni teatrali di Parigi e Judith Malina del Living Theatre.

 

Dall’incontro col regista attore Gary Brackett del Living Theatre, col quale fonda la compagnia, ad oggi, centinaia gli spettacoli portati in scena in Sardegna e nella Penisola, per bambini e per adulti. Alcuni titoli: Giovanna d’Arco, Armonia, tutti all’insegna del rinnovamento del linguaggio teatrale, con lo sguardo sempre rivolto al suo ruolo sociale. Nel 2003 Maria Virginia entra a far parte dell’associazione Owen Perez Cesar, danzatore e coreografo cubano del Conjunto Folklorico Jaguey.

 

Cosa ti ha spinto, dopo gli studi filosofici, ad avvicinarti al teatro e a farne una professione?

 

In realtà è successo il contrario. La passione per il teatro, che risale alla prima adolescenza, mi ha portato a scegliere filosofia all’università. La laurea in filosofia politica è stata funzionale al successivo lavoro in teatro e alla decisione di scegliere di rappresentare un teatro politico.

 

Cos’è il teatro politico?

 

È una corrente teatrale che pone al centro della propria indagine il vivere comunitario. Si occupa del sistema sociale e delle sue regole. Noi di Theandric siamo gli unici in Sardegna a portare avanti esclusivamente un teatro politico.

 

La parola Theandric è affiancata dalla specifica “Teatro non violento”.  Spiegaci un po’…

 

In un’epoca dove regnano la prevaricazione violenta e il sopruso, pensiamo che si possa e si debba trovare una risoluzione alternativa e nonviolenta dei conflitti. Questo lo facciamo tutti i giorni, nella vita e a teatro. Indagando e divulgando, attraverso rappresentazioni e laboratori, la risoluzione nonviolenta dei conflitti, e cercando la giustizia sociale.

 

Quale esperienza teatrale e umana è stata decisiva nella genesi della vostra visione del mondo e del fare teatro?

 

Senza dubbio l’incontro con Judith Malina, fondatrice del newyorkese Living Theatre, precursore del teatro politico mondiale. Persona umanamente e professionalmente eccezionale, alla quale siamo legati da indissolubile legame di maestro-discepolo, e con cui abbiamo collaborato diverse volte.

 

Chi vi segue generalmente?

 

Quello di Theandric è un pubblico eterogeneo, ma per le tematiche trattate sono i giovani a seguirci di più. Persone che hanno ancora uno spirito di ricerca e sentono l’esigenza di un cambiamento sociale, di costruire il proprio futuro in maniera diversa. La fascia d’età va dai 15 ai 40 anni. Non scordiamoci però gli spettacoli per bambini, che abbracciano un 50 % della nostra produzione, in questo caso il pubblico va dai 4 ai 12 anni. Il trend è la voglia di divertirsi in modo intelligente.

 

Che difficoltà s’incontrano a far teatro in un’isola come la nostra?

 

Amiamo follemente la nostra terra, ma purtroppo ci sono tante difficoltà. Prima di tutto i costi esosi da affrontare per spostarsi dall’Isola. Poi il fatto che non esista una legge, se non una obsoleta degli anni ’50, che regolamenti il settore. Infine, a impedire la crescita è anche l’assenza di una critica autorevole e quindi di principi meritocratici. Con un adagio popolare potrei dire che le vacche sono tutte ugualmente nere al buio (di Sardegna, aggiungo io).

 

Progetti e speranze per il futuro…

 

Innanzitutto la messa in scena della nostra ultima fatica Uomo-massa. Risceneggiato da me dalla drammaturgia dello scrittore e poeta tedesco Ernst Toller. La pièce narra di una donna -in un futuribile caos mondiale- fra i due fuochi del marito (ligio impiegato statale rispettoso del potere precostituito) e un rivoluzionario leader, trascinatore di masse. L’opera è interessante, e ancor più lo è l’utilizzo di video e musiche coinvolgenti. Ad agosto porteremo lo spettacolo in prima mondiale a Edimburgo (Festival internazionale di arti performative Fringe), la più grande vetrina mondiale di settore, che richiama ogni anno quasi 2 milioni di spettatori e più di 30 mila artisti da tutto il mondo.

 

Cosa dovremmo imparare in Italia dal modo di fare teatro e cultura all’estero?

 

Senza dubbio che la cultura e lo spettacolo sono un enorme business. Il Fringe ne è un eclatante esempio. Porta 75 milioni di sterline nelle casse degli organizzatori. Inoltre, a Edimburgo, nello stesso periodo ci sono altri 7 festival internazionali, di varie discipline, che fanno della città scozzese la capitale mondiale della cultura. Ma in giro per il mondo sono tanti gli esempi simili. E in Sardegna dovremmo farne tesoro.