Sino agli anni Cinquanta erano in tanti a lavorare il rame, ma oggi Isili, piccolo centro del Sarcidano, può contare i suoi artigiani sulle dita di una mano. Quella della lavorazione del rame è una tradizione che a Isili va avanti ormai da secoli, tramandata di padre in figlio, proprio come è successo nella famiglia di Luigi Pitzalis, uno degli ultimi ramai del paese.

 

– Come ha cominciato a lavorare il rame?

 

Sono cresciuto sin da ragazzino accompagnato dal continuo picchiettare nella bottega di mio padre, un rumore che può sembrare fastidioso ma che non lo era, a Isili lo si sentiva in qualsiasi strada ed era qualcosa di familiare. Ho cominciato ad aiutare mio padre verso i diciott’anni: finito il servizio militare ho deciso di dedicarmi completamente al rame. Nella mia famiglia il mestiere del ramaio si è trasmesso di generazione in generazione, prima di mio padre mio nonno faceva il ramaio e ora mio figlio Paolo sembra voler seguire le nostre orme.

 

– Spesso si parla di Isili come unico centro di lavorazione del rame: è davvero così?

 

In realtà no. Isili è stato il maggiore centro di lavorazione del rame ma non certamente l’unico. Esistevano botteghe del rame in molti altri paesi, ma Isili è riuscita ad emergere e a far conoscere i suoi prodotti in tutta la Sardegna.

 

– Perché proprio Isili?

 

A mio parere ci sono diversi fattori che hanno portato le botteghe di Isili ad essere le più conosciute e apprezzate. Prima di tutto un numero di botteghe maggiore rispetto agli altri paesi: questo faceva sì che tra gli artigiani ci fosse una forte competizione che li portava a cercare risultati sempre maggiori. Del resto più forte è la spinta competitiva, migliori saranno i prodotti di ciascuna bottega. Poi c’è la figura dell’ambulante, fondamentale perché girando per i paesi di tutta la Sardegna sapeva quali erano le esigenze e le richieste dei clienti e poteva così fornire importanti informazioni all’artigiano. Oggi diremmo che le botteghe isilesi sono riuscite a controllare il mercato: sapevano cosa produrre perché conoscevano le esigenze del mercato e sono state in grado di fornire prodotti sempre migliori grazie alla competizione tra i vari artigiani.

 

– Cosa ci può dire di sa romanisca o arbaresca, il gergo dei rivenditori di rame? Molti hanno voluto trovarvi dei legami con le lingue rom. Lei cosa ne pensa?

 

Si tratta di un gergo creato e parlato dai rivenditori per non farsi capire dai clienti, e apparteneva non solo ai rivenditori di rame ma anche, per esempio, agli stagnini. Ma non ha nulla a che vedere con i popoli rom, forse ci si è lasciati trarre in inganno dalla somiglianza tra la parola rom e romanisca. Trovo invece interessante lo studio di John Trumper sul gergo dei quadrari calabresi, in particolare sul gergo utilizzato a Dipignano, con il quale si mostra una certa unità tra i gerghi dei ramai di molte parti d’Italia. Probabilmente gli ambulanti sardi sono entrati in contatto con i calabresi e molte parole del gergo ne sono stati influenzate. Niente invece ci riporta ai rom.

 

– Come vede il futuro per l’artigianato del rame?

 

Alcuni pensano a questo mestiere come qualcosa di passato. Per me non è così. Credo in questo lavoro e penso che il futuro stia nel rinnovamento: proiettarsi nel futuro cercando di creare una produzione che risponda alle esigenze del cliente di oggi, del suo attuale modo di vivere. Sarebbe sbagliato cristallizzarsi nella produzione tradizionale senza cercare nuove soluzioni. Ma un artigiano non può cambiare da solo, deve sperimentare grazie alle nuove tecnologie e magari essere guidato nella produzione dagli esperti del mercato. Secondo un processo simile a quello che in passato ha portato Isili al successo.

 

Il ramaio isilese sembra avere le idee chiare riguardo al futuro e ci parla di un particolare progetto che gli piacerebbe vedere realizzato: una bottega-scuola organizzata in corsi quinquennali, nella quale gli allievi abbiano una preparazione teorica con discipline quali l’inglese, la storia dell’arte, la chimica, affiancate dall’apprendimento pratico delle tecniche tradizionali e di quelle più innovative, grazie alle quali produrre anche oggetti in rame adatti allo stile di vita odierno.

 

Secondo Luigi Pitzalis le basi per la sopravvivenza dei ramai sarebbero quindi la sperimentazione e le nuove tecnologie, senza però mai dimenticare la tradizione. Ecco infatti cosa ci risponde quando gli chiediamo quali soddisfazioni gli hanno dato i trent’anni di lavoro: “Forse sono un nostalgico, ma mi piace pensare di essere un rappresentante di quella vecchia scuola di isilesi che lavorava il rame”.