In una società come la nostra, dove la velocità è la cifra del tempo, ci sono uomini come Lucianu Pes che del tempo e il suo inevitabile scorrere lento ne hanno fatto arte. Ha compiuto settanta anni Lucianu Pes. Di cui più di cinquanta passati a creare. Creare scarpe. Una vera arte quella de su sabatteri, il calzolaio.

 

Non stiamo parlando dell’odierno calzolaio al quale ci rivolgiamo per fare semplici riparazioni, cambiare i tacchi e cose simili, ma su sabatteri era colui che innanzitutto realizzava scarpe, realizzazioni fatte interamente a mano, e solo in pura pelle: scarpe, scarponi, gambales ma anche eleganti scarpe per donna con tacco.

 

Un intero paese come quello di Meana, dove è nato e abita e lavora da sempre Lucianu Pes,  si serve delle sue calzature da più di mezzo secolo.
In Sardegna sono rimasti in pochissimi a saper fare questo interessante lavoro artigianale. E Lucianu Pes non ha mai smesso, e nonostante la sua età non pare abbia intenzione di farlo.

 

In un’ampia bottega, piena di luce e invasa da acri odori di pelle, mi racconta la sua storia.

 

A 14 anni era già un apprendista presso uno dei tanti calzolai del paese.
“Fui costretto a farlo questo lavoro” -mi dice con un po’ di ironia-  infatti Lucianu Pes è poliomelitico e i classici lavori diffusi di pastore o contadino dove la prestanza fisica è fondamentale, mal si addicevano a chi soffriva di questo male.
“O il sarto o il calzolaio, questi erano i lavori per un uomo di allora con questo problema”.

 

Me lo dice con un grande sorriso, a fianco alla moglie, con una espressione serena che lascia un po’ interdetti proprio per la palese tranquillità con cui parla della sua condizione fisica. Una condizione difficile appunto, ma che non ha vissuto come un ostacolo, un impedimento alla propria realizzazione personale, ma al contrario un’opportunità per farsi una precisa professione che implicava la sedentarietà.
Intorno agli anni ‘50, in un piccolo centro come quello di Meana che contava già da  allora  più di duemila abitanti, c’erano ben otto famiglie di calzolai.

 

Lucianu intorno ai vent’anni, dopo aver appreso l’arte da due diversi calzolai, decide di mettersi in proprio. Grazie ad un piccolo prestito di una parente si compra l’attrezzatura e inizia la sua attività individuale come imprenditore-artigiano. Non erano certo tempi facili. “Le prime scarpe che ho fatto non me le hanno mica pagate! Ah, dimoniu!” – esclama Lucianu con ancora un’evidente delusione dopo ben 50 anni per il corrisposto mancato. “4mila e 500 lire mi doveva!”

 

 

Erano veramente tanti quei soldi, se pensiamo che un chilo di pasta al tempo costava 150 lire. Certo l’esordio non fu dei migliori, ma Lucianu ci credeva e andò avanti.

 

Si forniva da un grossista che con orgoglio mi dice essere ancora oggi lo stesso di allora. Anche lui un settantenne, ed è di Sassari. C’è un accordo tra lui e questo grossista: “Ancora 5 anni di lavoro e poi ce ne andiamo in pensione tutti e due! Perché la pensione è veramente bassa – esclama – non posso permettermelo di smettere!” – ma la verità è che ama troppo il suo lavoro.

 

Lo noto quando mi mostra tutte quelle scarpe e scarpette con ostentato orgoglio, e mi spiega come realizza ogni singolo pezzo.
Mi racconta che spesso le prime vere scarpe venivano richieste e acquistate per il proprio matrimonio, (prima di allora o si era scalzi o si mettevano quelle già usate) queste poi venivano subito debitamente “trasformate” per lavorare in campagna. A pensarci oggi che abbiamo l’uso di cambiare calzature a seconda dei colori con cui ci vestiamo pare incredibile.

 

Le scarpe del “grande giorno” venivano così “ferrate” cioè rinforzate per resistere alle intemperie e ai luoghi aspri de “su monte”.
Purtroppo col passare degli anni il lavoro di calzolaio si è estinto un po’ ovunque e anche a Meana dove pure erano in tanti. Ma Lucianu è rimasto, ed è l’unico.

 

“La burocrazia, quando è arrivata tutta quella burocrazia, ha fatto abbandonare tutti quanti” – afferma. Siamo alla fine degli anni ‘60. “Io non ho mollato e sono arrivato a fare 150 paia di scarpe all’anno”. Il tempo che si impiega per fare un paio di scarpe da uomo, is bottinus, è di una giornata, insomma realizzava quasi un paio di scarpe al giorno. Non male come attività.

 

 

Quelle da donna erano un po’ più impegnative, perché avevano anche un grosso tacco. Tigias antigas questo il nome delle scarpe da donna, riprendevano la foggia delle cosiddette “francesine” scarpe eleganti con il collo alto e dei lacci sul davanti.

 

Alcuni uomini particolarmente vanitosi richiedevano anche is scarpinus cioè dei mocassini, ma con le produzioni di fabbrica già sul finire degli anni ‘70 le richieste di scarpe iniziano a scemare notevolmente.

 

Attualmente Lucianu ha ripreso la produzione, grazie soprattutto alla manifestazione che si tiene in autunno nelle Barbagie “Cortes apertas” e che ha rinvigorito di molto le produzioni artigianali di una volta. Oltre gli scarponi e i gambales produce diverse fogge di cinture, ma anche zainetti e diverse borse.

 

In fondo le persone in questo nuovo millennio sono piuttosto attente al proprio passato e non disdegnano i prodotti e le realizzazioni artigianali che solo apparentemente sono anacronistiche.

 

Rimane un solo rammarico per Lucianu Pes. I suoi figli che hanno seguito nella vita altre strade lavorative non sono potuti diventare i depositari del suo sapere, delle tante tecniche di quest’arte preziosa. E non è riuscito a trovare nessuno nemmeno al di fuori della cerchia familiare che fosse disposto ad imparare l’arte del calzolaio.

 

“C’è stato un tipo che tempo fa mi chiese di insegnargli il mestiere, e io ero dispostissimo! – e aggiunge – “ma voleva imparare in una settimana quello! Così gli dissi di andare a cercarsi altro!” conclude ridendo. “È un lavoro che richiede pazienza e capacità di osservazione, bisogna guardare molto e solo dopo si inizia a lavorare davvero” – afferma con decisione. Pazienza e saper guardare, senza fretta. In effetti sono qualità sempre meno richieste nel mondo del lavoro, forse la più grande stranezza è proprio questa.

 

 

Chiudiamo così la nostra chiacchierata, con la speranza che prima o poi qualcuno sia interessato a portare avanti arte e segreti di chi fa scarpe.
Lucianu mi sorride felice, ha tutti i numeri di Làcanas a fianco del suo banco di lavoro. Non ne perde uno, mi dice. Ritrovarsi tra queste pagine è un piccolo e preziosissimo regalo che la vita gli ha offerto, come un dono per la sua laboriosità e tenacia.

 

L’augurio è che in quei prossimi cinque anni che con l’amico grossista si son dati, siano oltre che anni proficui anche fortunati per trovare qualcuno, chissà un curioso della Barbagia che si voglia trasferire per diventare un perfetto e moderno sabatteri.