Da duemila anni la Sardegna era la terra d’Occidente più colpita dalla malaria e forse lo era fin dal suo primo massiccio popolamento avvenuto nel neolitico. Non c’è infatti nessuna evidenza che la malattia, come comunemente si scrive, sia stata importata in Sardegna dai Fenici. Al contrario le modificazioni genetiche dei globuli rossi selezionate allo scopo di rendere gli abitanti della Sardegna più resistenti alla malaria farebbero pensare a un tempo ben più lungo di venti secoli. Infatti le mutazioni che dànno qualche vantaggio selettivo devono avere il tempo di venire trasmesse e crescere nella popolazione nelle quale insorgono affinché questa abbia un reale beneficio.

 

Ammettendo che la malaria sia stata importata in Sardegna dai Fenici viene implicitamente ammesso che l’anno zero d’inizio della selezione delle emoglobinopatie ereditarie in Sardegna coincida con l’approdo delle prime navi fenicie alla fine del  IX secolo a.C. La malaria fu verosimilmente la causa più importante dello scarso popolamento e dell’arretratezza della Sardegna. L’alta frequenza della malaria e forse il malcelato intento di far diventare la Sardegna il cinquantatreesimo Stato degli Stati Uniti d’America in relazione,  soprattutto in quel  momento, alla sua importantissima posizione strategica sul Mediterraneo, furono i principali motivi che pesarono maggiormente sulla scelta della nostra isola per praticare la campagna antianofelica  e antilarvale avente come obiettivo finale l’eliminazione della malaria.

 

In realtà l’intento era quello di eradicare la malaria in tutta Italia e di farlo utilizzando prevalentemente il DDT (acronimo di Dicloro-Difenil-Tricloroetano), nuovo prodotto insetticida attivo sia sulle zanzare (vettorea) che sulle larve interrompendo in questa maniera il ciclo biologico del plasmodio.

 

L’esperimento col DDT era già stato fatto in altri piccoli territori d’Italia (Napoli e foce del Tevere) e all’estero (Egitto e Brasile) con risultati soddisfacenti ma per farlo come modello sperimentale in una regione più vasta ed estenderlo poi alle altre regioni fu scelta la Sardegna. In accordo coi finanziatori che erano l’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), l’ECA (Economic Cooperation Administration) e la Rockfeller Fundation (che contribuì anche con la direzione tecnica del progetto attraverso la propria Health Division) l’alto Commissariato Italiano per l’Igiene e la Sanità istituì il 12 aprile 1946 l’ERLAAS (Ente Regionale per la Lotta Anti Anofelica in Sardegna). Questo ente era il braccio operativo della campagna e aveva tra l’altro il compito di reclutare e addestrare il personale e di documentare con mezzi scritti e visivi il procedere delle operazioni di bonifica.

 

Alcuni numeri sono indispensabili per capire l’enorme sforzo economico e umano profuso in questa campagna che durò quattro anni (dal 1946 al 1950). Furono impiegati oltre 32.000 uomini e cinque milioni di litri di DDT; furono trattati 1.200.000 focolai e cinque milioni di stabili di tutti i tipi; fu speso un milione di dollari (sette miliardi di lire) che corrispondono attualmente a circa sette miliardi di euro.

 

La prima campagna iniziò nel 1947 ad aprile e finì a ottobre e interessò  la  regione sud occidentale dell’isola per una superficie di 5.400 chilometri quadrati che furono divisi in dieci sezioni e raggruppati in due divisioni. Ogni sezione venne divisa in nove distretti e ciascun distretto venne a sua volta diviso in sei settori. I distretti vennero pure divisi in sottosettori ciascuno dei quali rappresentava la superficie da trattare in una giornata e comunque la divisione venne fatta in modo tale che il settore più lontano venisse trattato di lunedì mentre quello più vicino venisse trattato il sabato.

 

La seconda campagna iniziò nel 1948 a febbraio e finì ad ottobre.  Questa campagna fu più accurata in quanto vennero definiti con più precisione i confini dei territori da trattare e venne coinvolta la popolazione residente con la richiesta di segnalare la presenza di eventuali focolai larvali e comunque di superfici non trattate in precedenza.

 

La terza campagna iniziò nel 1949 a febbraio e terminò ad ottobre e interessò le regioni in cui vennero segnalati focolai di sopravvivenza degli anofeli. Durante questa campagna si capì che i settori da trattare erano troppo grandi e vennero ristretti. In questo modo la campagna fu soddisfacente.

 

L’ultima campagna fu effettuata nel 1950 e servì come controllo delle precedenti tre campagne. Nel corso dell’ultima campagna venne prodotta la documentazione scritta e visiva delle precedenti campagne.

 

Dal punto di vista scientifico i risultati di queste campagne non vennero considerati un completo successo in quanto non fu possibile eliminare completamente il vettore indigeno della malaria.

 

Dal punto di vista sociale invece il successo fu totale e pienamente soddisfacente.

 

Nel 1950 furono segnalati solo 44 casi di infestazione e quindi la malaria come malattia sociale venne considerata sconfitta. L’incubo plurimillenario era veramente terminato.  Sulla strada del progresso della Sardegna veniva finalmente eliminato un grande ostacolo.

 

Per il popolo sardo la sconfitta della malaria rappresenta senza ombra di dubbio  la più grande vittoria ottenuta nel corso della sua storia millenaria e un modello da seguire per affrontare altri gravi problemi sanitari che ancora affliggono la nostra gente.