Il rumore dell’escavatore rompe il silenzio di un freddo mattino di febbraio del 2009. Il braccio di ferro cala potente sulla terra schistosa, spacca la roccia che gli resiste, poi ridiscende e la frantuma, strappa radici conficcate in profondità, sconvolge un assetto sedimentato dal tempo. Le leve dei comandi richiamano il braccio che però torna a calarsi  per riempire la benna e in un attimo si risolleva, esibendo il  bottino che poi rovescia sul camion di Romano. Da via San Matteo, sede del cantiere, punta Catirina del Monte Albo, ancora vestita di  brume notturne, appena si intravede, ma Pasqualina è già alla guida del suo mostro gommato.

Poco lontano, Laura prepara un impasto versando vangate di sabbia, di cemento e di ghiaia  in bocca alla betoniera che intona il suo assolo monotono e assordante. Sopra l’impalcatura, Gavina tira su un secchio di malta, poi continua a lavorare vicino a Peppe e Diego.

 

A breve distanza, Piera fa lo stesso da terra. Accanto c’è Gianni, il referente organizzativo del lavoro quotidiano. Costruiscono un muro in cemento armato con facciata su strada in pietra. I movimenti sono precisi: misurano, imbottiscono di malta, scelgono le pietre e le posizionano.

 

Ogni tanto, come spesso accade in questo inverno senza tregua, una pioggerella  fastidiosa disturba il ritmo del lavoro. La strada è esposta a Nord, nella parte alta del paese e le sferzate di vento freddo si fanno sentire. Ma loro sono lì, con le guance arrossate e i fiati che disegnano nell’aria nuvolette bianche e dense.

 

Da lontano il cantiere sembra un alveare dove ogni ape operaia conosce il suo compito.

 

Da vicino, il gruppo di lavoro, che in seguito ha costruito anche il marciapiede e pavimentato la strada, suggerisce l’idea dell’ordine. L’abbigliamento è  uguale per tutti:  pantaloni e giacche verdi di fustagno, guanti, scarponi, caschi, e altra attrezzatura anti- infortunistica.

 

Se non fosse per qualche ciocca di capelli che fuoriesce dai caschi e per la grazia dei movimenti che traspare nonostante la distanza, il freddo e il duro lavoro,  non diresti che in questo cantiere lavora anche il gentil sesso. E invece sono 16 le operaie socialmente utili che lavorano a Lula dal 2002. La loro occupazione continua grazie ad  un progetto di stabilizzazione che fa capo a diverse associazioni temporanee di impresa ed è gestito  dal Geoparco s.r.l. Ma dove sono le altre donne?   

Maria arriva sorridente, alla guida di un camioncino carico di attrezzi. Lei e Pasqualina ne  guidano uno ribaltabile e un altro con la gru: sono abilitate a condurre macchine operatrici dal2005, aseguito di un corso di formazione e perciò  capita spesso, in paese,  di incontrare loro due, ma anche Mario, mentre corrono a  servire i cantieri.  

Dopo oltre  un anno, faccio un giro nel paese e nelle sue vicinanze ed ecco che  trovo Nanna, Tetta, Nicolosa e Beatrice (che  guida il gruppo), con Achille e Angelo. Hanno appena finito i marciapiedi in basolato all’uscita di Lula verso Lodè. Ora, nella stessa zona, con in più Peppe, stanno edificando un muro di sostegno. Tre donne lavorano negli uffici.

 

A  Sas Costas, invece, trovo Gavina e Piera che, accantonate cazzuole e lenze e armate di decespugliatori, con Gianni, Laura e Diego si impegnano a prevenire gli incendi liberando periferie e cunette dalle erbe infestanti. Ci sono poi Pallina e  Dorina, Tetta di Onanì e Tonina con Ambrogio e Peppino che puliscono l’abitato e le  periferie più prossime trasformandoli in specchi che rimandano decorose immagini del paese.

A seconda dei periodi e delle esigenze, le donne dei cantieri di Lula si alternano dunque a  svolgere compiti diversi dispiegando pluricompetenze per prevenire gli incendi, pulire l’abitato (griglie e pozzetti compresi), montare box e impalcature, mettere i cantieri in sicurezza, scavare, demolire, lavorare il ferro e il legno, preparare la malta e gettare il calcestruzzo, posare in opera basolato e sampietrini, costruire muri e intonacare,  pavimentare e dotare nuove strade dei servizi primari (rete idrica e fognaria, illuminazione), e così continuando. Insieme ai colleghi maschi, ma senza le strettoie della subalternità.

 

Il tutto utilizzando con destrezza decespugliatori, martello pneumatico, escavatore, serre da banco, betoniere, carriole, ballerine, picconi, punteruoli… L’elenco completo di attività e attrezzature sarebbe lungo, come lungo è quello degli interventi che hanno contribuito a rendere il paese pulito e ordinato. Donne come queste sono naturalmente dentro i processi di emancipazione e seminano domande nel tessuto culturale simbolico fra le cui trame sembra ancora sopravvivere l’idea di società basata sulla divisione sessuale del lavoro. 

 

Ma a dirglielo sorridono e, con l’ironia propria di chi vive  in sintonia con il tempo ma non ha consapevolezza del valore culturale aggiunto che rappresenta, provano a scacciare l’ombra che vela i loro occhi  quando guardano il futuro, mentre dicono parole sulla vacuità della fama.