La casa di Tonino Loi, scultore e pittore di Belvì, che per quel suo essere a un tempo schietto e bohemien, meriterebbe di essere più conosciuto, si trova lungo la SS 295 qualche Km prima dell’abitato, immersa nel verde di querce e noccioli. Ci arrivo un pomeriggio di fine marzo. Tutto intorno i boschi di questa parte della Barbagia paiono ridestarsi dal torpore invernale. Percorrendo il viale di accesso dalla strada asfaltata ci si trova immersi tra pietre e tronchi, sparsi alla rinfusa, che stanno lì quasi ad aspettare che la mano dell’artista liberi le forme aspre ed antiche in essi conservate. Entriamo nella grande cucina dominata da un’ampia scala di legno che porta al piano superiore. I sapienti incastri delle pedate di castagno nel poderoso sostegno centrale di quercia mi fanno pensare che l’abbia costruita lo stesso padrone di casa. Ci sediamo di fronte; il vino sa di dolce, di colline e di forti amicizie. Gli occhi chiari di Tonino e le sue mani nodose da artigiano dell’arte raccontano di sogni lontani, di semplicità barbaricina e di mitezza nell’animo.

 

Parlami di te e della tua famiglia? 

Sono nato nel 1957,  il più piccolo di una famiglia di cinque figli; le mie  quattro sorelle sono tutte molto più grandi me. Non ho ricordi della loro infanzia perché quando io ero bambino loro, già ragazze, erano emigrate da tempo in Continente. Allora per tante famiglie era così. E mio padre non era che un povero contadino senza terra….

 

Com’è che sei diventato un artista?

Non c’è una data precisa; un anno, un mese un giorno…  e nemmeno un momento particolare. Sono solo sensazioni indistinte che mi porto dentro. Quando andavo a scuola le maestre erano severe e distanti perché secondo loro non apprendevamo abbastanza e ci ostinavamo a parlare in sardo nonostante le disposizioni ministeriali. Eppure alcuni, forse perché di famiglie benestanti, mancari isciant comente a totu is àteros, ddos promoviant. Solo quando le maestre mi vedevano disegnare e guardavano le figure che come per incanto apparivano nel foglio dove  facevo scorrere la matita ed i pastelli colorati, avevano qualche elogio anche per me Ma anche quegli apprezzamenti avevano un che di sarcastico: “Che bravo Tonino! Sa solo disegnare!”, dicevano. Allora ho cominciato a lavorar in campagna: coltivavo l’orto, zappavo la terra,  raccoglievo nocciole e castagne, curavo una vigna che avevo impiantato arando la terra coi buoi…

 

E l’arte?

In quel periodo, fine Anni Settanta,  lavoravo duramente ed a volte,  la sera, quando i miei amici uscivano, me ne stavo in casa a dipingere o a scolpire dei pezzi di legno messi da parte. Avevo una valigia che custodivo gelosamente dove erano riposti i colori, i pennelli, alcuni attrezzi per intagliare il legno. E leggevo, dato che la scuola ufficiale mi aveva respinto cercavo di erudirmi da solo. Dopo il servizio militare ad Orvieto tornai a Belvì, ripresi il lavoro in campagna e decisi di continuare a studiare, presi la licenza media e m’iscrissi alla Ragioneria. Superai brillantemente il primo anno ma poi trovandomi davanti ad un’alternativa dovetti fare una scelta

 

Quale scelta?

Pensando al mio futuro, alla mia vocazione, ai miei sogni, decisi che il mondo poteva fare a meno di un ragioniere scadente e che invece valeva la pena di lasciare libero sfogo all’estro artistico che sentivo crescere dentro di me. Perciò lasciai nuovamente la scuola e mi misi a fare l’artista. Non fu una scelta facile perché urtava contro tanti pregiudizi e luoghi comuni. E sentivo anche l’ironia di molte persone che mi conoscevano. Ma quella ormai era la mia strada e per nulla al mondo sarei tornato indietro!

 

Son passati più di 30 anni. Come è stato questo percorso?

Ogni tanto ripenso con nostalgia ai quei primi anni, se vogliamo, anche di formazione impropria. Mi piaceva ascoltare la musica: Battisti e musica classica. E naturalmente ero in controtendenza anche in questo. Ma anche questo faceva parte del mio essere artista. Perché un artista vero non si può limitare ad un’esperienza soltanto, o a un periodo, a una moda, o ad un tema. Conoscere la pop art significa dover conoscere tutta l’arte, anche quella precedente…

 

Un artista universale, dunque. E il tuo rapporto con la Sardegna?

Già dai tempi della mia prima mostra di quadri e sculture in occasione della festa di San Mauro a Sorgono nel 1981, volevo essere ad un tempo artista contemporaneo, universale ma anche sardo. Capivo che era importante raccontarsi agli altri così: riversare nella propria esperienza artistica, nel proprio vissuto umano e professionale, il nostro passato, la nostra cultura…

 

È per questo che lì fuori nel cortile ho visto delle figure antropomorfe che sembrano dei menhir?

Sì, anche se l’arte dei sardi non si estrinseca solo nella cultura megalitica. Anzi mi dispiace constatare come oggi l’arte in Sardegna sia relegata in spazi sempre più delimitati. Non è più un’arte per la gente e che sta in mezzo alla gente. I riferimenti alle espressioni artistiche in Sardegna mi sembrano piuttosto provinciali. Ed in parte è vero quel che si dice dei sardi che sono pocos, locos y male unidos. I sardi generalmente non hanno stima di se stessi. Ma l’arte può contribuire a creare la coscienza di un popolo. L’arte è vera nel momento in cui si impregna degli umori della terra che la partorisce. Qualche tempo fa per il Comune di Nureci ho realizzato una serie di sette fontane che costituiscono un percorso didattico per le scolaresche. Ciascuna di esse è dedicata a un mestiere o a un aspetto della storia locale…

 

Allora, dato che sei un indipendentista, nel tuo caso si può parlare di arte militante?

Non saprei dirti se è una definizione esatta. Però voglio raccontarti un aneddoto: qualche tempo fa un Comune mi ha contattato perché realizzassi una scultura celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Ho accettato l’incarico ma ho detto agli amministratori che il monumento l’avrei realizzato secondo la mia interpretazione della storia della Sardegna che si snoda attraverso un percorso di subalternità rispetto al resto dell’Italia. La storia dei sardi è la storia di una grande civiltà che, al contrario di ciò che qualche storico sostiene, è preesistente all’arrivo dei Fenici nell’Isola.

 

E lo hai poi realizzato, quel monumento?

Ancora no, ma il Comune ha accettato la mia personale interpretazione. Però il vero problema dell’arte in Sardegna non è tanto questo quanto il fatto che essa vive le stesse contraddizioni di tutta l’arte moderna. Perché oggi l’arte concettuale  riduce la forma all’essenzialità…

 

Parlami di Tonino Loi artista sardo nel mondo.

Affermarsi nel mondo dell’arte oggi è difficile per tutti, soprattutto se si segue un percorso originale e non accademico. Ciò nonostante sono riuscito a portare la Sardegna e la mia arte in molte parti d’Europa. Ci sono dei miei lavori in Russia, in Germania, in Francia, una mia scultura è collocata nella casa natale di Stendhal a Grenoble. E poi ho fatto mostre a Milano, a Roma ed in molte città italiane, presso collezionisti privati ci sono quadri e sculture di Tonino Loi. E c’è anche un monumento da me realizzato nella Plaza de Italia a Rosario di Santa Fè in Argentina. Per farmi conoscere nel mondo è stata determinante l’amicizia con lo scrittore francese Edouard Vincent. Insieme immaginavamo la rappresentazione artistica e culturale di una Sardegna fuori dall’ufficialità dogmatica. Avevamo anche creato un’associazione il cui Presidente onorario era il grande Maurice Le Lannou.

 

Mentre parla di Vincent, lo scrittore francese morto nel 2002, e che per lunghi anni ha anche vissuto in questa casa, vedo gli occhi di Tonino bagnarsi di lacrime. Intanto usciamo all’aperto perché mi vuole mostrare il suo laboratorio. Che poi in realtà sono due locali.

“Custu ci paret unu pinnetu ddu ‘ies?– mi dice mostrandomi una costruzione conica in pietra – dd’aio fatu appenas ci aio leau su terrenu po fraigare sa ‘omo, po trabagiare sa linna e sa perda. Acoa apo fatu cudd’àteru a palas inue pinto e ddi giao sa forma a sa terra lugiana”.

In su pinnetu c’è il figlio intento ad intagliare dei taglieri. Ne parla con orgoglio “Ddos bies comente ddos feus. Tenent sa forma de su putzu de Santa Cristina. Ti nn’acatas ca funti divertzos da is àteros. Ddos feus cun figiu meu ca issu puru est segudanno s’arte de su babbu. S’àteru, su mannu, ddu tegno in s’Accademia in Sassari. E poi ddu-e funti is piciocheddas ci funti annanno ancora a iscola. Poi ride e continua “Funti piticheddeddas, parent netijeddas mias etotu”.

Osservo i quadri e le sculture. Mi colpisce il modo in cui le figure dei dipinti si stagliano nitide sullo sfondo: hanno la stessa forza espressiva di certe madri barbaricine o dei pastori transumanti e sembrano realizzate quasi in risalto, come delle sculture su tela. Invece le figure scolpite nella pietra o nel legno conservano nei tratti decisi del volto le espressioni silenti dei popoli vinti, un dolore antico ed immutato nel tempo e parlano di Sardegna anche quando l’autore mi dice che rappresentano l’intifada. Prima di congedarmi gli chiedo se come uomo o come artista conserva un sogno irrealizzato. “C’era un’idea a cui avevo da sempre pensato e che poi è divenuto un progetto anche grazie ai suggerimenti di Vincent: trasferire in una grande realizzazione artistica, un muro o un pannello, i colori e le forme dei tessuti dei costumi della Sardegna. E forse un giorno lo realizzerò”.

Lo saluto e vado. Mentre arranco sui pedali lungo gli ultimi tornanti prima di Tonara volgo lo sguardo alla fonte di Pitzirimasa sulla destra. Anche quella è un’opera di Tonino Loi. Mi fermo a bere e  mentre osservo la tettoia e le grandi pietre che la sorreggono, il fontanile, i materiali, le forme e i colori di tutto l’insieme, ripenso alle sue parole sull’arte che deve essere espressione di una terra. E in questa fontana tutto parla della nostra storia, del nostro rapportarci alle cose. Lo scroscio dell’acqua mi riporta alla mente vicende passate, amori e speranze, fatica ed antichi saperi. Quelle sue pietre, accostate le une alle altre, raccontano i nostri paesi più di tante pagine scritte. E lui non vuole essere il muto testimone di un tempo, anonimo cantore dell’Isola. Ma vuole poter raccontare, attraverso l’arte, la sua verità. Parafrasando questa rivista ed un nostro originale modo di dire e pensando a quelle pietre che con pochi tocchi sapienti diventano altro, direi che Tonino Loi non vuole essere una perda de làcana, cioè un qualcosa di inamovibile e anomico come chi non prende mai posizione, ma al contrario gli piacerebbe essere una… Perda de Làcanas, cioè una pietra miliare della nostra cultura ancestrale e moderna.