Le voci maschili urlanti si dipanano lungo le vie di Villanova e Stampace. Cori che intonano inni alla Passione del Cristo, alla sua morte in croce. Alla sofferenza e al sacrificio.

 

Gli antichi canti, tramandati oralmente di padre in figlio, per tutta la Settimana santa accompagnano le tradizionali celebrazioni delle tre arciconfraternite dei quartieri storici, il cuore di Cagliari.

 

Fede, devozione e penitenza: c’è un significato religioso ampio in quel portare a spalle il pesantissimo Cristo in croce dalla chiesetta di San Giovanni fino alla cattedrale di piazza Palazzo, o nella processione dei Misteri di San Giacomo o, ancora, nel Giro delle Sette Chiese.

 

”Ma il sentimento deve essere intimo, la fede la si deve sentire forte dentro”. È insomma un ”percorso mistico”, dice il presidente Gian Pietro Banchiero, un cammino che da più di 400 anni anima i membri della sua arciconfraternita, quella della Solitudine, legata all’ordine dei Trinitari, e delle altre due, il Ss Crocefisso e il Gonfalone di Sant’Efisio. Duecento iscritti la prima e cento ciascuna la seconda e la terza, le arciconfraternite trovano le loro origini tra il XVI e il XVII secolo, quando la Cagliari dei vicerè spagnoli viveva tra il porto e le mura del Castello.

 

I riti antichi di chiara origine spagnola legati a sa Pasca Manna, la Pasqua, che nell’isola è tradizionalmente considerata più importante del Natale, cominciano con la processione dei Santi Misteri, il venerdì di Passione prima della domenica delle Palme: quest’anno il 30 marzo.

 

Sette sculture lignee che rappresentano sette momenti della passione di Cristo – realizzate nella prima metà del 1700 da Giuseppe Antonio Lonis – vengono portate a spalla dai membri del SS Crocefisso, una dozzina di uomini per ciascun simulacro, qualcuno in più per quello del calvario che reca una pianta vera di ulivo. Vestiti di tuniche bianche, coristi e confratelli seguono le consorelle, avvolte in vaporosi abiti scuri con il viso coperto da un velo nero e candele strette nelle mani guantate di bianco.

 

Le tappe sono sette in altrettante chiese di Villanova, di Stampace e della Marina, una per ogni simulacro. Proprio in quest’occasione si comincia a respirare appieno l’atmosfera della Settimana Santa anche se, spiega il presidente del SS Crocefisso Paolo Mureddu, ”per capirne il senso bisogna essere a Villanova già dal giorno successivo al mercoledì delle Ceneri”, quando prendono il via le prove dei canti all’interno delle chiese sedi delle confraternite e, ogni pomeriggio, il riverbero delle voci maschili sovrasta i rumori della quotidianità.

 

”Tutta Villanova, volente o nolente – dice ancora Mureddu – partecipa a riti che si ripetono da secoli”. La domenica delle Palme, con la processione da San Giacomo alla chiesa di San Giovanni, per la benedizione dei palmizi, apre la Settimana Santa. Qui, a mezzogiorno, inizia la rimozione del giganteso simulacro del Cristo in croce dalla sua cappella.

 

L’intensità del momento è evidente nei volti dei confratelli vestiti con le tradizionali tuniche bianche e dei fedeli accalcati dentro la chiesetta: centinaia di mani si tendono verso l’imponente statua fra la commozione e le preghiere, quasi sussurrate, che accompagnano il rituale. Il Cristo viene deposto al centro della navata e avvolto con dei drappi viola, in attesa che le consorelle lo ”puliscano” con delle strisce di cotone che, benedetto, verrà poi distribuito ai fedeli.

 

Il lunedì, nella chiesetta del Crocefisso, viene preparata la Madonna dell’Addolorata, che, privata dei suoi abiti colorati, viene vestita a lutto. Un rituale che nella chiesetta di Sant’Efisio viene svolto invece il mercoledì. Tre giorni di triduo precedono il giovedì santo, giorno dedicato al pellegrinaggio dei fedeli che fanno il ”giro delle sette chiese”.

 

Nella chiesa di San Giovanni il Cristo, circondato da is nénniris (chicchi di grano fatti germogliare al buio, le cui origini si perdono in epoca pagana), attende la visita dei devoti, così come avviene nella chiesetta di San Giacomo, dove ”i confratelli che hanno professato – spiega Mureddu – in un crescendo di intensità, tolgono il Cristo dalla lettiga, lo adagiano su una grande croce al centro della navata e lo crocefiggono, mettendogli i chiodi e la corona di spine.

 

Quindi le consorelle lo lavano col cotone recitando il rosario”. Il Cristo crocefisso è pronto per la veglia e l’adorazione durante il giro delle sette chiese che continua fino a tarda notte. Graditissima visita per San Giacomo è il simulacro di Sant’Efisio (la statua è quella del Lonis e risale ai primi del 1700), portato in processione dai confratelli del Gonfalone che, con il santo guerriero, compiono le sette tappe del pellegrinaggio.

 

Il ”lugubre” rullo dei tamburi nei pressi della chiesa di San Giovanni apre il venerdì santo, giorno, secondo la dottrina cristiana, della morte in croce del Cristo. I confratelli della Solitudine, alle 13,15 in punto, si caricano l’imponente croce a spalle e lasciano la chiesetta di San Giovanni. ”Si crea una vera e propria gara tra i confratelli per trasportare il simulacro – racconta Antonio Scano, 64enne, ex militare, veterano della Solitudine –: è un atto di penitenza e insieme di profonda devozione”.

 

Il corteo delle vesti bianche che porta la croce, seguito dalla Vergine della Solitudine, in un inusuale silenzio, si dirige verso la Cattedrale. I cantori intonano il greve Il sol si oscura.

 

”Per dirla con il mio predecessore, il Cristo sembra che cammini da solo – dice Banchiero – le mani sono tese a reggere il legno, mani di uomini, ma soprattutto di donne”.

 

Il corteo è accompagnato lungo tutto il percorso da due ali di folla che stringono rosari e recitano preghiere o, semplicemente, ”ascoltano adoranti i suggestivi canti”. La strada fino alla cattedrale è lunga e decine di persone si avvicendano sotto il simulacro. ”La Vergine della Solitudine – racconta il presidente – durante il tragitto viene fermata diverse volte dai fedeli che appongono sulle sue vesti cuori votivi per grazia ricevuta, strazianti preghiere o offerte in denaro”.

 

Giunti in Cattedrale i confratelli sistemano l’imponente crocefisso ai piedi dell’altare, ”come se fosse sul monte Calvario”. Alle 15 la funzione delle cinque piaghe di Gesù, celebrata dall’Acivescovo, e la successiva deposizione della croce in una cappella dove verrà vegliata tutta la notte.

 

Le consorelle, che con i loro abiti tradizionali e il velo nero calato sul viso evocano il dolore materno davanti ad un figlio morto, fanno rientro a San Giovanni con il simulacro dell’Addolorata. ”Ogni anno per me si rinnova un voto”, dice Chiara, una piccola signora di 60 anni da molto tempo membro dell’arciconfraternita. ”Ho ricevuto una grazia troppo grande – racconta – la guarigione di mio marito da una brutta malattia”.

 

È adagiato in una lettiga, invece, il Cristo Morto che, nel venedì santo, viene portato in processione dall’Arciconfraternita del SS Crocefisso fino alla chiesa di San Lucifero. Spiega Mureddu: ”I cantori con le loro voci accompagnano il simulacro” che, condotto all’interno del tempio, viene vegliato fino al sabato mattina.

 

S’iscravamentu è il rito più suggestivo del sabato che precede la domenica di Pasqua, letteralmente ”la schiodatura”. In due diverse cerimonie, una in Cattedrale e l’altra nella chiesa di San Lucifero, il Cristo viene schiodato e deposto dalla croce, quindi adagiato in una lettiga e ricoperto da un velo mortuario.

 

Gian Pietro Banchiero la racconta così: ”Gesù viene preso a braccia dai confratelli e tolto dalla croce, dopo aver rimosso i chiodi dalle mani e dai piedi. È un attimo struggente: nel vedere il lento chiudersi delle braccia e l’allungarsi delle gambe sembra proprio che vi sia Gesù in carne ed ossa”. Il silenzio è ”quasi opprimente”, dice ancora. Il Cristo adagiato nella lettiga viene posto su un catafalco fino alle 15 del pomeriggio quando i confratelli vanno a reclamarlo “bussando sul portone della Cattedrale con vigore”.

 

”Secondo la tradizione – spiega il presidente dell’arciconfraternita della Solitudine – se il simulacro non venisse reclamato e portato via prima del tramonto, verrebbe confiscato restando di proprietà della Cattedrale”. Nel frattempo si attende l’arrivo della processione che, dalla chiesa di San Giovanni, porta il simulacro della Vergine dei Sette dolori in Cattedrale.

 

”La Solitudine è davanti a suo figlio morto e mostra la sua peculiarità: la tristezza di una madre davanti al corpo del figlio straziato”. Sulla statua della Madonna viene imposta la corona di spine che prima cingeva il Cristo e ”mille mani si tendono per toccare il suo volto e le sue vesti”, dice ancora Banchiero. Confratelli e fedeli, con i preziosi simulacri, fanno quindi ritorno alla chiesa di San Giovanni. I canti che urlano la drammaticità della morte del figlio di Dio accompagnao il corteo. Nel buio della sera si scorgono anche a distanza le luci che illuminano la lettiga del Cristo morto.

 

Nei vicoli di Villanova, intanto, si attende la processione con tappeti e tovaglie ricamate che adornano porte e finestre con lanterne e candele ad illuminarle. Ma l’inno che i cantori intonano al loro arrivo nella chiesetta di via San Giovanni è un canto di risurrezione, ”inneggiante alla vittoria del Cristo”. Specularmente, ma verso le 16,30, il Cristo di San Giacomo fa ritorno nella chiesetta del Crocefisso insieme alla Madonna dell’Addolorata.

 

”I simulacri vengono deposti – spiega il presidente Mureddu – e il Cristo risorto prende il posto di quello morto”. A mezzanotte i confratelli, vestiti con le lunghe tuniche bianche e il cappuccio riverso all’indietro, fanno il loro ingresso nella chiesa di San Giacomo, prima della messa, con il Cristo risorto.

 

La Settimana Santa è ormai finita. La Pasqua, cadenzata dai canti di risurrezione, è celebrata con un altro rito antico diffuso in molte parti della Sardegna: s’Incontru. Gesù risorto incontra la madre Maria la quale, nel vedere il figlio ”si veste di nuova luce” abbandonando gli abiti del lutto. Sono due le cerimonie che si svolgono a Cagliari: la prima, organizzata dall’arciconfraternita della Solitudine, si dispiega lungo via Garibaldi, mentre l’altra, nel corso Vittorio Emanuele, vede protagonisti il SS Crocefisso e il Gonfalone.

 

”Chiude i rituali pasquali la processione del simulacro di Sant’Efisio che – spiega Andrea Loi, presidente del Gonfalone – il lunedì di Pasquetta viene portato in Cattedrale per onorare un voto fatto dalla città di Cagliari nel 1793 contro l’attacco dal mare dei francesi”.

 

La tradizione si ripeterà dunque anche quest’anno, come avviene ormai da secoli. ”Riti e tradizioni che si susseguono senza sosta, che la peste e le bombe di due guerre non sono riuscite a fermare” spiega Banchiero, che mette in guardia da coloro che vogliono ridurre i riti della Settimana Santa a mero folklore: ”La gente è lì, sempre presente con le sue preghiere e intime emozioni: niente folklore, solo fede”

 

. Anche se, risponde Mureddu, ”non bisogna nascondersi dietro un dito: i nuovi confratelli sono sempre meno e non si trovano più bambini per il coro delle voci bianche. La fede è certamente viva – dice –, ma bisogna fare qualcosa per rinvigorire la nostra attività”.

 

Anche il 42enne Andrea Loi, che pure guida la più antica (1539) e rinomata arciconfraternita cagliaritane (quella che organizza la festa di Sant’Efisio) denuncia il pericolo di garantire il ricambio generazionale. ”I nostri problemi riguardano soprattutto le consorelle – dice – ma il discorso è generale. Noi stiamo lavorando molto perché i giovani si avvicinino alla nostra attività, ma evidentemente non basta. Da parte nostra c’è l’entusiasmo e il fervore religioso, poi Sant’Efis gloriosu nos agiudit.