Un filo immaginario che unisce Giamaica e Sardegna. Un suono caldo e isolano per un genere esotico e popolarissimo che ha attecchito perfettamente nelle corde di un gruppo di mandroni – parole loro! – de su cabu ‘e basciu. Topi ska con le ali, pipistrelli del reggae: i Ratapignata. Ragazzi capaci di trasformare arene, piazze, locali e spiagge in un formicolare di gente che salta e balla, dalla prima all’ultima nota. Ritmi incalzanti, simpatia, infogo e una precisa scelta di campo: la lingua sarda, che li ha resi riconoscibili e che è parte integrante della fortuna di un gruppo entrato ormai nel cuore degli amanti della musica in levare. Làcanas ha intervistato Emanuele Pittoni, ossia Lele, il cantante, che ci ha introdotto nella grotta che custodisce i segreti della band.

 

– Ciao Lele. Quando e come avete iniziato la vostra carriera?

 

Siamo nati dieci anni fa, nel settembre del ’98, con l’intento di suonare reggae e ska con una band manna, di dieci o undici componenti. Volevamo fare riferimento ai grandi ensemble dei primordi dello ska, come gli Skatalites, ma anche, che so, stare in linea con gruppi stile Roy Paci & Aretuska. Perciò serviva una sessione fiati piuttosto corposa, e i soliti quattro o cinque elementi ci stavano stretti. La genesi del gruppo è questa: in principio c’eravamo io e Federico, il bassista, entrambi reduci dall’esperienza ska-punk dei Senso Unico. A noi si è aggiunto Simone, il batterista, e da lì pian piano la formazione è cresciuta e si è stabilizzata. Tranne per le chitarre che, come per maledizione, si sono avvicendate ogni due-tre anni.

 

– Che ci dici del nome: Ratapignata?

 

Io sono di Villasalto, e da noi il pipistrello si dice pilloni annapau. Conoscevo anche tzurrundeddu e alipedda, ma ratapignata no. Mi ha fulminato. Suona davvero bene, ricorda proprio il nostro stile musicale.

 

– Com’è che avete deciso di cantare in sardo?

 

Per due motivazioni. Una funzionale: perché sin da subito ci siamo resi conto del buon modo in cui si adattava al ritmo in levare. E una personale: perché siamo nati e viviamo qua e questa è la nostra lingua. Il modo più genuino per esprimere i nostri concetti, le nostre idee, la nostra visione della vita.

 

– Ci racconti il vostro album d’esordio: Sighi Sighi?

 

È venuto fuori, nel 2005, da un’idea portata avanti con la nostra vecchia etichetta, la Upr di Milano, produttrice di gruppi italiani di world music, come Folkabbestia, Riserva Moac e altri. Sighi Sighi ha dentro undici pezzi, nove in sardo e due in italiano. L’abbiamo presentato prima in versione ridotta, con sette pezzi per cinquecento copie. Esaurite in un battibaleno. Così l’abbiamo riproposto ampliato. E diciamo che ha avuto un discreto successo, sebbene il mercato del disco sia praticamente affondato. Ormai la musica si scarica gratis via internet. E per me non ci sono problemi: non mi interessa vendere centomila copie. Il bello è che l’album ci ha permesso di fare diverse esperienze anche fuori dall’Isola: a Roma, Bologna, Milano. Molto interessante.

 

 

– Come reagisce il pubblico continentale al reggae in sardo?

 

Con delle facce difficili da dimenticare. Quando abbiamo suonato a Bracciano, ad esempio, nessuno conosceva le nostre canzoni e alla fine tutti cantavano in sardo. E non dicevano solo: aiò! Ripetevano i ritornelli, si incuriosivano alla nostra lingua. Certi amici mi hanno detto di aver incrociato, nei giorni appresso al concerto, molte macchine che giravano per le strade con nello stereo i nostri pezzi. Bellissimo. Anche questo significa ‘esportare la Sardegna’. Una Sardegna in levare!

 

I live sono il vostro punto forte, tanto che ormai, tra i ragazzi, Ratapignata in concerto è sinonimo di spasso…

 

Sarà perché non ci piace creare una barriera tra noi e il pubblico. Chi viene ai nostri concerti non viene ad ascoltarci e basta. Partecipa ad una festa di cui è parte integrante. Tutti assieme, come per una picchettata. Allora si sta bene. Credo che questo il pubblico lo senta e lo apprezzi.

 

Tu oltre ad essere il cantante sei anche l’autore dei testi. Di che trattano?

 

Di quello che vedo, che faccio, di una realtà sarda non certo fantastica per ragazzi come noi, di politica, disoccupazione, occupazione militare, di un’università che fa schifo. Insomma: di vita normale. I testi non sono così gioiosi come sembrano, sebbene cerchi sempre di tirare fuori il meglio anche da situazioni difficili. Mi viene in mente il testo di Aberi sa fentana: nato in una giornata ventosissima. Ed io questo vento lo faccio entrare perché mi svegli e cacci via quell’apatia di fondo che ci immobilizza. E così anche per Strantaxu, con questo sole che ti dà energia, e ti dice: rimani in piedi, cerca di farcela con le tue forze!

 

In alcuni brani, come ad esempio Aboxina, avete sperimentato l’utilizzo delle launeddas. Pensate di approfondire l’esperimento: non è che farete un tenore reggae?

 

Mah! All’inizio del nostro percorso abbiamo tentato l’innesto di launeddas, sulitu, fisarmonica. Poi ci siamo resi conto che gli strumenti della tradizione sono molto complessi e se non se ne ha una padronanza completa si rischia di fare un brutto minestrone. Perciò ci siamo bloccati, dedicandoci agli strumenti propri del nostro genere. Per quanto riguarda le collaborazioni, abbiamo suonato con una banda musicale e fatto qualcosa con trombettisti jazz come Riccardo Pittau e Mario Massa. Se qualcuno ce lo propone, però, siamo disponibili a metterci in gioco.

 

– Che c’è nel futuro dei Ratapignata?

 

A dire la verità stiamo proprio chiedendoci la stessa cosa. Meditiamo su due alternative: cercare un’etichetta e mettere su un disco o registrare i pezzi e mandarli on line. Di certo faremo qualcosa a breve, perché vogliamo far sentire a tutti i nostri nuovi brani. Ne abbiamo quattro o cinque mai usciti dalla sala prove e altri già eseguiti in live, che stiamo arrangiando nel miglior modo possibile, per presentarli magari tutti insieme quest’estate. L’idea è di far ballare un bel po’ di gente.