Un uomo di sangue sardo ha enorme importanza nella rivoluzione francese. È Jean Paul Marat (1743-1793), figlio dell’ex prete cattolico cagliaritano Giovanni Salvatore Marra – all’anagrafe, in spagnolo, Juan Salvador Mara – che, rifugiatosi in Svizzera a Boudry, sposa la calvinista Louise Cabrol. Jean Paul, secondogenito, studia a Neuchâtel e si trasferisce a Bourdeaux come precettore dei figli di un ricco armatore.

Una volta a Parigi intraprende studi scentifici e umanistici, da qui passa in Inghilterra, dove studia e esercita, pur senza laurea, la professione di medico e di veterinario. È un periodo di viaggi e pubblicazioni per Marat, che ottiene la laurea in medicina nel 1775, dall’università scozzese di Saint Andrews. Tornato in Francia, muta il suo nome in Marat. Seguono anni di alterne fortune in campo economico e pubblicistico, che sviluppano in lui un odio viscerale contro gli accademici: l’ombra gli viene imposta dal vegliardo Voltaire e dal suo discepolo Condorcet, che gli nega l’ingresso nell’Accademia delle Scienze.

Intelligente e ardito, Marat partecipa alle vicende della presa della Bastiglia, e fonda nel settembre 1789 Le Publiciste Parisien, che dopo qualche numero diventa L’Ami du Peuple. Sarà il titolo del suo giornale il soprannome con cui Marat passerà alla storia. L’Ami diventa la pubblicazione più autorevole dell’ala radicale della rivoluzione, denunciando l’oppressione delle classi dominanti e aizzando il popolo contro i moderati.

Eletto alla Convenzione nelle file dei Montagnardi, Marat è ferocemente antigirondino e sostiene la condanna a morte di Luigi XVI, ghigliottinato nella piazza della Rivoluzione il 21 gennaio 1793. Ma gli eventi precipitano e Marat stesso ne è travolto. A marzo l’insurrezione in Vandea radicalizza l’astio tra montagnardi e girondini, e questi ultimi vengono estromessi dal potere – 2 giugno 1793 – e sterminati dai seguaci di Robespierre. Per Marat è fatale un proclama affisso sui muri di Caen. “Che cada la testa di Marat e la repubblica sarà salvata… Marat vede la salute pubblica solo in un fiume di sangue; ebbene allora deve scorrere il suo, perché deve cadere la sua testa per salvarne altre duemila”. Il 9 luglio parte da Caen la girondina Charlotte Corday d’Armont, che vede in lui il principale sobillatore della guerra civile. Si fa ricevere con l’inganno dal rivoluzionario mentre prende il suo bagno e lo pugnala al cuore. È il 13 luglio 1793. Marat, insieme a Roberspierre e a Danton, tra gli uomini più importanti della rivoluzione francese, muore gridando esterrefatto: “À moi, ma chère amie, a moi!” Charlotte è condannata dal tribunale rivoluzionario e ghigliottinata il 17 luglio 1793. Dieci giorni dopo avrebbe compiuto venticinque anni.

 

Ecco alcuni stralci de L’Ami du Peuple.

 

“Combattendo i nemici dello Stato, attaccherò senza riguardo i furbi, smaschererò gli ipocriti, denuncerò i traditori, scarterò dagli affari pubblici gli uomini che speculano su un falso zelo, i vigliacchi e gli inetti incapaci di servire la patria, gli uomini sospetti sui quali non si può fare affidamento. Per quanto la mia penna sia severa, sarà temibile al vizio, e, all’occhio stesso degli scellerati, rispetterà la verità; se per un istante se ne dovesse allontanare per colpire l’innocenza, che venga punito il temerario,  egli è sotto la mano della legge.” (L’Ami du Peuple, n. 13)

 

“So ciò che devo aspettarmi dalla massa di malvagi che incito contro me; ma l’intimidazione non ha alcun potere sul mio animo; mi sacrifico alla patria e sono pronto a versare per essa tutto il mio sangue”. (n. 13)

 

“Mi invitate a lasciare il titolo di Amico del Popolo, ma ciò è quello che potrebbero fare i nostri più crudeli nemici. Scegliendolo, non ho consultato che il mio cuore;  ma ho lavorato sodo, per meritarlo, col mio zelo, con la mia devozione alla patria e credo di aver sostenuto le mie prove. Consultate l’opinione pubblica, guardate la massa degli infelici, degli oppressi, dei perseguitati che ogni giorno reclamano il mio appoggio contro i loro oppressori, e chiedete loro se sono o no l’amico del popolo”. (n. 105).