Dal cuore della Sardegna una voce di donna, un canto che come vento profumato accarezza le colline, le vette dei monti, le pianure. Qualcosa di conosciuto, come campane di chiesa campestre, e di magico, come preghiere sussurrate da mille bocche in antiche e toccanti processioni. E parole come ricordi, e quella musica che è il nostro sangue.

 

È tempo di pizzicare le corde dello spirito, per Maria Giovanna Cherchi, che dopo Ammentos, Unu frore che a tie, Terramama e Mediterranea torna sul mercato discografico con Pregadorias. Un viaggio nella nostra religiosità più profonda: vero e proprio atto di fede e doveroso tributo a quel mondo che, per la cantante bolotanese, è una dimensione esistenziale – Maria Giovanna è laureata in teologia e insegna religione alle elementari di Santu Lussurgiu – oltre che vera colonna portante di un percorso artistico. Oggi più ‘alto’ che mai.

 

 

Ciao Maria Giovanna. Ci dici qualcosa su Pregadorias?

 

È un disco sommesso e spirituale, in cui ho cercato di interpretare i sentimenti religiosi di tanti sardi. Pregadorias attinge al repertorio, antico e moderno, dei canti devozionali in limba. L’idea è nata da un’esperienza molto forte: l’aver cantato i gosos e l’Ave Maria in sardo dentro la grotta di Lourdes. L’album, dedicato ai sacerdoti che da sempre mi aiutano e mi seguono, conta sedici brani. Si apre e si chiude con Sa mama ‘e Deus, un inedito proposto sia in sardo – come prima traccia – che in italiano. Mi sono cimentata anche in d’unu mutu prolungadu logudoresu: Preghende a Maria, del grande Giuseppe Chelo, da poco scomparso. Credo molto in questo disco, nonostante l’iniziale scetticismo di alcuni, che vedono in me soprattutto una cantante che porta allegria nelle piazze. Ma io conosco il mio pubblico, e sono convinta che apprezzerà questo tuffo nell’interiorità.

 

 

Come ti sei avvicinata al canto?

 

Ho mosso i primi passi nel mondo della musica già da bambina, sotto la spinta di mio padre Pietrino, cantante pure lui. Mi portava in giro ai matrimoni, alle feste. A sette anni ho ‘esordito’ in tv cantando in sardo. Da lì è iniziato il mio viaggio attraverso i palchi dell’Isola. Artisti come Mario Scanu, Piero Marras, Anna Maria Puggioni, Maria Carta, e i cantadores logudoresi, tanto per dirne alcuni, sono stati la mia ‘grande scuola’…

 

 

Che rapporto hai col tuo paese: Bolotana?

 

Bellissimo. Per me non è mai valso il detto: nessun profeta in patria. Sono stati proprio i bolotanesi ad offrirmi le prime possibilità di esibirmi. Mi hanno sempre appoggiato. L’anno scorso, quando cantando coi Ricchi e Poveri ho vinto la puntata del programma I raccomandati, di Carlo Conti, hanno accolto il mio ritorno con un grande striscione. E al bivio c’era tanta gente ad aspettarmi, e c’è stata una splendida festa. Una dimostrazione di affetto che porto nel cuore.

 

 

Hai mai pianto per la tua terra?

 

Non scendo mai dal palco dopo aver cantato Deus ti salvet Maria senza versare qualche lacrima, anche se faccio cento serate all’anno. E non lo dico per essere ipocrita. E poi ho pianto per un grande incendio nelle montagne di Bolotana. Ettari e ettari di bosco secolare in fumo. Un pianto amaro di cui serbo ancora il ricordo. Per non parlare poi di tutte le volte che ho ascoltato le storie struggenti dei nostri emigrati. Sono sensazioni così forti che toccano dentro. Vivendole penso sempre di essere fortunata, perché faccio qualcosa che mi piace e vivo in una terra che amo e che non sarei mai capace di lasciare definitivamente. Mio fratello da poco è partito a lavorare in Germania, e ho pensato fosse l’uomo più coraggioso del mondo. Sono convinta che ad esaminare il mio dna gli scenziati troverebbero una ‘S’ in più.

 

 

Cos’è per te l’identità sarda?

 

Non è facile da definire. È una risorsa sconfinata. La lingua stessa non è un limite. Riassume tutta una ricchezza di suoni, colori, valori. Io voglio dare il mio piccolo contributo perché l’Isola possa farsi apprezzare a qualsiasi latitudine. Bisogna portare avanti il discorso di una terra che può arrivare ovunque, e lo si può fare esprimendo un modo elegante di essere sardi. Ognuno di noi dovrebbe prendere sul serio questa ‘missione’, per far capire che la Sardegna ha tanto, ed essere ambasciatore, ovunque sia e ovunque vada, di un’Isola che vale.

 

 

Cosa pensi dell’insegnamento del sardo nelle scuole?

 

Sono d’accordissimo. Penso che uno spazio all’interno della scuola vada trovato. I bambini prenderebbero bene l’iniziativa. Se c’è la volontà, non è un problema neppure trovare un compromesso sulle varianti. Ci sono tanti bravi insegnanti che conoscono il sardo. Perché non dar loro la possibilità di provare? Un modo sarebbe proprio fare entrare la lingua attraverso la musica, i versi dei nostri grandi poeti, le canzoni. I laboratori di canto sardo sono un modo leggero per avvicinare i bambini alla nostra lingua, qualcosa per cui provano grande entusiasmo. I miei mi dicono sempre: “Maestra, canta a duru duru!”

 

 

Qual è il tuo sogno come musicista?

 

Mi piacerebbe cantare in sardo a Sanremo…

 

 

Che visione hai della donna sarda: funge ancora da guida nelle famiglie o i tempi d’oggi hanno spostato il suo sguardo verso altri orizzonti, magari verso un individualismo più marcato? Insomma: esiste ancora il matriarcato?

 

La famiglia sarda è tuttora matriarcale, anche se non so per quanto possa esserlo ancora nel tempo. Oggi le ragazze pensano alla propria realizzazione personale e solo dopo a crearsi una famiglia. Questo non è un male in sé, l’importante è che non si trascurino determinati valori. Le ragazze un tempo si sposavano a 16-17 anni, oggi magari a 35. Resiste ancora la figura della donna come guida per il marito, per i figli, come amministratrice del denaro e dei beni della famiglia. Ma l’individualismo è entrato, inevitabilmente, nella mentalità delle nostre donne, che sono più indipendenti, capaci e forti nelle decisioni che riguardano la propria sfera personale. Io ho insegnato alle magistrali di Nuoro, avevo ottocento alunne. Le ho ascoltate e posso dire che sono davvero molto avanti, pure troppo a volte… Vorrei che fossero sì autonome, ma coscienziose.

 

 

Che augurio fai al tuo popolo?

 

Che il detto ‘pocos, locos y mal unidos’ non valga più per noi. Spero di poter conoscere una Sardegna più unita nei suoi abitanti, con maggiore rispetto per l’ambiente, e spero che l’Isola possa conservare i valori che ci distinguono nel mondo. Quel senso di ospitalità e di amore per la nostra terra che non ho visto in altre nazioni. Basta vedere i circoli dei sardi all’estero: sono la conferma di quanto l’Isola sia nel cuore di tutti i suoi figli.