Se i genitori avessero saputo l’avrebbero chiamato Ercole. E sarebbe stato, così com’è pur chiamandosi Sergio, un Ercole preciso, testardo, persino indiavolato, dacché le colonne gliele hanno messe a Pompu. Cioè lontano lontano: a Gibilterra. E allora via a rimboccarsi le maniche e, colonne in spalla, a metterle nuovamente là – al Canale di Sicilia – dov’erano prima del revisionismo by Alessandria.

 

Ed eccolo, il mare magnum dei miti, rientrare vociante nel Mare Nostrum, ed ecco riapparire l’isolaccia platonica del Crizia: “Allora: davanti a quella bocca che voi chiamate Colonne di Eracle, c’era un’isola. Chi ci arrivava poteva passare da quest’isola, alle altre isole e raggiungere il continente che tutto circonda”. La mitica Isola di Atlante, cercata ovunque tra vaneggi mistico marziani e ubriacature di certissimi dubbi. Ma non è che la si ha davanti al naso con tanti di quei segni da cavarne gli occhi a un cieco? Sì, la Sardegna, con quella gran copia di torri possenti, con quelle sue potenzialità minerarie da far gola da mille vite, con quella roba così antica che… No, impossibile, la Sardegna meglio saltarla.

 

Meglio non svegliare il rustico gigante, meglio pensare a un Platone burlone. Tornare su Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta di Sergio Frau, è un piacere per quei Sardi che, seduti dall’età delle madri sulla tholos che imprigiona il tempo, leggendolo hanno sussultato e tirato su i lembi pietrificati delle loro labbra in un sorrisello giocondiano, e strizzato gli occhi d’ossidiana e smeraldo al tum-tum del loro cuore. Che pure Babai ha detto: “As biu?”, ed i canti e balli e le maschere e i vestiti e i gioielli e il pane e la lingua e le pietre hanno per un attimo goduto della luce nuova dell’antico perduto perché scordato e forse nascosto.

 

 

Caro Frau, come sorge il grande dubbio, e cioè: Come, quando e perché la Frontiera di Herakles/Milquart, dio dell’Occidente slittò per sempre a Gibilterra?

 

 

Il dubbio nasce nel settembre ’99 dall’osservazione di due mappe, Gibilterra e Sicilia, nel libro: “Quando il mare sommerse l’Europa” di Vittorio Castellani. Mi sono accorto che gli stretti nella protostoria erano due e che il più interno era di certo più frequentato da quei Greci. Col disgelo la separazione tra Sicilia e Tunisia diventa più netta, con l’innalzamento del livello del mare la terra che bordeggia la Sicilia si acquatta in maniera pericolosa. Ci sono tratti profondi 12 metri, altri 45 e insomma: luoghi che a non conoscerli il rischio di insabbiarsi è grande. Al Canale c’era e c’è la zona più assassina del Mediterraneo. I mostri di Omero stavano qui: il mito era per i Greci un modo per riassumere, compendiare, incastrare le conoscenze. Perché quel pauroso confine a Gibilterra se i pericoli stavano molto prima: che vantaggi ne avrebbero avuto i naviganti, a cui gli insegnamenti erano, in fondo, diretti?

 

 

Una carta di bordo in versi, quella di Omero, dunque…

 

 

Prendiamo Prometeo, incatenato ad una roccia del Caucaso a segnare l’alba dei Greci, e suo fratello Atlante, bloccato in mezzo al mare a far da custode al tramonto. Presentando la mostra all’Accademia dei Licei – ovvero Atlantikà, raccolta in un libro dal titolo omonimo, naturale continuazione, integrazione e approfondimento de Le Colonne d’Ercole, ndr. – ho parlato della coppa etrusca che li rappresenta: la colonna al centro simboleggia Delfi, a oriente sta Prometeo e a occidente Atlante. Ingrandendo e sovrapponendo il piatto a una carta geografica vediamo che Prometeo sta nel Caucaso solo se Atlante sta in Sardegna: questa la simmetria mediterranea per i Greci. Il mito come realistica rappresentazione geografica. Se vai a grattare, poi, trovi la ziqurat di Monte d’Accoddi, le dee madri sarde uguali a quelle anatoliche, segni inequivocabili per cui dico: i saperi degli antichi vanno trattati con rispetto, e se Atlante è fratello di Prometeo, Atlantide non è una frescaccia.

 

 

Queste le rotte degli antichi, insomma…

 

 

Gli autori parlano di bassi fondali e assenza di vento: così Aristotele, così Dicearco, le cui colonne sono più vicine alla Grecia che la fine dell’Adriatico, quando la distanza da Gibilterra è quasi doppia. Col marinaio devi essere preciso, non puoi farlo rifornire per 15 giorni di navigazione se il viaggio è di quaranta! Così Erodoto, che dice di non sapere come finisca l’Europa a occidente e poi parla di luoghi al di là delle colonne, e quindi viene traslato in Andalusia dove l’Europa finisce davvero. È una contraddizione. Parla di Tartesso, una città ricca di metalli dove regnava Argantonio, ma nessuna Tartesso spagnola è stata trovata, mentre la stele di Nora – che a Cagliari è conservata senza manco didascalia, pur essendo uno dei primi esempi di scrittura mediterranea – riporta: in Tartesso. E ancora Erodoto dice della fondazione di una città da parte dei Focei in Corsica, e subito svela che il re di Tartesso, però, a quell’epoca è già morto. Ma perché lo dice se Tartesso è in Andalusia? Molto più plausibile, invece, che parli di Sardegna: non credo che prenda simili cantonate. Così Omero, quando tratta di Scheria, l’isola occidentale dei Feaci fotocopia dell’Atlantide di Platone. Tutti dicono: Corfù, che però è appiccicata alla costa greco-albanese. Sbaglia Platone? Io dico invece che l’oceano omerico è il Mediterraneo occidentale. Il fatto che a Corfù dicano: siamo i Feaci, non è discriminante. Anche quelli di Brooklyn sono italiani, ma quella non è Italia.

 

 

Com’è che la Sardegna non è considerata?

 

 

L’Isola a causa della malaria è stata tagliata fuori dalle grandi ricerche di fine ‘800 e inizio ‘900: la divulgazione l’ha fatta Lilliu. Nelle carte è ancora un’isola bianca, nonostante le sue eccezionali testimonianze. Ti fanno vedere briciole di bronzo trovate ovunque, e qui nulla. Idem per l’ambra. Da qualche mese c’è un risveglio, dopo sovrintendenze vergognose. Io ho parlato nella stampa nazionale del crimine di foderare l’anfiteatro romano di Cagliari col legno, dei palazzi a Tuvixeddu, e lo pago. Il documento contro la mia tesi viene da questo impegno. Eppure ha creato una rete di solidarietà intorno a me, bollando come “oscurantista” chi l’ha firmato. Qui se qualcuno mette in discussione i prìncipi dell’archeologia, i diretti subordinati possono solo subire il ricatto: non troverebbero più un metro quadro per scavare e portare avanti le loro ricerche. Io ce l’ho con la regia, non coi pesci piccoli. C’è una strenua difesa delle vecchie rendite di posizione, spaventa il rimescolio dei ragionamenti.

 

 

Ma torniamo al libro: quand’è che slittano le colonne?

 

 

Alessandro Magno, come Tolomeo, Seleuco, Attalo e tanti altri, va a scuola da Aristotele. Impara a catalogare, misurare, studiare, e quando muove verso l’India – coi suoi uomini contachilometri che facevano passi sempre uguali – slarga il mondo a oriente. I vecchi confini: Anatolia e colonne d’Ercole così com’erano concepite, diventano anacronistici. Il sapere derivante da questi viaggi finisce ad Alessandria d’Egitto, dove Tolomeo e i suoi avevano creato la più grande biblioteca dell’antichità. Cartagine nel frattempo è sconfitta, la sua cortina di ferro non c’è più. Urge una nuova simmetria, secondo le stesse proporzioni aristoteliche. E a sistemare tutto – a ridosso del 200 a.C. – ci pensa Eratostene: il bibliotecario di Alessandria. Ciò che prima si riferisce alle colonne d’Ercole bisogna pensarlo con gli occhi sul Canale di Sicilia. Gran parte di mostri, miti, storia e geografia degli antichi più antichi, dopo il suo intervento finiscono a galleggiare nel vagheggio nell’Atlantico. Oltre le Colonne di Eratostene: oltre Gibilterra.

 

 

E con loro l’Isola di Atlante…

 

 

Già. E la Sardegna, nel passato e per molti ancora oggi, non sembrava reggere la parte. Io parlo di ottomila torri. Da Lilliu in poi si è preso buono il dato, secondo il censimento dell’Igm del 1948. Ma non è un censimento archeologico. A Sant’Antioco l’Igm censisce 15 nuraghi, quando sono 82. Quindi il dato va perlomeno triplicato, e si va a 25 mila. E allora voglio sapere qual era la fantastica flotta fenicia capace di tentare questa sorta di sbarco in Normandia in una terra superblindata e armata fino ai denti. Un’Isola dove nel 1500 a.C. si riparava col piombo fuso un otre rotto.

Ed allora credo fermamente che l’Isola sia stata martoriata da uno o più immani cataclismi, nel Campidano e nel Sinis. Lo dice Ramses III a Medinet Abu, lo dice Omero che Poseidone, per redimerli dalla loro superbia ha schiaffeggiato gli abitanti dell’Isola occidentale, lo urlano i nuraghi sepolti dal fango, pieni di reperti da riempire un museo. Come mai tutta quella roba abbandonata? I nuragici fuggendo se la sarebbero portata via, se i conquistatori l’avessero trovata l’avrebbero presa con loro. O no? Da una parte decine di nuraghi interrati, colpiti dal lato del mare e con crolli verso monte, dall’altra mezza Sardegna intatta. Per me in questi luoghi è successo un po’ come a Pompei. Anche perché per 3-4 secoli non trovi più nessuno in mare, e i fenici arrivano allora: sotto la Tharros fenicia c’è una Tharros nuragica che era già abbandonata….

 

 

Perciò la storia andrebbe rivista?

 

 

Io il mio lavoro l’ho fatto. Gradirei verifiche da parte di chi in Sardegna ha interesse a ragionare in libertà. Vorrei fargli vedere certe situazioni. Per me, ad esempio, il costume di Orgosolo e il sito di Su Romanzesu sono troppo fastosi per mungere solo le pecore. Lilliu ha il grande merito di ordinare una realtà mai ordinata, con un errore: il nuraghe-fortezza. In una belligeranza continua di cantone contro cantone non hai il tempo di costruire opere così immani. Se fossero fortezze, poi, sarebbe la sagra della trappola per topi, basterebbe aspettare là fuori che quelli dentro si arrendano. E non fai tutte le torri identiche, ne sveleresti segreti e debolezze. Questo sistema costruttivo presupponeva una complessa rete stradale e urbanistica. Se tocchi il dogma del nuraghe-fortezza finisce la tesi del tutti contro tutti, di una terra cannibalizzatasi fino a farsi conquistare. Io la vedo in modo diverso: un’isola viva e strabiliante, com’era la Sardegna nel II millennio a.C.

 

 

E andrebbe pure rivisto il modo di presentare l’Isola al mondo…

 

 

Basti dire che a Sant’Antioco c’è un museo fenicio ma ciò che c’era prima sta nascosto. Che in Corsica nei siti archeologici trovi a lettere cubitali: settemila anni di civiltà. Mentre a Pula: 2500 anni di storia. Forse perché in Corsica ha scavato il Cnr francese, qui i burocrati della sovrintendenza. C’è che la Sardegna è stata poco raccontata a livello scientifico. La Barbagia sembra una tabula rasa, e guarda quanta roba c’è. Chi mi ha mosso battaglia ha tenuto per 30 anni i giganti di Monte Prama nelle scatole, Barumini sta nelle scatole, mentre a Gerusalemme vedi le dee madri sarde confrontate con quelle anatoliche. La sovrintendenza ha gestito monopolisticamente il dato archeologico, ma non si può pretendere che nessuno parli: non siamo nella Romania di Ceausescu. Io chiedo che nella terra del canto a tenore mi sia permesso il controcanto.

 

 

Lei ha accennato a una parentela tra Nuragici e Etruschi….

 

 

Non proprio, gli Etruschi sono Sardi, non affini o parenti. C’è un esodo, parte dell’esodo succeduto alle botte tremende ricevute dall’Isola per via dei cataclismi. Chiediti perché in Sardegna è vivo un grumo di nostalgia per l’antico, ma come se si elaborasse un grave lutto, chiediti perché avete i balli e i canti più seri del mediterraneo, e perché anche certi entusiasmi sembra siano fatti con l’elastico. Chiediti come mai solo il 5% dei paesi è sul mare. Non si spiega coi Saraceni, e invece hai Cagliari, Pula, Chia, Sant’Antioco, Tarros… Non tiri su i nuraghi per mille anni e ti stufi: cito solo Villanovaforru, dove 23 nuraghi su trenta sono stati abbandonati nel XII sec. a.C. In Atlantikà ho dedicato un intero capitolo alla Barbagia: per me chi sa fare quei costumi sa fare anche la Cappella Sistina, ma chiediti perché non la fa. Guarda la ricchezza dei decori dei pani, i gioielli: una società esclusivamente pastorale non se li può permettere, è come se tutto venisse fatto nel ricordo atavico di un’isola fantastica la cui vita è stata interrotta da un disastro. Nella mostra ho zoomato sui bottoni sardi che portate in giro in ogni festa: non simbolo di procaci seni femminili, ma di nuraghi. Prima con quattro torri e una centrale, poi con una sola torre. Siete grondanti di simboli nuragici.