L’appuntamento è sul piazzale di una chiesa antica. La luce morbida esalta il lastricato in arenaria.

 

Ci ha chiesto di incontrarci nell’ultima parte del giorno, il momento prima del tramonto, una questione di luce. Non mi sono preparata all’incontro e aspetto con la testa pulita; non ho curiosità da sfamare, aspettative, idee. Aspetto mentalmente inerte, non mi piacciono i mimi, mi angoscia l’esasperazione del movimento e quella dell’immobilità.

 

Lui  arriva puntuale e si avvicina svelto. Lo osservo seduta su una panchina di pietra, lo guardo muoversi, sembra un cameriere efficiente ad un banchetto buono. Ha pantaloni un po’ troppo corti, una maglia a maniche lunghe e un corpetto con il bavero di raso, le stoffe sono vecchie, i neri hanno tonalità differenti, sono capi che devono essere stati usati tanto anche da qualcuno prima di lui. Riadattati e usati con cura, come preziosi.

 

Sulla piazza si muove veloce a cercare il punto giusto, sembra abbia fretta, sfugge qualsiasi contatto. Concordato il luogo si allontana per tornare con una vecchissima valigia, la apre con fare indifferente ma è conscio di averci già incantato.

 

Voglio iniziare con la valigia perché sento che ha una storia, la trasuda, chiedo da dove arriva; lui inizia a truccarsi e risponde solo quando ha metà viso coperto.

 

“Era a Tramatza, di fronte alla fermata del pullman, vicino ad una cassonetto.

 

La vedo, mi fermo e la carico in macchina e la gente a gurdarmi sbigottita!”

 

Perché ti ha colpito?

 

“Perché?” Mi guarda sorpreso “questa valigia?” il suo sguardo incredulo va dalla valigia a me. Poi riprende a truccarsi.

 

“Perché questa valigia chissà quanto ha viaggiato, chissà le storie che ha contenuto dentro. La storia della valigia per una sardo rappresenta il distacco… e poi stava morendo, mischina, vicino ad una cassonetto. Non era giusto.

 

Franco Fais è un’insegnante elementare, ma a differenza di qualsiasi altro insegnante elementare esistente sulla faccia di questa terra rotonda rotonda (e anche oltre) lui ha avuto come nonno Pitanu Pes ed è questo il motivo per cui tantissimi anni prima che nascesse era gia deciso che non avrebbe potuto fare mai solo l’insegnante elementare ma sarebbe stato anche un’ottimo domatore di pulci e avrebbe trovato il modo di raccontare senza parole e avrebbe truccato le mani di bianco e con quelle piano piano avrebbe sfilato quel filo sottile che separa la realtà dalla fantasia.

 

Pittanu Pes amava il circo. E quando in paese arrivava il “Circo Piero” lui li ospitava tutti a casa sua e la sera nello spettacolo la sua presenza in qualche numero era assicurata. Quando non c’era il circo Pitano Pes, travestito, andava in paese alla ricerca di se stesso. Per questo il cielo lo ha premiato ed ha avuto in dono un figlio che è stato un cantastorie eccezionale, incantatore con racconti surreali, e un nipote insegnante elementare che ama dipingere il viso di bianco, il rito per far rivivere la magia di chi è venuto prima, per mischiarla con la propria e farla diventare una malinconica allegria, meraviglia leggera, sogno.

 

Il trucco di Mimo Bubè è quello buono. Marca Indio. Non unge e si stende veloce.

 

Rapidamente cancella l’uomo e disegna il mimo. Di Franco Fais rimane, unicamente, intatta la luce del bambino di sei anni.

 

Rimane la necessità di cancellare rughe e quotidiano tracciando le linee degli occhi e delle labbra. Le linee semplice delle emozioni. Attraverso il trucco il mimo prende vita, annulla il confine tra realtà e fantasia, diventa mago. Trascinato da una forza estranea cammina senza camminare, trova muri invisibili da attraversare, corde inesistenti su cui danzare. Dà vita all’inanimato, crea il nulla dove tutto è contenuto.

 

La condivisione è un sottile filo d’argento che il mimo tesse e che lo lega al suo pubblico. Attraverso quel filo scorrono emozioni e luccicano sogni come stelle piccoline.

 

 

Faccio il mimo dall’83, ma lo sono diventato a sei anni quando un giorno, per caso, ho visto in televisione Marcel Marceau. Sono rimasto folgorato,  da quel momento in poi tutto è stato diverso.

 

Sono stato fuori per parecchi anni. Ho fatto 32 lavori diversi. Ero sempre incazzato, in continente la gente non ti guarda, è frettolosa e distratta. Si corre sempre ma ti scappa di mano tutto. In Sardegna il tempo è dilatato. Sono tornato.

 

Insegno alle elementari, sono venti anni che insegno, e non vedo l’ora di smettere, di dedicarmi solo al teatro. Non bisogna insistere sino alla fine e rischiare di pensare da maestro. Non sarei io, io sono un mimo, sono ancora quel bambino di sei anni che ritrovo in ogni spettacolo. Quando faccio il mio spettacolo sono trascinato da una forza estranea, esterna. Entro in una dimensione magica e “sento” il pubblico, cioè sento se il pubblico mi “sente”. È come un’energia che mi arriva. Non faccio lo spettacolo se la gente non si può sedere o vicino c’è quello che vende birra o vernaccia e la gente che urla e parla. Non mi interessa così, voglio un pubblico non distraibile, attento, a catturalo poi ci pensa Bubè. Ho impiegato tre mesi a scegliermi il nome lo volevo piccolo, buffo, dopo un po’ ho scoperto che Bubè in francese significa pustola. Te lo immagini, pustola, Ah Ah!

 

Occhi grandi ne vuoi?

 

E una rana antica?

 

Sto cercando di inserire numeri anche vicini alla nostra cultura, che non siano troppo astratti, lontani da quello che un sardo può assaporare nella sua quotidianità: il suonatore di launeddas, i pupazzi che cantano a tenore, cose che mi avvicinano di più alla gente. Ultimamente sto rappresentando le leggende sarde con il mimo e il teatro delle ombre. Piacciono molto, sentissi le manifestazioni d’affetto dei bambini “ritorna, rimani!”.

 

Ti faccio il moribondo? E i parentI? Eh quelli sono difficili, è difficile la tristezza. Devo pensare…. Per la gioia è più semplice, si può fingere, la puoi trovare anche in superficie. La tristezza no, è più interiore, molto di più si fa fatica a portarla su, a mostrarla.

 

No non è vero che il mimo è triste, cosa guardavi solo Pierrot?  Sì il mimo fa cose tristi che ti fanno ridere, è la sua magia. Prendi il domatore di pulci, tiene le pulci sul palmo delle mani e le osserva fare il loro spettacolo ne segue con la testa salti altissime e capriole, le pulci sono brave e il domatore è cosi contento che alla fine applaude fortissimo; le pulci sono morte schiacciate, il domatore è triste, il pubblico ride, il domatore è umiliato, il pubblico ride di più.

 

Non lo sogno da nessuna parte il mio laboratorio, perché so che c’è già. Devo solo scoprirlo.

 

Il trucco è quello buono. Marca Indio, non unge e va via in fretta quando tutto è finito. Basta solo un po’ di acqua. Basta davvero?