L’uomo anatomicamente moderno, Homo sapiens sapiens, è partito alla conquista della terra circa 60.000 anni fa. I risultati degli studi genetici finora compiuti, e in particolare le analisi del DNA del cromosoma Y eseguite sugli uomini odierni, ci indicano che il luogo di partenza è una regione dell’Africa Orientale che corrisponde all’incirca agli altipiani del Kenya.

 

Non sappiamo quanto tempo è durata l’evoluzione che ha portato alla trasformazione di una scimmia antropomorfa nell’uomo attuale anche se, con particolari formule matematiche, è possibile eseguire questo calcolo e ipotizzare il tempo intercorso per pervenire a questo risultato. Una però cosa è certa: questa scintilla, questo passaggio fondamentale, si è verificato grazie a una mutazione genetica. L’uomo condivide il 99,9 del suo patrimonio genetico con le scimmie antropomorfe. La mutazione fondamentale che ha reso possibile la trasformazione di una scimmia in un uomo ha interessato un gene che controlla lo sviluppo del  Sistema Nervoso Centrale e, in particolare, quella zona dell’encefalo che presiede alla elaborazione del pensiero.

 

La nostra  non è l’unica specie di ominidi che ha calpestato il suolo terrestre. Prima di noi altri ominidi spadroneggiavano nel mondo. Una di queste, forse la più conosciuta, è quella dell’uomo di Neanderthal (Homo neanderthalensis). Il suo dominio sulla terra è durato circa 250.000 anni, la sua parabola è iniziata  270.000 fa e si è conclusa  20.000 anni orsono, epoca presunta della sua estinzione avvenuta in Europa, nei pressi di Gibilterra, per cause tuttora sconosciute. Oggi si sa, grazie a esami sul DNA,  che questa era una specie diversa dalla nostra perché impossibilitata non tanto a incrociarsi con noi quanto a concepire prole interfeconda.

 

Com’era l’aspetto esterno del nostro progenitore quando si è verificata la mutazione che l’ha trasformato in uomo?  Il suo corpo era ancora ricoperto da peli, come le attuali scimmie antropomorfe, oppure non ne aveva, più oppure i peli li aveva ma ricoprivano zone corporee limitate come nell’uomo moderno? Non abbiamo elementi obiettivi per rispondere a queste domande ma  entrambe le ipotesi sono plausibili.

 

Osservando gli altri rappresentanti del mondo animale, in particolare mammiferi,  per certi versi, vicini all’ uomo, si possono fare ragionamenti per analogia. Non tenendo conto del Paleoclima e degli eventuali spostamenti degli animali, si può constatare che tuttora nell’Africa equatoriale e subequatoriale vivono mammiferi che hanno perso completamente i peli del tegumento e hanno acquisito un ispessimento e inscurimento della pelle.

Si trovano in questa situazione, ad esempio, gli elefanti, i rinoceronti e gli ippopotami. Si potrebbe quindi concludere che la perdita dei peli ed il contemporaneo ispessimento e inscurimento della pelle potrebbe rappresentare un vantaggio selettivo per sopravvivere in quelle latitudini nelle quali l’ irradiazione solare raggiunge la massima intensità. Una pelle con tali caratteristiche riflette maggiormente i raggi solari e impedisce la loro penetrazione in profondità. Anche l’uomo quindi potrebbe aver beneficiato di questo vantaggio della selezione naturale fin dalla sua origine.

 

D’altra parte i rappresentanti del regno animale, e in particolare i mammiferi, dotati di una folta e lunga peluria, vivono in prevalenza nelle regioni con clima freddo. Queste osservazioni ci inducono a dedurre che la presenza di peli folti e lunghi rappresenta un fattore di protezione nei confronti dei climi freddi ed ha invece minore importanza nelle regioni equatoriali e subequatoriali.

 

Verosimilmente nello stadio nel quale l’uomo, o il suo progenitore, aveva il tegumento  ricoperto di peli la pelle vera e propria non conteneva melanociti e quindi non aveva pigmento. Probabilmente i melanociti erano localizzati nel bulbo pilifero ed avevano esclusivamente la funzione di produrre la melanina che serviva a colorare i peli e solo in una fase successiva dell’evoluzione i melanociti si sono spostati andando a diffondersi nell’intera cute.

 

Questi ragionamenti ci indirizzano sulla conclusione che l’apparato tegumentario e in particolare gli annessi piliferi del nostro progenitore non differiva presumibilmente da quello dell’uomo moderno, fatta eccezione per il suo colore. Se consideriamo la latitudine nella quale l’uomo ha compiuto la strada più lunga della sua evoluzione dobbiamo concludere che in origine tutti gli uomini avevano la pelle scura. In origine eravamo tutti negri e solo in seguito alle migrazioni, e quindi alla modificazione  della intensità della radiazione solare, che diminuisce con l’aumento della latitudine, il colore della pelle si è schiarito e oggi ci troviamo di fronte a questo mosaico di colori che partendo dal nero intenso dell’Africa Nera, appunto, sfuma fino a diventare giallo roseo nel Nord dell’ Eurasia e dell’America.

 

Il colore della pelle non dipende solo dalla quantità e dalla qualità del pigmento ma anche dal suo spessore che diminuendo fa trasparire il colore rosso del sangue che scorre nei vasi dando origine a una numerosa sfumatura di colori. Dipende inoltre da altri pigmenti che vengono introdotti con l’alimentazione e che vanno a depositarsi nella pelle come ad esempio il beta-carotene che gli conferisce un colore giallo oro. Dipende anche dal deposito di altre sostanze che vengono prodotte dal metabolismo del corpo, in situazioni sia fisiologie che patologiche,  e che vi si depositano.

 

Esiste anche una situazione nella quale si ha l’assenza completa di melanina, ma siamo già in una condizione patologica che si chiama albinismo. In questi malati la cute assume un colore bianco roseo, i capelli sono bianchi fin dalla nascita e gli occhi hanno un coloro rosso in quanto assumono lo stesso colore dei vasi sanguigni sottostanti (situati all’interno dell’occhio).

 

Il colore della pelle è un carattere ereditario determinato geneticamente e si trasmette con un meccanismo di dominanza incompleta.È controllato da almeno 17 geni (questo è il numero dei geni che finora si conosce ma è destinato ad aumentare nel tempo) ciascuno dei quali ha tante  forme alleliche quanti sono i colori della pelle che si osservano nelle varie latitudini.

 

Si può dunque ribadire che il colore della pelle dipende dalla latitudine nella quale vive una popolazione. L’intensità più o meno scura dipende in larga misura dalla presenza, dalla quantità e dalla qualità di un pigmento che si chiama melanina.

 

Esistono due tipi di melanine: le eumelanine e le feomelanine. Le prime sono dei pigmenti insolubili, marroni o neri, contenenti carbonio idrogeno e azoto. Le feomelanine invece sono dei pigmenti solubili nella soda, gialli, bruni o rossi, che in aggiunta agli elementi costituenti le eumelanine contengono zolfo. Queste diversità non indicano che la loro produzione avvenga per vie metaboliche distinte: la via metabolica di produzione di entrambi i pigmenti è la stessa. Per questo motivo molti studiosi pensano che questa distinzione sia puramente teorica e che la differenza tra i due tipi di melanina dipenda semplicemente dalla diversa percentuale di composti solforati contenuti nella molecola.

 

Concludendo si può affermare che tutti gli uomini appartengono alla stessa specie e sono quindi uguali a prescindere dal diverso colore della loro pelle.