Le storie d’amore non sono mai uguali. Chi ne vive una o l’ha vissuta, conosce bene quel sentimento ineffabile che regala dolci illusioni, trasmettendo un senso di unicità e privilegio: ci si incontra e ci si sceglie tra tanti, come interpreti di un inconsapevole copione, scritto per noi da chissà quanto tempo. Amori importanti ed esclusivi, che non sono i soli a far battere forte il cuore. Ne esistono altri, molto più intimi e immateriali, che giacciono dentro di noi in attesa di essere rivelati. Amori che ci scelgono, prima ancora di essere conosciuti, dando nuova linfa e intensità alla nostra esistenza. Sono loro a farsi scoprire, come preziosi tesori nascosti che finalmente vedono la luce e non possono più essere taciuti. La loro voce prende il sopravvento e a parlare non è più l’uomo ma il poeta, colui che è capace di trasformare in musica e sentimento tutto ciò che osserva e percepisce.

 

“La poesia non è l’esercizio di una passione ma un grande dono, una chiamata per chi possiede doti innate”. Ad esprimere questo pensiero è Antoni Maria Pinna, classe 1941, trentadue anni di onorata attività poetica, ricompensata da innumerevoli riconoscimenti. Schietto e loquace, Pinna descrive con semplicità il percorso della propria esistenza, scandita dal cantare in versi e trascorsa raccontando le vite altrui, mettendo a nudo la propria anima e, insieme ad essa, quella dell’umanità intera. L’incontro con la poesia rappresenta un momento di svolta, colpisce come una folgorazione: ti cambia nell’intimo, accendendo sensazioni che essa solo è in grado di interpretare.

 

”Il poeta è lo stilista della poesia, colui che le da forma, la veste, ne cura la metrica, cucendole addosso un abito straordinario, bellissimo ed unico” dichiara con enfasi Pinna. Il suo esordio in campo poetico risale al periodo della giovinezza, quando si dilettava ad improvvisare versi sognando di salire sul palco a cantare. “Mi piaceva moltissimo la poesia a bolu – racconta – ma purtroppo mio padre non voleva che intraprendessi questa strada”.

 

Figlio d’arte del famoso poeta Giorgio Pinna, Antoni Maria non ha appreso in casa questo mestiere. Suo padre è stato per lui un grande maestro di vita, ma coloro che l’hanno incitato a scrivere ed hanno creduto nelle sue capacità poetiche sono stati Forico Sechi e Don Dettori. ”Li incontrai per la prima volta nel 1978 al premio Ozieri, e subito divennero per me due maestri. Mi si affezionarono come se fossi loro figlio, e mi spronarono a comporre altre poesie, dandomi suggerimenti su come affinare la tecnica”. Per chi stende versi è essenziale saper padroneggiare diverse forme di scrittura. “Il poeta non si può fossilizzare su unico genere, ma deve crearne di nuovi, imparando a sperimentare – spiega Pinna -. La sua competenza infatti deve essere ampia, aperta all’utilizzo anche di quei versi tradizionali che oramai vengono trascurati”. Nelle sue poesie non manca dunque l’audacia dell’innovazione, frutto di una raffinata abilità che si esprime in forme particolari. “Chi scrive non lo fai ma per se stesso ma per gli altri- afferma, riuscendo a rapire con grande facilità l’attenzione di chi ascolta -. La poesia fa soffrire, è partecipazione.

 

Quando si viene a conoscenza di situazioni difficili, quando si vedono in televisione delle scene agghiaccianti, emerge forte il desiderio di scrivere, di dar voce a quel dolore. Nel momento in cui la poesia prende forma, dando espressione a tutte le sensazioni provate, ti senti finalmente libero, rasserenato”. Ma il compito del poeta non si esaurisce una volta che i suoi versi trovano collocazione. Egli ha il dovere di occuparsi anche della cultura, di salvaguardare le tradizioni e la storia locale. “Il legame che ho con il mio paese è molto forte – racconta Pinna parlando di Pozzomaggiore-. Purtroppo molti aspetti del passato sono andati perduti, e me ne dispiaccio molto perché il ricordo di ciò che è stato fa parte anche delle nostra vite, ci riguarda in prima persona”.

 

Il premio poetico dedicato alla memoria del padre Giorgio Pinna si inserisce in questa linea di impegno culturale a cui Antoni Maria si sente chiamato. Nata nel 2004 sulla scia del vecchio premio Meilogu, la manifestazione rappresenta un momento importante per il paese ed un ulteriore valido punto di riferimento per coloro che si dilettano a poetare in lingua sarda. “Finché esisteranno i premi letterari, la nostra poesia potrà avere un futuro che ritengo positivo. È indispensabile però valorizzare e incoraggiare i giovani che si avvicinano a questa forma artistica, affinché ci sia un ricambio tra i poeti e le nuove leve si formino prendendo spunto da chi ha più esperienza, e può trasmettere loro il proprio sapere”.

 

La poesia stessa negli ultimi anni è cambiata, si è rinnovata. I temi affrontati non sono più quelli soliti proposti della tradizione, ma ne sono subentrati altri legati all’attualità, alla cronaca, ai disagi sociali ed alle ingiustizie. Il premio Giorgio Pinna, svoltosi a Pozzomaggiore a fine agosto, verrà riproposto a Pisa il 22 novembre, grazie alla bella collaborazione nata con il circolo culturale Grazia Deledda. “Per merito della poesia ho avuto la possibilità di conoscere nuove persone e di viaggiare ma soprattutto ho avuto l’onore di rappresentare la nostra lingua nella penisola italiana ed anche all’estero, luoghi in cui la sardità si avverte in modo più sentito”. La poesia ha contribuito ad impreziosire la vita di Antoni Maria Pinna, che è divenuto un uomo di grande ricchezza d’animo ed ha mantenuto uno spirito giovane e vivace, attento e vicino agli altri. I suoi versi sono un omaggio all’amore, alla pace ed al perdono e, anche quando sono velati da una nube di tristezza, si aprono infine alla speranza.

 

Recentemente è nata inoltre un’interessante collaborazione col tenore Santa Sarbana di Silanus, che ha inserito nel proprio repertorio alcuni dei suoi versi. Saper padroneggiare l’arte poetica, è un privilegio raro di cui non tutti possono godere. Per chi la esercita e ne segue il richiamo, la ricompensa più grande che la poesia concede è quella dell’eternità, un canto perpetuo che niente potrà mai spegnere. Ancora meglio se le parole di questo canto saranno pronunciate nella nostra amata lingua madre.

 

 

Sa lughe de s’ànima

 

 

Su tempus passat e subra sas palas

sos annos mi nd’imbolan pesos graes,

e non sun frutos chi mujan sas naes

de custu viver meu: sun turmentos

chi m’intregat s’andanta a passos lentos

ch’essera unu puzone fertu in alas!

 

S’intrinada chi miro in s’orizonte

a cust’andera mia l’assimizo:

su sole est dende ‘olta e mi nd’abbizo

chi sa nott”e sas umbras s’avvicinat,

ma s’anima non trimet, ne s’unchinat

a tantu iscurigore ch’est de fronte!

 

Sa vida andada at postu in marrania

sas fortzas poderosas e sos brios,

ma non sun mortos sos beranos mios:

sun in s’ànima gàrrigos de lughe

faghinde fiorire custa rughe

ch’a betzesa mi faghet cumpagnia!

 

Ite contat s’edade s’in su sinu

juto s’ànima atzesa chi mi ghiat

galana che pitzinna e mi nd’imbiat

versos amenos ch’essera poeta,

pro cantare a sa vida in palaeta

cantones chi fiorin su caminu?

 

Su caminu chi rìpidu presentat

a sos passos pedrosu un’istrintorzu

non lu timo, ne timo su puntorzu

de sos males chi punghen sa carena:

s’in buca juto una cantone amena

sa ‘etzesa ‘e sos annos non s’ammentat!

 

Est intro ‘e me chi giòvanu mi sento

cando canto in sas dies ch’atraesso,

e si pro casu a currer non resesso

non m’importat: a passu lentu isterro

cantu ‘e viver mi restat e m’afferro

a sa lughe de s’ànima… E m’apento!