La pratica venatoria è comune a quasi tutte le culture. Molti i dibattiti che vedono contrapporsi posizioni e sentimenti favorevoli e contrari, ma poche le discussioni in cui gli accaniti sostenitori e gli abolizionisti si misurano, rispetto a ciò che essa da sempre simbolicamente rappresenta.

 

L’analisi qui proposta riguarda il territorio della Sardegna, preso in esame dall’antropologo Vincenzo Padiglione e da molti altri autori (anche isolani), i quali, evitando giudizi etici e moralistici, si sono impegnati nella comprensione di quest’attività che assurge a rituale da tempi immemorabili. La mediazione simbolica si presenta come necessaria all’analisi, poiché rappresenta un’elaborazione d’immagini insolite del Sé e dell’Altro ove è possibile ritrovarsi.

 

 

Lo studio fu condotto dall’illustre ricercatore nel biennio 1984-86, e aveva come obiettivo prioritario l’acquisizione di materiali sulla caccia al cinghiale nel territorio isolano. La prospettiva di Padiglione è che l’attività della caccia contenga una stratificazione di concetti e una ricchezza di tonalità espressive talmente ampia da essere percepita con difficoltà dall’osservatore esterno. Molto spesso anche coloro che si dedicano assiduamente alla pratica venatoria, lo fanno compiendo un rituale di cui non intendono pienamente il significato poiché (come accade per molti rituali) il significato è insito nell’azione e non in ciò che essa rappresenta.

 

 

Identità tra Uomo e Animale.

 

 

Diversi aspetti rilevanti mostrano coincidenza tra il comportamento di caccia negli animali e nell’uomo. Esaminando le varie tecniche di caccia -inseguimento e/o appostamento, mimetismo- si può intuire che entrambi utilizzino lo stesso tipo di registro tecnico. Ambedue compiono battute di tipo individuale o collettivo e in quest’ultimo caso il gruppo dei maschi (es. tra i primati) trae dalla partecipazione alla caccia un forte effetto socializzante (Hall, Tiger). Molti animali sociali usano spartirsi la preda seguendo dei criteri di priorità che si possono ritrovare nell’attività venatoria umana.

 

 

Va precisata inoltre la presenza di regole intrinseche all’attività stessa. Questa infatti è regolata da codici più o meno formali che servono per precisare chi può partecipare alla caccia (maschi adulti con precise precauzioni), come (utilizzo di determinate tecniche e armi), quando (periodi convenuti). La lotta tra le specie secondo Timbergen e Eibel-Eibesfeldt, pone in contrapposizione i forti, gli ambiziosi e vuole essere essenzialmente dimostrativa. Infatti viene attuata oltre che per l’ambizione verso la preda cacciata, anche per denotare gerarchie sociali nell’accesso ai beni sessuali, territoriali, alimentari, nonché per creare vincoli tra i componenti della società in cui si esprime. La caccia rappresenterebbe quindi una metafora ove la competizione fra uomini si manifesta in un rituale con valenza dimostrativa.

 

 

Il Valore e la Caccia

 

 

Attraverso le pagine di Emilio Lussu si può approfondire l’importanza attribuita in passato alle capacità venatorie necessarie all’uomo di valore per definirsi come Patrizio. Lo scrittore narra a proposito di Armungia, suo luogo natio, di una comunità montana regolata da un patriziato di anziani pastori cavalcatori e cacciatori eccellenti. Se il pastore cavaliere non era un tiratore eccellente il suo patriziato veniva notevolmente imbastardito. Esistono in Sardegna ulteriori comportamenti collettivi che si possono identificare come possibili espressioni di dimostrazione di valorosità, assimilabili all’universo della caccia.

 

 

Il termine cassa non individua solo le pratiche venatorie rivolte a specie selvatiche da predare. Lo stesso termine è utilizzato in occasione della cattura-domesticazione di esemplari selvatici di specie domestiche. Un esempio è la cattura dei cavallini della Giara, regolata da scadenze fissate dalla tradizione. I branchi vengono accerchiati da uomini a cavallo e fatti convogliare a valle per essere marchiati e condotti alla macellazione.

 

Tale opera di controllo e selezione prende il nome di cassa, poiché gli allevatori si comportano nei confronti di questo tipo di bestiame come durante una battuta di caccia al cinghiale, essendo anch’essi animali selvatici. Altra occasione di caccia si può ritrovare a Guasila durante la festa patronale della Vergine Assunta. In questo luogo viene organizzata una sorta di rodeo noto come Sa cassa de s’achixedda la caccia della giovenca, dove i partecipanti dànno dimostrazione di prodezza e coraggio nell’immobilizzare una vitella selvatica. In tutto lo scenario della caccia si assiste al tentativo di rendere docile, o comunque di dominare ciò che è selvatico, indomito e quindi non appartenente alla sfera d’influenza umana. L’attività produttiva si trasforma in celebrazione e verifica delle attitudini virili degli uomini di una data comunità.

 

 

La presenza nei carnevali sardi arcaici di figure indomite, animalesche e del loro domatore evoca pantomime di caccia e di fatto, dove gli uomini si propongono come tutori della comunità attraverso la predominanza su tutte le creature più pericolose e selvatiche. Protagonista delle rappresentazioni carnevalesche è l’animale imbestialito che minaccia e spaventa gli astanti, ma che soccombe sotto il bastone e le catene dell’uomo, il quale, come la fiera che conduce, presenta un aspetto selvatico e rude. Anche egli per poter dominare la bestia deve assumerne quasi le sembianze per misurarsi con essa e sconfiggerne la natura selvaggia.

 

La cattura rappresenta nell’immaginario collettivo l’atto feroce primitivo che ha reso possibile la nascita della vita pastorale e delle comunità che con essa si sono sviluppate. La salvaguardia del bene comune è rappresentata dal controllo che l’uomo impone sulla natura rendendosi pronto e capace di affrontare i suoi lati più terribili, contenendola nei suoi aspetti più sfuggenti. Il cinghiale in tutto questo evoca l’ineffabile, contro cui l’uomo da sempre si confronta per comprendere il perché egli stesso sia riuscito ad evolversi dal suo stato di selvaggio.