I soliti ignoti bene informati, dicono di avere le prove che i Figli di Iubal suonavano sin dall’età della pietra, di caverna in caverna, per pochi sorsi di vino e qualche coscia di prolagus sardus. Altri sostengono invece che sono solo sbandati armati di musiche folli, reduci dal primo conflitto mondiale e da allora girovaghi per le vie polverose dell’isola magica. Qualcuno si azzarda addirittura a dire che siano pirati in fuga da piovre giganti, contrabbandieri macedoni scampati all’arresto, fiancheggiatori di Tito esiliati alla caduta del regime. Nuove indagini chiariranno gli equivoci. Intanto Làcanas, tra vedere e non vedere, ha intervistato Carlo Doneddu, chitarra e voce dei Figli di Iubal. Non sia mai che getti la maschera…

 

– Ciao Carlo, chi sono i Figli di Iubal?

 

Nascono nel primo 2003 dalla formazione che mi accompagnò, come cantautore, al concorso Ivan Graziani, che vincemmo, e al premio Faber dedicato a De Andrè, che ci vide secondi. Fresco di diploma in chitarra classica, smaniavo di darmi alla mia musica, che avevo fatto aspettare per anni. Visto che il gruppo funzionava l’abbiamo battezzato, intavolando un progetto comune, artistico e umano. Da allora la band è cambiata, ma lavorare con bella gente è sempre prioritario.

 

– Cos’è questo nome?

 

Alticcio, incappai nella sacra Bibbia. Stirpe di Caino. Ecco Iubal: “padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto”. Dissi alla fidanzata: se avrò un gruppo lo chiamerò Figli di Iubal! Così fu. Fra l’altro Iubal è fratello di Iabal: “padre di coloro che vivono presso il bestiame”, e visto che ci piace pascolare…

 

– Che genere fate?

 

La critica ci vorrebbe votati al ‘dio Capossela’, ma le fonti d’ispirazione sono numerose. La nostra estrazione è prima classica, poi jazzistica. Misceliamo le componenti in forma etnica, guardando all’est europa, alla musica tzigana e kletzmer. Tutto sta in un contenitore: la ‘canzone’ alla francese. Nella composizione siamo liberi, ogni pezzo ha una storia, arriva da universi lontani, sconosciuti anche a noi stessi…

 

– Ci racconti i vostri due album?

 

Figli di Iubal – 2004, Sciopero records – è un disco intimista dove convivono arie balcaniche, chanson, un brano in logudorese e una sorta di bossa che sfocia in un valzer. Nei testi i miei ricordi filtrati da sogni e bicchieri di wat 69… Un anno sull’altipiano-opera da due soldi – 2006, Elicriso Music – è un concept-album ispirato da Lussu, il cui antimilitarismo è riproposto in un doppio livello temporale. La Grande guerra e gli attuali conflitti internazionali, che alla scrittura del disco vedevano l’Italia in prima linea affianco agli Usa nella ‘guerra santa’ al terrorismo. Mi sembrava interessante trovare parallelismi fra questi momenti storici, visto che la Sardegna fornisce ancora la ‘mano d’opera’ e che, se un tempo l’esercito ci obbligava al fronte con la minaccia della morte, ora le minacce sono disoccupazione e disagio sociale. Questo non vuol dire che non possiamo trovare o non troviamo alternative all’esercito. Oggi si può decidere, e su questa base mostriamo il nostro punto di vista. Così nasce il disco, da motivi più etici e morali che politici, come può apparire di primo acchito. Un anno è uno spettacolo teatral-musicale, una sorta di opera lirica satirica, dove raccontiamo di un disoccupato sardo che per fuggire dall’alienante vita del bar – il Locale lercioso, brano di apertura del disco – si arruola. Passa per la Maddalena, per il giuramento, e si ritrova, alla vigilia della partenza in missione, a leggere il romanzo di Lussu. Addormentatosi col libro fra le mani, ne sogna i personaggi così vicini alla sua condizione…

 

– I dischi sono scaricabili liberamente dal vostro sito, perché?

 

Un nostro disco stampato costa 10 euro, tolte le spese ce ne entrano circa la metà. Venderne anche cinquemila – e oggi è impossibile – non ci cambia la vita. Diverso è vivere dai concerti. Puntiamo a farci conoscere su internet, se poi chi ha scaricato il disco se n’è innamorato, lo comprerà al concerto.

 

– Qual è il rapporto tra Figli di Iubal e Sardegna?

 

È strano rispondere ora che col nuovo bassista Fabio Selis e il nuovo batterista Tony Garcia stiamo a Barcellona. L’appartenenza alla terra madre è indiscutibile. E retorica a parte l’Isola è il centro del nostro lavoro. Seppure la Spagna offra più possibilità e utenze per la nostra musica, è indubbio che l’universo Sardegna sia ideale per trovare una dimensione artistica, forse perché nel silenzio è più facile ascoltarsi…

 

– Com’è il panorama musicale isolano?

 

Ottimo. La percentuale di produzioni di qualità è enorme. Qui a Barcellona ci sono musicisti incredibili, però mancano i progetti: la cosa più importante. Per metterne su di buoni serve tempo, e la Sardegna è una ‘fabbrica di tempo’. Là dove non c’è la possibilità di suonare forse aumenta il tempo per creare, guardarsi dentro ed essere critici. Dove invece ‘essere esportati’ è difficile per costi e mancanza di visibilità, cresce la voglia di far meglio per guadagnarsi le cose col sudore. In pochi ce la fanno, perché essere sardi a volte vuol dire dover essere folklorici a tutti i costi, per rientrare in quella scatola dell’identità che, spesso, anziché affermazione di sé è un piegarsi allo stereotipo, con le pecore su palco e una coda di volpe attaccata alla chitarra… Ma gli altri siamo anche noi, non solo i turisti. Quello che esce da queste logiche e nasce dalla purezza e dal silenzio che la nostra terra offre, è un fiore nato sulla pietra.

 

– Quali sono i musicisti che stimate?

 

Premetto che i Figli fanno parte del consorzio ‘Quintomoro’, che partendo da una comune idea artistica riunisce un millesimo della galassia musicale sarda. Ma è appena nato e crescerà. Ne fanno parte i Nasodoble, un originale gruppone sassarese che spazia tra rock, musica popolare, jazz anni ‘70, teatro, poesia e carnevale. I Pedditzi trasporti: una tribù di matti del Capo sud che a suo dire suona ‘musica forestale’. E la Uanciù… free marching band: primo e unico esperimento di dixieland sardo. Presto il Quintomoro metterà in rete il suo portale, dove si potranno scaricare gratis i dischi dei consorziati. Tra i gruppi che stimo cito Chichimeca, Andhira, Rossella Faa, Gavino Murgia, Gianni Piras, Riccardo Pittau, Nati strani, Primo chef del cosmo, Menhir, A58, Atro, Mucca macca, Ratapignata, Train too roots, Barrio sud, Claudio Sanna e Franca Masu sul versante algherese, Marino de Rosas, Alma mediterranea, Tamurita, Cordas, Mario Brai, Elena Ledda… Tutte produzioni originali! Contando che ne ho elencato l’uno per cento, penso sia una bella risorsa per l’isola.

 

 – Cos’è per te la musica?

 

Una maniera per osservare e osservarmi, giocare, mangiare, conoscere, viaggiare… Soprattutto è la mia maniera per pregare. In realtà ha assunto così tante funzioni nella mia vita che a volte vorrei provare a lasciarla per vedere cosa rimane di me…

 

– I Figli di Iubal hanno un sogno nel cassetto?

 

Sicuramente sì: uscire dal cassetto.