Ci sono tempi in cui il desiderio di tacere prevale sull’effimero tentativo di esprimersi a ogni costo pur tralasciando il valore che le parole portano con sé. E tali silenzi sono dettati dall’impossibilità di conferire al pensiero capacità comunicativa pregnante. Le vicende personali o quelle che coinvolgono intere generazioni vivono solo se la lingua viene considerata come rifugio di libertà. Come può allora la parola, scritta o pronunciata, trasmettere un messaggio anche quando la verità che evoca riapre delle ferite in realtà mai sanate? L’impegno dello scrittore – e dunque anche quello della letteratura – consiste nell’utilizzare con coscienza le parole e andare incontro alla verità come essa si presenta anche e soprattutto nei momenti più cruciali della storia.

 

Lo insegna la letteratura tedesca del dopoguerra cosa si intende per coscienza critica in un momento in cui la miseria fisica rispecchiava quella ideologica e la volontà di ricominciare non poteva prescindere dall’affrontare quel passato così recente, soprattutto in una società troppo impegnata nella restaurazione materiale e politica. Agli inizi degli anni ’50 Heinrich Böll, scrittore di Colonia e futuro Premio Nobel per la letteratura aveva definito quella giovane letteratura Trümmerliteratur, la letteratura delle macerie, nella convinzione che dovesse iniziare il suo ragionamento proprio a partire dalla distruzione ovunque visibile.

 

La letteratura perciò intendeva svolgere un ruolo di lutto e ricordo che le istituzioni continuavano a respingere e si proponeva di educare le coscienze ad una riflessione critica e profonda. Raggiungere tale obiettivo cercando di coinvolgere le persone in questo confronto con la propria storia passata e presente presentava molti ostacoli, ma era necessario per assicurarsi un futuro migliore. La patria dei Dichter und Denker, poeti e filosofi, ha sempre mostrato una particolare attenzione per la letteratura e già negli anni ’20 del ‘900 venivano pubblicati nelle riviste che si occupavano di cultura racconti di diverso tipo. Attività che riprese a vivere negli anni successivi al secondo conflitto mondiale e trovò ampio successo tra il pubblico. I quotidiani in particolare offrivano la possibilità di entrare in contatto con la letteratura pubblicando un inserto settimanale grazie al quale i giovani autori tedeschi riuscivano a presentare le loro prime opere.

 

La crescente richiesta di racconti da parte dei giornali non rendeva comunque le cose facili agli scrittori. Fu la Renania settentrionale-Vestfalia a veder nascere nel 1953 la prima delle cinque agenzie letterarie in Germania. Di origini americane, la figura dell’agente letterario si poneva come mediatore tra l’autore e la stampa. La signora Gunhild Kunz, nata nel 1930 a Chemnitz, non lontano da Dresda, e giunta a Gelsenkirchen dopo varie peregrinazioni per la Germania, accettò volentieri l’invito offertogli da Heinrich Böll (che era stato in campo di prigionia americana con suo marito Philipp Wiebe) di aprire un’agenzia che si occupasse della valorizzazione dei racconti e delle “Short Stories”. Fu proprio lo scrittore di Colonia agli inizi del suo successo a consegnare all’agenzia “Ruhr-Story” i primi racconti. Al numero 5 di Hausfeld iniziarono ad arrivare numerosi racconti di altri scrittori. Insieme ad H. Böll, l’agenzia iniziò il suo lavoro con gli scritti di Reinhard Federmann e Milo Dor e con la collaborazione di quattro giornali. In seguito altri autori che rappresentano un punto di riferimento per la letteratura tedesca (e non solo!) come S. Lenz, I. Aichinger e G. Grass collaborarono con l’agenzia. Fu uno scambio di favori: gli autori che si rivolgevano all’agenzia sapevano che i loro scritti sarebbero stati valutati in maniera rigorosa e puntuale e al tempo stesso le redazioni dei quotidiani erano consapevoli che ciò che arrivava dalla “Ruhr Story” meritava di essere letto.

 

E certo i passaggi per giungere ad una mediazione positiva non erano pochi. Una volta ricevuto il manoscritto, la signora Kunz lo leggeva con attenzione per valutare se meritasse la pubblicazione. Nel salotto della sua casa mi racconta le difficoltà e le soddisfazioni di un lavoro impegnativo eppur piacevole. “La cosa più importante per me era la qualità del testo. Il racconto doveva presentare una struttura adeguata e logica, uno stile consono e una lingua che rispecchiasse realmente i personaggi del racconto”. Alla fatica della lettura ne seguiva un’altra non meno pesante: seduta dinanzi alla sua macchina da scrivere batteva il testo da spedire al quotidiano o alla rivista. I destinatari dovevano essere naturalmente scelti con cura. Lo stile del racconto doveva essere conforme a quello del quotidiano scelto.

 

Concluso il lavoro di battitura e operata la scelta del giornale non rimaneva che spedire il tutto e attendere una risposta della redazione. Normalmente la signora Kunz spediva sempre almeno tre racconti di uno stesso autore per offrire al giornale una più ampia possibilità di scelta. Alle volte la redazione accettava di pubblicare un racconto, alle volte rispediva il testo al mittente, altre invece non dava alcuna risposta. Se la collaborazione aveva un esito positivo la pubblicazione poteva avvenire nell’arco di due settimane ma potevano trascorrere anche quattro-cinque mesi prima di dare alle stampe il racconto. L’ultima fase della collaborazione riguardava l’onorario che giungeva a pubblicazione avvenuta e che spettava per il 70% all’autore e per il restante 30% all’agenzia.

 

Nell’archivio dell’agenzia ogni autore trovava il suo posto insieme ai suoi racconti. L’agente doveva poi prestare particolare attenzione ad esempio a che il racconto di un autore non apparisse contemporaneamente nei quotidiani di una stessa città o regione. Per questo motivo nello schedario dei quotidiani la signora Kunz annotava puntualmente ciò che essi avevano già pubblicato e di quali autori. Tra gli anni ’60 e ’70 l’agenzia conobbe il suo periodo più importante considerato che allora curava 20-25 autori e si serviva della collaborazione di 60 tra riviste, quotidiani e periodici. Negli anni ’80 e parte di quelli ’90 l’attenzione venne poi rivolta con sempre più interesse ai racconti polizieschi fino a giungere poi ad un quasi totale disinteresse per la letteratura e ad un fiorire di inserti riguardanti lo sport e la tecnologia.

 

A questo si aggiunse la carenza di racconti perché soprattutto gli autori divenuti famosi si erano dedicati di più alla scrittura di libri e non trovavano il tempo per continuare con il primo percorso letterario da loro intrapreso. Inoltre presentava maggiori difficoltà: nello spazio di poche pagine si doveva costruire una storia convincente, dare vita a personaggi affascinanti e trovare una conclusione logica al racconto. “Del mio lavoro mi è sempre piaciuto il momento in cui ricevevo manoscritti nuovi: avevo sempre qualcosa di nuovo da leggere e già dalle prime righe pensavo immediatamente alla loro collocazione migliore”, mi dice la signora Kunz che da un anno a questa parte ha concluso l’attività dell’agenzia dopo 53 anni di intenso lavoro. Molte cose non le ha più con sé, la prima macchina da scrivere, i manoscritti, le lettere ai quotidiani. I ricordi invece ci sono tutti e nemmeno un granello di polvere potrebbe offuscare l’importanza di questa sua attività che è stata al tempo stesso storia personale e storia collettiva di una generazione di scrittori che hanno avuto l’opportunità di raccontare il loro tempo anche grazie al lavoro dell’agenzia. Rimangono anche la sua incredibile passione per la lettura e per la vita. Grazie, Gunhild, e ricorda: “Die Hoffnung ist wie ein wildes Tier, das nicht so leicht totzukriegen ist” (La speranza è simile a un animale selvaggio: difficilmente si riesce ad uccidere. H. Böll).