Sono schegge affilate gli Askra. Lampi di luce e giustizia in un mondo di lupi. Con le loro armi, la parola e la musica, sparano a zero sulla tirannia dell’uomo sull’uomo. E allora giù con temi come la miseria, lo sfruttamento, il diritto al lavoro, l’attacco alla dignità delle minoranze e dei popoli senza Stato.

 

La band, fondata nel ’93, nel suo cammino ha regalato al rock isolano quattro album imperdibili: A sa muta (1998), Gherramus tott’impare (2000), in tandem coi conterranei Kenze Neke, Yabastat (2001) e Hijos (2004). Alla produzione discografica la formazione di Siniscola ha affiancato un’intensa presenza nei palchi delle piazze isolane, diventando ormai ovunque conosciuta e apprezzata.

 

La lingua sarda, che vien fuori arroventata dalle loro bocche a cavalcare un crossover contaminato da punk, ska, hardcore, reggae, ribolle nel sangue e accende la voglia di ballare e scatenarsi. Sandro Usai, batterista e cantante già in forze ai Kenze Neke e da sempre dietro la grancassa degli Askra, ci racconta qualcosa sulla band.

 

Ciao Sandro. Gli Askra si offendono se qualcuno dice che sono nati dalla pianta dei Kenze Neke?

 

E quando mai: non si sta mica dicendo che sono nati sulla scia di Albano e Romina Power! E poi, è la verità. I Kenze Neke hanno messo un seme importante, da cui sono spuntati gli Askra, che però si sono evoluti seguendo un loro personale cammino. I Kenze Neke incarnano l’essenza del rock etnico, gli Askra invece sono più una band crossover. Le tematiche affrontate nei testi, comunque, continuano ad accomunarli.

 

Già da subito vi siete presentati come un gruppo fortemente “politico” e “polemico”: pensate che la musica sia un buon modo per smuovere le coscienze?

 

Sinceramente non credo che gli Askra siano una sorta di salvatori del mondo, o di redentori. Noi non vogliamo cambiare niente e nessuno. Cantiamo solo quello che abbiamo dentro. È la nostra coscienza che vien fuori quando mettiamo in moto la band.

 

Dalle vostre canzoni traspare una tensione verso il comunismo e, per l’Isola, un urlo d’indipendenza. Che Sardegna avete in mente?

 

Noi non guardiamo solo al nostro orto, cerchiamo di avere una visione più ampia delle cose. In Africa, in Sud America, in Medio Oriente e in tante altre parti del mondo ci sono situazioni politiche, economiche e sociali molto più gravi della nostra. Ecco: noi portiamo a questi popoli, che lottano per la loro indipendenza e per affermare la loro identità, la nostra solidarietà. Cantiamo i mali del mondo: dal Chiapas alla Palestina fino agli Indiani d’America, sterminati, umiliati e oppressi nella loro cultura.

 

Parliamo di ingiustizie, perché dove regna il capitale il pesce grande mangia quello piccolo e c’è chi si abbuffa come un porco e chi rimane senza nulla. Certo che l’indipendenza sarebbe un toccasana per la Sardegna. Ma questo non è uno spot elettorale, anche perché non mi riconosco in nessuno dei partiti o dei movimenti che oggi propugnano il distacco dell’Isola dall’Italia.

 

Parliamo di lingua sarda: siete per l’insegnamento nelle scuole, per una lingua comune o per cosa?

 

Siamo per tutto ciò che fa bene alla lingua, che per noi è un patrimonio grandissimo. Perderla significa rinnegare il passato, cancellare la nostra identità e dimenticare ciò che siamo. Perciò sì, insegnamo il sardo nelle scuole.

 

E non litighiamo sul come ancora prima di iniziare: partiamo e pian piano i problemi si risolveranno. Anche l’italiano prima di essere insegnato a tappeto nelle scuole e di essere sparato in radio e tv aveva mille sfaccettature, da Palermo a Torino, e ce le ha ancora, eppure ora c’è una lingua italiana comune.

 

E le basi militari? Che dite della pressione delle stellette sul territorio sardo?

 

Le basi sono un problema grosso e fastidioso. Anche perché sono tante, troppe. E’ necessario dare un taglio ai giochi di guerra: che tutti questi militari prendano baracca e burattini e se ne tornino a casa loro. Che poi è chiaro come il sole, ti prendono per fame, comprandoti con un tozzo di pane. Perché è come dire: servono posti di lavoro e allora ok, vendiamo eroina, vendiamo armi, vendiamo morte! Un modo davvero strano di risolvere i problemi…

 

Nel vostro ultimo album avete dedicto un bellissimo pezzo ad Antonio  Gramsci. Siete contenti che quest’anno Sa die de sa Sardigna sia dedicata proprio a lui?

 

Beh. Gramsci è per me il più grande intellettuale sardo. Un uomo che ci ha lasciato in eredità un immenso patrimonio morale e una coscienza politica veramente preziosa, da cui attingere per creare una società più giusta.

 

E allora sì: più volte viene ricordato, più volte la gente sente il suo nome e torna sul personaggio, e lo studia, e cerca di capirlo, e meglio è. Perciò mi fa piacere che Sa die di quest’anno sia dedicata a lui. Alla faccia di chi ultimamente cercava di nasconderlo in un angolino buio.

 

 

La formazione attuale degli Askra

 

 

Marco Cau: voce e chitarra.

Alessandro Chigini: chitarra solista e cori.

Sandro Usai: batteria e voce.

Mirko Carbini: basso.

Luciano Sezzi: sax.

Stefano Ferrando: voce e cori.

Homar Farjna: voce e cori.

official site: www.askra.it