Franco Madau non ha bisogno di presentazioni. È una sorta di Jim Morrison alla sarda: ma senza allucinogeni o follie compositive alla The End. Per lui la musica è il canto del popolo, il ritmo del cuore nostrano, la parola che l’amico sussurra all’orecchio dell’amico, il viaggio a piedi scalzi sulle spine, sui prati, sui solchi e sulle rocce che segnano la pelle della nostra madre antica.

 

La sua è la Sardegna de is pitiolus e de is pastoris, de is farcionis e de is massaius, de is emigraus e de is chi funt abarraus innoi, mancai a cartzonis stampaus, a papai pani e cibudda. Artista poliedrico e cantore di rara profondità, Madau pompa nelle vene dell’ascoltatore le sue arie romantiche o tempestose, cantando la ribellione e il diritto, il ricordo e il futuro, il paesaggio e l’animo. Alla vigilia dell’uscita di Gennas, il suo nuovo lavoro discografico, il musicista di Tuili si racconta ai lettori di Làcanas.

 

A quando il lancio del nuovo album?

 

Penso sia tutto pronto per aprile.

 

Di che tratta?

 

È un viaggio nella nostra identità.

 

Identità: cos’è quest’illustre sconosciuta?

 

Semplicemente una sicurezza. Una lingua, un luogo, una civiltà e una cultura.

 

E poi?

 

E poi vengo fuori con un disco di ballate, con dentro una canzone di mezz’ora che racconta di un ragazzo partito in guerra e mai più tornato. L’ho scritta per ricordare l’avventura sarda nella Grande Guerra: 13.602 morti. Si sono presi la nostra gioventù migliore: si dd’ant posta in culu.

 

Lei ora è un signore con la barba lunga, ma cosa ricorda della sua infanzia a Tuili?

 

Ho vissuto in paese per i primi quattordici anni della mia vita. Tuili, come tutti gli altri paesi sardi negli anni ’60, quando la guerra era finita da appena quindici anni, soffriva gli strascichi di vecchie miserie. Sono stato educato ai lavori della campagna, a vivere semplicemente, così come viveva il mio popolo. Questo mi ha sempre accompagnato. Quando ho iniziato a cantare sono ripartito da lì: col filo della memoria mi son dato da fare per ricostruire la nostra storia, con la voglia di raccontarla e non solo di sentirla raccontare.

 

E che ci dice della sua avventura a Milano?

 

Sono emigrato nel ’69, a sedici anni, e ho fatto l’operaio fino al ’78. Ricordo che con i miei fratelli ci portavamo dietro un po’ di Sardegna: vino, olio, pane, per evitare che ci mancassero odori e sapori della nostra terra. Sicuramente soffrivo, ma è stato un periodo importantissimo: sono cresciuto, ho preso coscienza dell’etnos, della mia appartenenza a un popolo vivo.

 

Quali sono i temi cardine delle sue canzoni?

 

Nei pezzi parlo di me stesso: emigrazione, risveglio culturale, ribellione, diritto. Con un’immensa voglia di stare dalla parte dei diseredati.

 

A quali personaggi della storia sarda è legato maggiormente?

 

Mi affascina il primo Lussu, ma non il secondo. Poi adoro Cicitu Masala.

 

Quali sono i gap da colmare per far sì che l’Isola si esprima in tutta la sua potenzialità?

 

Bisogna buttare giù l’isolamento culturale. E per fare questo dobbiamo prima prendere coscienza della nostra civiltà. Ma se penso che oggi anche il parlare in sardo è diventato un fenomeno quasi di consumo e non di conoscenza…

 

Cosa pensa del momento culturale isolano?

 

Per quanto riguarda la letteratura c’è una bella rinascita, ma in italiano e non in sardo. Gli scrittori che usano la nostra lingua sono ancora troppo pochi per i miei gusti. La musica vive invece un periodo di tristezza: è trattata alla pari della musica italiana, ma noi siamo diversi. Non serve rivestire con un velo di sardità suoni che di sardo non hanno nulla: c’è insomma un po’ di confusione…

 

Cos’è S’ortu de is artis”?

 

È un luogo dell’anima, dove cerchi di edificare la società che vorresti. Io ho preso un immondezzaio, l’ho bonificato e l’ho trasformato in un posto pieno di bellezza dove incontrarsi, proporre, crescere tutti insieme. Abbiamo bisogno di posti simili, dove mettere a dimora i nostri semi migliori.

 

Mi detta un messaggio in bottiglia per i Sardi?

 

Conterranei miei non arrendetevi! Non delegate agli altri le vostre decisioni ma prendetele da voi. Non scoraggiatevi: ci aspetta un futuro migliore…