“Nàrami, pastore/ it’est chi t’incadenada/ a-i custos montes brujados/ ue rocas e bentu/ lean su respiru/ ue cumpanzu e isposa t’est/ sa solitudine antiga?/ Che luna pellegrina/ andas notte e die/ e che issa ses riccu/ de piuere e miseria”. (Raccontami, pastore/ cosa ti incatena/ a questi monti arsi dal fuoco/ dove le rocce e il vento ti privano del respiro/ e dove la sola compagna e sposa/ è per te la solitudine?/ Vaghi notte e giorno/ come luna pellegrina/ e com’essa sei ricco/ di polvere e miseria).

 

Le parole che Antonino Rubattu dedica alla figura del pastore mostrano l’aspetto triste e doloroso di un’esistenza fatta di solitudine, polvere e miseria. Un’esistenza comunque ricca perché un tempo la fortuna non si misurava solamente con la quantità di beni posseduti, piuttosto con le qualità personali di ognuno. “Est unu grand’ómine” dicevano i nostri avi tenendo in debito conto l’animo e la saggezza di qualcuno. E tale saggezza nasceva spesso e si temprava nella solitudine dei pascoli, nella durezza del lavoro quotidiano, nelle insidie della vita comunitaria che portavano ad una riflessione attenta delle parole, ma purtroppo tante volte anche al manifestarsi di istinti snaturati che aggiungevano sofferenze ad una vita già di per sé insidiosa e faticosa.

 

La figura del pastore rappresenta, in tutti i suoi aspetti, un punto di riferimento per la cultura sarda in generale, e per quella barbaricina in particolare. Non tanto e non solo perché l’attività del pastore è stata per tempo l’unica fonte di reddito di numerose comunità, quanto piuttosto per tutto quell’aspetto più nascosto di una maniera di vivere la vita, di pensare e affrontare le piccolezze quotidiane che hanno lasciato traccia e che, seppur evolute, rappresentano tutt’oggi un patrimonio custodito e da custodire gelosamente.

 

La comunità di Fonni è uno dei luoghi della Sardegna in cui la cultura pastorale ha trovato maggiore espressione e ancora racchiude al suo interno, pur nella modernità dei tempi odierni, segreti e sfumature di questo modo di essere e di vivere. Cercare di conservare questo patrimonio umano e culturale attribuendogli il giusto valore non significa trincerarsi dietro le proprie usanze o conoscenze evitando contaminazioni di altro genere. Piuttosto cercare di mostrarle agli altri, di farle rivivere non solo per se stessi, ma anche per chi ha interesse ad avvicinarsi ad un altro tipo di cultura.

 

L’amministrazione comunale di Fonni ha pensato di dare importanza al proprio patrimonio culturale inaugurando – il 7 dicembre scorso – il Museo della cultura pastorale. Potrebbe apparire una modalità scontata di salvaguardare il proprio patrimonio, che rivela un’enorme potenzialità per tutta la comunità. Bisognerebbe provare a cambiare prospettiva rispetto alle cose che ci circondano, imparando a vedere in esse innanzi tutto gli aspetti positivi per poi scrutare anche ciò che di negativo esse trasmettono.

 

Nella definizione di uno storico francese il museo mette in comunicazione il visibile con l’invisibile, gli oggetti con il ricordo che essi suscitano. La Prof.ssa Giannetta Murru Corriga, antropologa e curatrice dell’allestimento museale, intervenuta durante il convegno di inaugurazione, ha sottolineato l’importanza di questa istituzione, vista come luogo di memoria individuale e collettiva, all’interno della quale prende forma il mondo invisibile di chi ci ha preceduto. Ma l’antropologa ha anche sottolineato che il museo non presenta il reale, bensì un discorso costruito sul reale. Un discorso che diventa percorso storico e viaggio alla riscoperta e scoperta di tutta la comunità.

 

Il luogo di partenza è un ottocentesco edificio situato nel centro storico di Fonni, una vecchia casa di proprietà della famiglia Loddo Campana che conserva alcuni arredi originali, ma che è stata riadattata alla sua nuova funzione di museo. All’ingresso, dove si conserva l’acciottolato originale, un maestoso carro accoglie il visitatore e lo invita ad iniziare questo itinerario all’interno di una comunità pastorale. I ricordi cominciano a prendere forma nel rivedere i pastori fonnesi intenti nella preparazione della loro partenza autunnale verso luoghi pianeggianti che consentisseri alle greggi di continuare a vivere, giacché la rigidità dell’inverno non avrebbe garantito la loro sopravvivenza.

 

Erano necessari dai tre ai cinque giorni di viaggio a seconda della meta da raggiungere che poteva essere la zona dell’Oristanese, del Medio-campidano e della Nurra. Il belato delle pecore e il tintinnio dei campanacci che risuonano all’ingresso della casa evocano questa partenza e sottolineano il distacco dalle famiglie che si sarebbero riviste soltanto alla fine del mese di maggio.

Si osservano queste famiglie, riprese nella fierezza del loro fare quotidiano, in un gioco di fotografie sovrapposte le cui sfumature riproducono l’idea esatta di quello che potrebbe essere un ricordo, un gioco di luci e ombre che induce alla rievocazioni di situazioni realmente vissute. E in questo gioco nella ricostruzione di un identità colpiscono le immagini di famiglie numerose accompagnate dall’iscrizione di tutti i soprannomi esistenti nel paese, segno di distinzione e allo stesso tempo di appartenenza. Ma anche all’interno della stessa famiglia era piuttosto marcata l’appartenenza a ruoli sessuali e sociali precisi.

 

Se nella prima sezione del museo si dà spazio all’organizzazione pastorale nomade, nella seconda è la donna che domina la scena in quell’ambiente domestico all’interno del quale era necessario garantire la sopravvivenza della famiglia e la continuità del sistema pastorale. Il profumo del pane appena sfornato, il ritmico battere del telaio, il silente avvolgersi del filo di lana, la fatica del lavoro sui campi sono accompagnati dalle anninnias, dagli atitos e dalle batorinas che raccontano con suoni ancestrali lo scorrere ineluttabile del tempo fatto anche di solidi momenti celebrativi che riunivano la comunità rinsaldandone i legami.

 

I costumi, il pane votivo di S. Giovanni (su cocone de frores), le musiche del ballo e una superba interpretazione di una Processione a Fonni di Giuseppe Biasi restituiscono alla casa quell’atmosfera allo stesso tempo individuale e collettiva che ogni famiglia viveva. Il museo appare allora come “un’opera polifonica fatta di competenze diverse, di stili differenti, terreno di compartecipazione e contrattazione”, come ha affermato il Prof. Pietro Clemente intervenendo all’inaugurazione, mettendo in risalto anche la sua peculiarità nell’essere strumento di cittadinanza attiva.

 

È superata ormai la vecchia visione del museo come luogo chiuso e polveroso: esso è e deve essere centro attivo di formazione, strumento della comunità che ne fa uso per conservare la propria storia e per trovare sempre nuovi stimoli alla costruzione di un identità in continua evoluzione. Il ruolo stesso del pastore ha subito nell’arco dei decenni delle inevitabili trasformazioni.

 

Non cigolano più le ruote del carro attraversando gli stretti vicoli acciottolati: le macchine lo hanno sostituito. Ben visibili tali mutamenti nel secondo piano del museo interamente dedicato ai luoghi di vita e di lavoro del pastore, ai lavori quotidiani e a quelli stagionali senza mai perdere di vista il ruolo della comunità, intessuta di relazioni sociali, di solidarietà, ma anche di vendette. Lo sguardo al futuro è affidato all’ultima sala che, grazie alla postazione audiovisiva, propone tutte le attività artigianali presenti oggi nel territorio fonnese, che partendo dai saperi tradizionali hanno trovato nuove vie di sviluppo.

 

La comunità pastorale sopravvive ancora. In maniera differente, pur tra mille difficoltà che troppo spesso sono frutto del mancato lavoro e dell’assenza di cooperazione di chi dovrebbe occuparsi del bene di tutti e non solo del proprio interesse. Il patrimonio culturale resiste nonostante i venti omologanti dell’odierna civiltà. L’auspicio è che il viaggio intrapreso su quei carri carichi di speranze e di sofferenze non venga mai dimenticato e quelle immagini perpetuate tra le pareti di un museo possano servire al nostro futuro. Allora anche noi come l’austriaco Stefan Zweig potremo dire: “È il tempo a regalarmi le immagini, io aggiungo solamente le parole per raccontare qualcosa che in realtà non solo rappresenta il mio destino, ma quello di un’intera generazione”.