Parla quasi senza soluzione di continuità, Emilio Floris, come un avvocato difensore in un’aula di giustizia. Seduto su un divano del suo ufficio nel Palazzo di via Roma, ripercorre con la memoria il suo cammino di sindaco di Cagliari, giunto alla seconda legislatura, e si racconta con voce pacata. Non ama i toni retorici, elenca i problemi e li analizza secondo una visione larga, di taglio moderno. Parte dal basso e dà poi respiro al suo discorso.

 

“Stiamo procedendo seriamente alla costruzione della nuova città, nell’edilizia di tipo innovativo e nella riqualificazione del centro storico, con strutture già recuperate: Palazzo civico, Teatro, Passeggiata coperta e Ghetto degli Ebrei in via di ultimazione. E lavoriamo a riqualificare la città dal punto di vista delle risorse umane”.

 

Brevissima pausa e il sindaco riprende di buona lena. “Potrei parlare di quello che stiamo facendo a Sant’Elia (contratti di quartiere 1 e 2) e Mulinu Becciu (contratto di quartiere 2). Abbiamo partecipato al bando europeo su tutte le periferie per l’edilizia residenziale pubblica: parlo di quella di proprietà comunale ma non solo. Però non ci sfugge che sarebbe inutile riqualificare il tessuto urbano dal punto di vista edilizio se non procedessimo nella riqualificazione più importante della città: la creazione di nuovi posti di lavoro”.

 

– Bell’impegno, no?

 

Su questo siamo mobilitati dal 2001. Ricordo prima di tutto a me stesso che nel 2001 Cagliari era una città ferma al terziario tradizionale in cui i posti di lavoro derivavano in gran parte dalla presenza di enti e istituzioni politiche, economiche e in genere di rappresentanza, società che avevano sedi qui da noi e regolavano il turn over dei posti di lavoro alla vecchia maniera.

 

– Per via ereditaria?

 

Esattamente. Man mano che il personale andava in pensione, assumevano i figli degli ex-dipendenti. Succedeva all’Enel, alle Poste, alla Sip.

 

– Anche al Comune di Cagliari?

 

Anche. Ma abbiamo cambiato sistema. Ecco un dato eloquente: nel 2001 il Comune del capoluogo aveva duemila dipendenti, oggi ne ha 1.450. Dal 2001 il problema è duplice: ridurre i costi della politica e far uscire la città dalla crisi di posti di lavoro.

 

– Che significa?

 

Orientare la città verso il terziario avanzato in cui trovino spazio le nuove tecnologie, le industrie della nuova imprenditoria. Su questo avevamo rilasciato concessioni alla stessa Tiscali che si era impegnata a portare da quattrocento a mille il numero dei dipendenti. C’era stato un accordo di programma con Tiscali, allora astro dominante a livello internazionale, per una ricaduta sulla produzione di manufatti da industrie che sarebbero nate nel Cagliaritano con l’effetto di creare nuovi posti di lavoro.

 

-Tutto questo è avvenuto?

 

Sicuramente. Nel 2007 siamo stati considerati la seconda città d’Italia per numero di imprese di nuova tecnologia. Cagliari era seconda solo a Milano, in rapporto agli abitanti. Abbiamo raggiunto questo traguardo in sei anni. Non mi sembra una cosa da poco. Ritengo importante il risultato raggiunto: nonostante la crisi, l’economia della nostra città ha ancora un certo respiro.

 

– Appagati?

 

Naturalmente no. Sappiamo che nel terziario avanzato bisogna creare sempre nuove frontiere. E per fare questo abbiamo inserito, a partire dal 2001, una nuova proposta per i nostri cittadini e la nostra città.

 

– A che cosa allude?

 

Parlo del turismo. Ricordo che all’inizio le maggiori difficoltà nel tentativo di aprire Cagliari all’esterno le ho trovate in quella parte dei cittadini abituati a considerare la loro città come un bene riservato ai residenti. Era una difficoltà scontata, come se il movimento e l’animazione dessero fastidio e si preferisse una città dormiente.

 

– Esiste ancora, questa opposizione?

 

Mi pare di no. L’abbiamo superata, oggi Cagliari dal punto di vista turistico presenta numeri importanti anche se tuttora insoddisfacenti, almeno per quanto mi riguarda.

 

– Cosa vorrebbe?

 

Che il turismo fosse una fonte di reddito superiore. Per i cittadini, intendo, non tanto per l’amministrazione comunale. Se si afferma il turismo, chi guadagna di più sono gli imprenditori che lavorano nella ristorazione e negli alberghi.

 

– Quali settori turistici sono più congeniali a Cagliari?

 

Il turismo balneare, certo: non potrebbe essere altrimenti. Ma c’è anche il turismo dei convegni, così come il turismo religioso. Sono tante le voci che potrebbero appagarci, rispetto ai numeri. Ma vogliamo che diventino più importanti.

 

– Come?

 

Bisogna insistere. Abbiamo una città che dal punto di vista ambientale è sistemata nella maniera migliore perché è bella, inserita in un bell’ambiente. Cagliari è città di terra e soprattutto di mare: importante perché città d’acqua.

 

– D’acqua?

 

Abbiamo due lagune, Santa Gilla e Molentargius, attorno alla città. A sud abbiamo il mare: valorizziamo queste presenze, del mare e delle lagune, per troppo tempo viste solo come produttrici di sale.

 

– Invece?

 

Oggi bisogna vedere molto di più. Occorre insistere, crederci, valorizzarle: debbono entrare nel sistema per creare occupazione, reddito per la città.

 

– C’è da incrementare il lavoro preparatorio e verificare le presenze di turisti fuori stagione. Il Comune ha dati precisi sui mesi intermedi, tra fine inverno e inizio primavera?

 

Lo dicevo all’inizio: abbiamo dati importanti forniti dalle camere di commercio: sono lusinghieri per questo tipo di turismo extra-stagionale. Si riferiscono ai convegni, alle esposizioni, alle fiere, a momenti di cultura che creano comunque turismo. Sono tutte iniziative che si svolgono perlopiù in periodi in cui la stagione oggi viene considerata discreta, non più “bassa”.

 

– Qualche sognatore parla di Cagliari come perla del Mediterraneo che si apre ai paesi del terzo mondo e non disdegna presenze nordeuropee: c’è molto da fare su questo sogno oppure i risultati di oggi sono già da considerare incoraggianti?

 

Cagliari, come la Sardegna, paga alcuni difetti strutturali. Uno per tutti, l’insularità. Oggi questo handicap è diventato un problema centrale anche per il governo di Roma e questo è molto importante.

 

– In teoria, forse. Ma in pratica?

 

Porre il problema dell’isola come problema nazionale significa poi intervenire per abbattere i costi di trasporto di persone e merci. Per le persone è importante dal punto di vista turistico; per le merci sotto il profilo della produzione industriale. Questi sono punti forti nell’agenda del governo: ci aspettiamo un incremento rispetto a quelle che sono le possibilità di produrre reddito della nostra isola.

 

Dalla Regione, col mutamento di governo, cosa attendete?

 

Un dialogo più stretto sullo sviluppo territoriale che, come afferma l’Unione Europea, deve avere come guida il Comune. Le zone che hanno ottenuto migliori risultati nello sviluppo economico sono quelle in cui il centro di tutto sono stati i Comuni.

 

– Dunque, in concreto, cosa si aspetta Emilio Floris da Viale Trento?

 

Quello che più mi aspetto, in assoluto, dalla Regione è avere un ruolo importante nella creazione dello sviluppo: sinergie tra Comune e Regione per rendere possibili alcune iniziative difficili da portare avanti singolarmente.

 

– Lei parla spesso di sviluppo del territorio. Come lo intende?

 

Intendo che non possa partire solo da Cagliari. Questo lo abbiamo definito nel piano strategico, orientato allo sviluppo dei prossimi vent’anni per la nostra città. La realtà dell’area vasta è sotto gli occhi di tutti. Il nostro piano strategico è intercomunale.

 

– Vale a dire?

 

Interessa tutte le realtà istituzionali, fino a una dimensione di circa quattrocentomila abitanti. Dico di più: per l’intera isola esistono degli assi strategici, dei tiranti che vedono Cagliari avere influenza almeno fino ad Oristano. Una parte sicuramente ce l’ha Sassari con il suo tirante verso Macomer. L’altro tirante importante è Olbia, dovrebbe coinvolgere anche una parte notevole del Nuorese.

 

– Dunque quando si parla di Cagliari…

 

Non si sta parlando della cinta daziaria del Comune ma di un’area di sviluppo ben più importante: perlomeno dell’intera provincia, se non oltre, come dicevo. Quando si fanno le politiche della città, bisogna sempre tener presente che si deve vivere la realtà con un grande respiro che va oltre il proprio Comune.

 

– Nella storia di Cagliari ci sono stati sindaci che vengono ancora oggi ricordati chi per una cosa chi per un’altra. Siccome dieci anni, come avverrà per lei, non sono un soffio di vento, per che cosa vorrebbe essere ricordato, in particolare?

 

Tengo sempre fede ai principi ispiratori della campagna elettorale del 2001 che non erano slogan miranti al consenso ma qualcosa di più, in cui credo ancora. Uno di questi è l’idea di Cagliari città aperta. Se io avessi come mio nemico il Comune di Selargius non farei una buona politica per Cagliari. In tema di competizione, gli obiettivi della città di Cagliari debbono essere altre città del Mediterraneo: Marsiglia, Barcellona, Genova, Palermo, Napoli.

 

– La domanda era un’altra…

 

Ci stiamo avvicinando. Quando si parlava, già nel 2001, di Cagliari come una delle capitali del Mediterraneo non avevo l’illusione di superare città veramente lanciate, con posizioni di rilievo come Barcellona (la più ricca di Spagna, la Milano spagnola), nel breve arco di dieci anni non mi ponevo l’obiettivo di superare Barcellona ma solo di accettare una sfida nel Mediterraneo e inserirmi in quella competizione. Abbiamo fatto passi da gigante, nel primo periodo. Con il governo Soru inizialmente abbiamo avuto un rapporto positivo e alla fine no: il rapporto si è deteriorato perché ci si fermava su aspetti localistici e si perdeva la dimensione europea.

 

– Ad esempio?

 

Ci si è fermati per Tuvixeddu e Tuvumannu in cui esisteva un’idea del Comune con un parco di 23 ettari estensibili a oltre 30 immediatamente realizzabili per poi, con una querelle giudiziaria che ha visto soccombere diverse volte la Regione, produrre il nulla. Oggi anche le risorse investite dal Comune sono state cancellate.

 

– Altri casi?

 

Ce ne sono tanti. La città in questi ultimi anni, a causa di discorsi assolutamente autoreferenziali che si possono chiamare Betile, Campus e via dicendo, non ha avuto sviluppo. Ed erano tutte soluzioni comunque possibili. Tutte.

 

– Che cosa prevedeva il programma del Campus?

 

L’accordo del Campus, il più recente, prevedeva che la Regione acquisisse delle aree dalle ferrovie fino a presentare alla città, agli studenti dell’interno della Sardegna che vivono a Cagliari un esempio che già esiste in città – Sa Duchessa – dove c’è la Casa dello studente, ma anche il C.U.S., il centro universitario sportivo, dove esiste un vero e proprio campus già realizzato. Se invece uno vuol chiamare ‘campus’ un ammasso di cemento, allora ha sbagliato termine.

 

– In pratica, che cosa avrebbe dovuto fare la Regione?

 

Gli accordi con Soru erano che lui acquisisse le aree fino a far diventare quella zona un vero e proprio nuovo campus universitario. La mancata realizzazione di alcuni progetti, secondo me, ci ha fatto segnare il passo negli ultimi due o tre anni. E questa è una cosa di cui soffro assolutamente.

 

– Torniamo all’altra domanda?

 

Non me l’ero persa. Per che cosa vorrei essere ricordato? Non mi interessa avere un simbolo, per il ricordo, anche se c’è chi avrebbe voluto fare mausolei a memoria della propria persona. Io invece la penso in modo diverso: uno deve essere ricordato perché apre una dimensione nuova alla sua città, non come capoluogo della provincia di Cagliari o della Sardegna, ma come luogo aperto alla concorrenza internazionale.