ll 12 febbraio 2011 è stato dichiarato lo stato di emergenza umanitaria nel territorio nazionale per l’eccezionale afflusso di cittadini provenienti dai Paesi del Nord Africa, situazione resa ancora più complessa dal conflitto in corso in Libia e dall’evoluzione degli assetti politico-sociali nei paesi della fascia del Maghreb e in Egitto.

 

Nella riunione del 6 aprile la cabina di regia della Conferenza Unificata, istituita per questa emergenza, ha richiesto l’intervento del Sistema nazionale di protezione civile per pianificare e gestire l’accoglienza sia dei profughi sia dei migranti arrivati dal 1° gennaio al 5 aprile dai Paesi del Nord Africa e in possesso del permesso temporaneo di soggiorno che hanno richiesto assistenza.

 

In base a questo mandato il dipartimento della Protezione civile ha attivato un tavolo di lavoro con le direzioni di protezione civile regionali predisponendo un piano per la gestione dell’accoglienza dei migranti che prevede per ogni Regione diverse fasi di attuazione così da garantire un’equa distribuzione sul territorio nazionale. La Sardegna  ha immediatamente risposto allo stato di emergenza accogliendo nelle varie strutture e in varie province, 382 profughi provenienti dall’area di crisi,  383 con l’arrivo di una nuova nata nella nostra terra il 28 Maggio (altri 100 sono arrivati il 17 Giugno, dati forniti dalla Direzione della Protezione civile regionale). I gruppi vengono ospitati secondo diverse tipologie: familiari e per soli uomini.

 

La lunga strada percorsa è tutta negli occhi dei ragazzi ospitati a Bonorva dalla Cooperativa Progetto H, presso la Casa per ferie San Salvatore da Horta. I ragazzi sono arrivati a Bonorva il 29 Maggio, dopo un lungo viaggio in nave da Lampedusa a Napoli, da Napoli a Genova e infine da Genova a Cagliari. Il gruppo è composto da 20 giovani (il più grande ha 35 anni, il più giovane 16) provenienti dalla Somalia, dal Sudan e dalla Sierra Leone. Colpisce la giovane età della maggior parte di loro, poco più che ventenni, ma anche il loro percorso di vita da poco abbandonato: studenti universitari o già formati in una professione, figli, mariti, padri.

 

Tutti i racconti, mano a mano, compongono il quadro completo di un paese in guerra, di un continente (quello africano) piegato da lotte intestine, di una vita trascorsa per gli ultimi anni a scappare. “Correre”, dice uno di loro rispondendo su quale fosse il suo lavoro o come si svolgesse la vita in Somalia: spiega che il primo pensiero la mattina era correre, ed era l’ultimo quando ci si fermava per pianificare il percorso per l’indomani. E così avanti per anni: svegliarsi, verificare che la famiglia stesse bene e prepararsi alla nuova corsa per farla sopravvivere. E di corsa per la Somalia, per l’Eritrea, il Sudan e infine in Libia, dove dopo un breve barlume di vita tranquilla l’unica alternativa è stata il mare, pagato a peso d’oro per essere attraversato con scarsissime possibilità di sopravvivenza.

 

Durante la fuga, molte sono state le perdite che ciascuno di loro ha avuto nelle proprie famiglie: chi il padre, chi uno o più fratelli senza considerare l’elenco dei colleghi di lavoro, amici, compagni di scuola e cugini. Dagli occhi di chi racconta (che trasmettono più di qualsiasi parola stentata in inglese), traspare la paura affrontata durante l’affondamento del primo barcone su cui viaggiavano, di cui dei primi 600 sono stati tratti in salvo solo 200. Un secondo naufragio, in cui dei 600 iniziali si sono ritrovati solo in trenta: il mare, opportunità e “carnefice” nello stesso momento. Ma il mare lo si è superato, e lo sbalordimento è grande quando si guarda la carta geografica cercando di quantificare le distanze percorse e fissando la piccola isola chiamata Sardegna dove si è giunti dopo la fuga dalla guerra.

 

E adesso lo sguardo, dopo aver percorso questa lunga strada, è prima di tutto verso la vita: ogni giorno tutti i ragazzi dedicano diverse ore allo studio dell’italiano, con determinazione e grande forza di volontà, dando prova di una grandissima velocità nell’apprendimento, a dimostrazione di quanto sia forte il desiderio di comunicare con quello che oggi è anche il loro paese, in cui desiderano vivere a 360 gradi. La nostra quotidianità diventa per loro sinonimo di novità: orari, programmi della giornata, nuove parole, nuove persone. Nel tempo libero si scopre invece un linguaggio universale: il calcio. Il pomeriggio accorrono nel piazzale dell’ex Convento diversi bambini pronti per la partita con i nuovi amici.

 

Meraviglia sempre la naturalezza dei bambini, curiosi di chiedere da dove arrivano, perché stanno scappando, se e quando ne arriveranno degli altri, magari proprio della loro età. Volano così le giornate, tra fasi burocratiche, scuola, partite a calcio. Dopo tante chiacchierate rimane un enorme senso di piacere per aver conosciuto delle persone di  provenienza geografica lontanissima dalla nostra, ma in fondo non tanto diverse da noi, con la speranza che il loro desiderio, soprattutto diritto, a una vita senza guerra possa trovare nella nostra terra almeno un punto di partenza verso il pensiero che tutto ciò è possibile.