Il Centro Culturale Russofono è sorto a Cagliari nel 2004 nei locali messi a disposizione da don Mario Cugusi, presso l’oratorio di S. Eulalia. È l’unico spazio russofono con videoteca e biblioteca con circa 400 iscritti provenienti da: Ucraina, Russia, Bielorussia, Moldova, Kirghisa, Kazakistan etc. Vi si tengono lezioni d’italiano, incontri tematici e di preghiera della Comunità Ortodossa.

 

 

Il centro si chiama Rodnoe Slovo (parole libere); Elena è la presidente e Nadia la segretaria “mia destra mano” sostiene Elena. La presidente, occhi e capelli chiari, ha un aspetto dolce e rassicurante, parla correttamente l’italiano e accetta con garbo di fare una “chiacchierata”.
“Sono nata a Cernovtsi, detta la piccola Parigi, in Ucraina, una città ricca di monumenti, piazze e chiese, una di queste ha il campanile pendente come quello di Pisa. Facevo la bibliotecaria e percepivo un piccolo stipendio che, con la crisi, mi veniva corrisposto saltuariamente. Lascio a malincuore casa e affetti per trovare un lavoro sicuro e mi fermo a Napoli”.

 

 Perché proprio Napoli?

 


Perché  per gli emigranti è una città senza occhi, che lascia vivere. Poi vado a Bologna, ma è stata un’esperienza negativa e preferisco non parlarne. Sto qui da sette anni e lavoro come collaboratrice domestica e sto bene. Ci riuniamo la domenica e il giovedì pomeriggio per confrontare le varie esperienze e per valorizzare e conservare le nostre radici. Però alcune di noi rinunciano al riposo settimanale per accumulare più giorni da passare a casa. Organizziamo gite nel territorio per conoscerlo, le feste secondo il nostro calendario come ad esempio lo scorso anno “la festa del cibo” mentre per il primo Gennaio stiamo preparando, con don Marco Lai, la festa dell’Emigrante. A Cagliari si pubblica il nostro giornale Slovo (parole) mentre a Pompei esce La Nuova Gazzetta. Parliamo il russo perché così siamo più unite e non ci sono divisioni.

 

Come deve essere un compagno? Bello, ricco?

 


Non ricco, non bello ma deve avere un’anima.
I nostri vecchi dicono che gli uomini prima sorrisi e sorrisi ma poi non deve essere un pianto.

 

Come sono gli uomini ucraini?

 


Non ci lasciamo sopraffare. Ti racconto una storia: un giorno il marito dice alla moglie: “Quando la sera torno a casa con gli occhi bassi e il berretto calato sulla fronte, lasciami perdere, è meglio per te”. La moglie con le mani sui fianchi risponde: “Quando la sera rientri e trovi la casa in ordine la cena pronta e i figli a letto che dormono tranquilli, non ringraziarmi ma lasciami perdere.”

 

 Che ne pensi dei nuovi ricchi che stanno acquistando le ville in Costa Smeralda?

 


Penso che quei soldi non sono fatti con sudore e fatica perché con il lavoro non ci si arricchisce mai e i nostri guai sono iniziati da quando loro sono comparsi.

 

Nostalgia?

 


A Cernovtsi c’è rimasto solo mio figlio, i miei genitori sono morti e non mi è stato possibile partecipare al loro funerale. Qui sto bene. Ho un buon lavoro e l’associazione che mi impegna moltissimo. C’è molta affinità tra la lingua italiana e l’ucraino gli anziani dicono che alcune parole sono simili all’italiano: credanza- credenza, malona- melone, kiliska-calice, lilla-lilla.

La lontananza è un dramma; i nostri figli crescono e i nostri vecchi muoiono senza di noi.

Abbiamo studiato e faticato nel nostro paese senza trovare lavoro e sicurezza, Che cosa mi manca? Il nostro Natale cade il sei Gennaio e mi manca moltissimo l’odore dei pini coperti di neve sotto il cielo chiaro, il profumo dei dolci fatti in casa perché, anche se i soldi sono pochi, si prepara sempre qualcosa di buono per l’occasione, in ogni famiglia. Mi manca Babbo Natale grosso e imponente, di solito uno zio o un babbo che si traveste per la gioia dei piccini e porta dolci e piccoli regali.

Mi manca il profumo del grande albero di lillà che abbracciava la mia casa e del mughetto bianco del mio giardino e il verde dell’erba che spunta tra il bianco della neve che si scioglie, a primavera, e l’azzurro del bucaneve che fiorisce con il disgelo.

 

Elena vorresti ritornare se potessi?

 


No,credo proprio di no.

 

Nadia ascolta in disparte e annuisce.

 

E tu Nadia?
Io vengo da Eupatoria, in Crimea. Lavoravo in un centro di rieducazione per handicappati che venivano da ogni parte per il clima ideale, per curarsi, perché l’aria è secca e la temperatura su 22°-23°. Ma un giorno mi sono trovata senza marito, senza casa, con un lavoro che mi piaceva tanto ma non venivo mai pagata regolarmente e con i figli da crescere. Così sono partita, come tante, seguendo le indicazioni e i consigli di chi mi aveva preceduto. Un episodio divertente? Chiedo ad un passante dove si trova la via che devo raggiungere per il mio nuovo lavoro e questo cortesemente mi dice: dritto, poi a destra, poi a sinistra e curva. Curva? Mi arrabbio e scappo via perché da noi curva significa puttana. Poi capii che qui aveva un altro significato. Il mio primo Natale a Cagliari?

Lavoravo presso una famiglia agiata e numerosa. La sera del 24 era tutto pronto per il cenone: una grande tavola apparecchiata con eleganza e tante cose buone. Cibo e cibo e dolci e vini pregiati. A mezzanotte auguri, abbracci e regali, regali, una montagna, ed io mi chiedevo quando iniziasse la festa. Da noi si mangia, si recitano poesie, si canta si suona, e a mezzanotte si esce e si va di casa in casa per scambiarsi auguri e dolci. Il vecchio capo famiglia vedendomi triste prende la chitarra e attacca Oci Ciornje. Mi sciolsi in un pianto liberatorio. Un diluvio di lacrime.

 

Vuoi tornare a casa?

 

Il suo volto serio e pacato si illumina e sorride.
Sì, sì prima o poi ritornerò. Ci sono i miei figli e i miei nipoti che mi aspettano e voglio invecchiare con loro.

 

Ci sono uomini nella vostra associazione?
Risponde Tania
Si ma non molti…

 

Mentre Elena prepara il tè, l’unico maschio presente, seduto in disparte, sfoglia un libro e ascolta. Ci presentiamo.

 

“Mi chiamo Eugenio lavoro qui da tre anni  e vengo da Orenburg. Facevo il veterinario e nel 2003 prendevo settanta euro di stipendio al mese ma sempre in ritardo. Ora faccio il badante e mi trovo bene. Gli italiani, e i sardi in particolare, sono gentili anche negli uffici, quasi sempre. Sono divorziato e ho una figlia che ancora studia.”

 

Sposeresti una donna sarda?

 

 

Perché no? Finora  non l’ho trovata, ma non dispero.

 

 

Nel mentre il video, in russo, è terminato, l’ultimo libro è stato reso e le socie vanno via salutando sommessamente: dasvidania.
Dasvidania.