Il furgone blu un po’ sgangherato si avvicina lentamente, seguito da una nuvola di polvere. Si ferma davanti al recinto principale. Le pecore, all’interno dello steccato di metallo, belano e si agitano. Le portiere si aprono. È Ahna la prima a scendere. Ventotto anni, occhi chiari e capelli scuri appena sopra le spalle, si guarda intorno in cerca di qualche volto conosciuto. Beve un sorso di birra dalla bottiglia che tiene stretta in una mano, una sigaretta nell’altra, e si apre in un sorriso largo dando l’avvio al rito dei saluti. Andrea, biondo, sulla cinquantina, scende dalla parte del guidatore e scambia pacche sulle spalle e strette di mano con tutti. Il resto del gruppetto, tre ragazzi dai tratti nordici ed uno con capelli e carnagione più scuri, giovanissimi e meno inclini alle effusioni, cominciano a tirare giù dal furgone l’attrezzatura.

 

Quando la squadra di tosatori neozelandesi arriva a Su mari ‘e ‘idda, una località tra Sanluri e Villanovaforru, tutto è già pronto per il rito che ogni anno scandisce il passaggio dall’inverno alla stagione calda: le 423 pecore – più agnelli e montoni – di Rino Putzolu, 50 anni, originario di Collinas, verranno liberate dal pesante vello. Una necessità, dunque, ma anche una tradizione che per secoli ha coinvolto ogni componente della famiglia del pastore.

 

“Le usanze sono importanti – dice Rino – ma al giorno d’oggi bisogna essere pratici”. E il contrasto fra tradizione e modernismo appare in tutta evidenza quando gli australiani, come li chiamano qui, iniziano a lavorare di rasoio. Dopo averle scaricate dal furgone, i nuovi arrivati poggiano in terra quattro pedane in legno e posizionano per ciascuna una colonnina in metallo a cui è collegato un rasoio elettrico con un braccio meccanico, corrente ferru ’e tundi. Nel frattempo Ahna sistema un impianto stereo su un tavolino con le casse rivolte verso la singolare “sala da ballo”. “The music is for the sheeps and for the guys”, la musica è sia per le pecore che per i ragazzi, urla sopra il frastuono cercando di interpretare gli sguardi perplessi degli astanti.

 

I giovani indossano scarpe in orbace di fattura grezza e si posizionano ciascuno su una pedana, mentre altri cinque o sei amici di Rino venuti a dare una mano prendono posto dentro e davanti al recinto principale. Le bottiglie di birra per l’ultimo sorso passano di mano in mano. Ahna preme il play. Roxanne, you don‘t have to put on the red light, cantano i Police ad un volume improponibile e, come in una catena di montaggio umana e meccanica, il lavoro ha inizio.

 

“Gli australiani non legano le pecore come si fa qui in Sardegna”, dice Rino con voce sostenuta nel tentativo di farsi sentire oltre la musica e i belati, “tengono l’animale fermo tra le gambe e lo tosano”. Un metodo decisamente veloce che secondo l’allevatore fa soffrire meno le pecore. “La legatura delle quattro zampe – spiega – richiede più tempo e uomini perché ci deve essere la squadra che lega, quella che tosa e quella che poi libera le bestie. E poi – continua – le pecore soffrono troppo perché è un metodo violento e loro si spaventano: capita spesso che non diano latte il giorno dopo”.

 

Intanto la tosatura made in New Zeland va avanti. Le macchinette di Stewart, Luke, Angus e Christopher, tutti tra i 23 e i 28 anni, si muovono freneticamente, seguendo le onde del corpo degli animali. La musica rock detta l’andatura, mentre le teorie sulle sue funzioni terapeutiche si sprecano. Secondo Rino, la melodia impedirebbe alle pecore di sentirsi le une con le altre, “evitando quindi che all’interno del recinto si diffonda il panico”. Per Peppino Porcedda, 57 anni, di Collinas, uno degli amici del padrone di casa, anche lui allevatore, invece, la musica “stordisce le bestie e le distoglie dal trauma di non riconoscersi le une con le altre dopo la liberazione dal vello”. In ogni caso non abbiamo problemi a credere che siano quanto meno stordite.

 

In poche ore, la squadra di neozelandesi, aiutata da Ahna, il cui compito è quello di liberare le pedane dalle pelli – accendendo e spegnendo il rasoio da tosa alla bisogna – porta a termine il lavoro: tre ore e mezzo in tutto, meno di un minuto a pecora. La ragazza sostiene che nella sua terra si facciano addirittura i campionati di velocità nella tosatura, ma aggiunge di non ricordare chi detenga il record. Certo è che, per fare questo lavoro, è necessario avere due caratteristiche: amare le pecore e aver voglia di conoscere il mondo. Non solo l’Isola dunque, ma anche alta Italia, Francia, Galles, America latina, e certamente Australia e Nuova Zelanda: ovunque ci siano ovini c’è bisogno dei tosatori.

 

Dei tre milioni e mezzo circa di pecore allevate in Sardegna, Andrea, organizzatore dei viaggi, sostiene di tosarne ogni anno diverse centinaia di migliaia. Non solo nel Campidano ma anche nel Sassarese. La zona di Nuoro invece è la meno battuta: con mezze frasi e gesti eloquenti fa capire che, da quelle parti, non è il benvenuto. Ma ci tiene a precisare, ripetendolo come un mantra, che nutre “profondo rispetto” per la gente delle montagne e anche per gli altri tosatori: tutti amici. Poi spiega che il lavoro suo e della squadra in Sardegna dura circa dieci settimane all’anno, ogni giorno in un ovile diverso.

 

Di prezzi e compensi Andrea però non vuol parlare. Stewart, svedese, unico “straniero” del gruppo, dice che questo lavoro gli piace perché gli permette di vedere posti nuovi, mentre per Anha è una vera e propria passione. “Anche nella mia città – spiega la ragazza – lavoro a stretto contatto con le pecore, mi occupo della lana: quella delle nostre si può tessere”. Al contrario di quella sarda che, spiega Rino, non ha mercato perché è troppo grossa. “Viene raccolta – dice – e portata in appositi laboratori in Continente o in Romania, lì viene trattata e poi mandata in India o in Cina dove sarà trasformata in tappeti”. Il prezzo per ogni chilo di lana, quest’anno, dice, si aggira intorno ai 30 centesimi, cinque in meno dello scorso anno. Un introito che certamente non aiuta a recuperare il costo dei neozelandesi, 1,60 euro a capo. “Il prezzo è più o meno uguale a quello fatto da una squadra di Sanluri – dice Rino -, ragazzi del posto molto bravi ma che usano il metodo sardo dell’incaprettamento”. Il dibattito su quale dei due metodi sia meglio usare, alla fine rimane aperto. “Ciascuno valuta da sé – dice Peppino Porcedda -. Per me è meglio fare come abbiamo sempre fatto: aiutano tutti, parenti e amici, e diventa una festa”. Niente neozelandesi, dunque? “Qualche anno fa degli australiani sono venuti qui per insegnare ai pastori della zona a tosare le pecore senza legarle. Ebbene – conclude – alla fine del corso sono tornati tutti dal loro gregge a fare come avevano sempre fatto”.