La prima volta che vidi un dorgalese, nei primissimi anni Cinquanta dovevo avere sì e no quattro o cinque anni. Tziu Còsomo e tziu Portòlu erano nostri lacanàrjos, vicini di pascolo e a Cochìnas, nell’ovile di mio padre, erano di casa. In paese venivano un po’ meno, ma quando arrivavano, a casa si trattenevano a lungo, anche per settimane. Quando salivano in paese vi erano per lo più costretti e venivano spesso in veste di chertores, zente in mancamentu, sulle tracce  del gregge o del branco di bestiame che gli era stato rubato, cosa che in quegli anni non succedeva di rado. Raramente salivano anche per le feste.

 

Di loro mi colpì una cosa in particolare, indossavano sas peddes, quelle nere smanicate che scendevano sino al ginocchio. Ai miei occhi apparivano giganti, sempre gentili, seri e composti, ma determinati e di non molte parole. I loro silenzi raccontavano di preoccupazioni gravi, che lenivano con i commenti sul tempo e sull’annata o sui fatti accaduti di recente. Non erano mai armati, dormivano sulle stuoie davanti al camino e la mattina uscivano molto presto, a volte ancora col buio. Mio padre, quando doveva parlare con loro, diceva a noi bambini di andare da qualche altra parte, anche fuori, purché non sentissimo quello che dovevano dire. Era una regola ferrea, che ogni volta accresceva il  senso di impotenza e di inutilità che noi bambini provavamo in quel contesto.

 

Di questi uomini mi è rimasto un gran ricordo, non solo perché erano sos amicos de posada, ma perché indirettamente mi introdussero a quel mondo magico dei rapporti personali dei pastori barbaricini: ómines che con grande e paziente lavoro di tessitura di dialoghi e sguardi riuscivano a risolvere situazioni quanto mai intricate e spinose. Le ricerche erano fatte di sovralluoghi, di ascolti, di aberguas, di osservazioni meticolose, che venivano riassunte la sera dopo la cena e solo fra uomini adulti, davanti al camino.

 

L’epilogo delle ricerche era il più delle volte positivo e spesso sereno, quasi felice e a volte si concludeva proprio a casa. Con una paradossale stretta di mano tra ladro e derubato si sanciva un accordo di composizione che consentiva al derubato di riportare a casa quasi tutto il maltolto e al prenditore  di continuare impunito ad esercitare il suo mestiere, magari dopo essersi anche fatto un nuovo amico. Mio padre mi raccontava che le parti si invertivano spesso e che anche lui era costretto a recarsi a Dorgali a trovare i suoi amici. Altri tempi.

 

A distanza di cinquant’anni ho avuto la fortuna di incontrare un altro dorgalese, Andrea Deplano, anche lui chertore, non meno determinato dei suoi predecessori. Ma lui non cercava pecore o maiali, lui cercava dei suoni, anzi, delle voci, che come quelle pecore erano scomparse da tanto tempo. Mi raccontò di una avventura che quattro uomini in costume ebbero la gioia di vivere, partendo forse a bordo di una rumorosa corriera postale per imbarcarsi diretti al continente, verso un mondo che al posto delle berrittas usava il cilindro e al posto dei lacheddos usavano piatti e posate. Erano andati ad incidere dischi che ormai erano irrintracciabili e che lui, testardo e appassionato sino a non dormirne, voleva recuperare e far riascoltare alla propria gente.

 

La ricerca dei cinque dischi, di cui qualcuno già rintracciato, mi coinvolse emotivamente a tal punto che anch’io iniziai a mettermi sulle loro tracce e come quei pastori di un tempo collaborai nel mio piccolo a ricostruire un mosaico di notizie e informazioni che portarono al risultato finale: la ripubblicazione dei dischi. I passi di questo ritrovamento furono graduali e le prime fasi di ascolto sconfortanti, tanto il suono appariva disturbato e incomprensibile. Solo Andrea, che possiede un orecchio ormai bionico per il canto a tenore, riusciva a distinguere le melodie e persino i testi  in un groviglio che per tutti gli altri suonerebbe stridulo, persino fastidioso. Si entusiasmava in maniera indescrivibile e man mano che i risultati miglioravano vedeva sempre più vicina la realizzazione del suo sogno.

 

La collaborazione di altre persone, che hanno reso disponibili due dei dischi mancanti e la possibilità di riprodurre i suoni con mezzi più idonei hanno infine premiato tutti.

 

L’aspetto musicale di questo rinvenimento è per me sconcertante, perché ho scoperto che Dorgali a un certo punto è come se avesse deciso di smettere il proprio costume e vestire di velluto, vestito comune a tanti altri paesi, ma certamente meno bello e meno caratteristico di quello ricavato dalle lane delle loro pecore nere e dalle mani di ricamatrici belle e altere.

 

L’attuale canto a tenore di Dorgali ben poco somiglia a quanto ritrovato in questi dischi. La bellezza delle armonie e l’affiatamento delle voci raccontano di un passato musicale tutt’altro che rozzo. In esse si respira l’aria del paese di frontiera, che raccoglie tutti gli echi sonori della Baronia e li condisce di un’aria leggera che volge verso il Supramonte, senza alterare nessuna delle sue profonde radici. Sono canti deliziosamente elaborati nella loro semplice costruzione antica e costituiscono un tassello non marginale  di un passato che a torto molti ritengono oscuro e forse troppo arretrato.

 

Questi dischi, invece, ci testimoniano moduli più nobili e moderni di quanto potessimo immaginare. Contrariamente alle condizioni fisiche di conservazione dei supporti, i canti sono di qualità tecnica eccellente ed attestano che non si trattava di espressioni primitive di canto polivocale ma di armonie elaborate e suggestive che solo veri e propri artisti potevano esercitare con tanta naturalezza e maestrìa. Certamente si trattava di espressioni provenienti da un lontano passato e i maestri che le inventarono avevano  radici solide e ben piantate nella loro comunità. Il valore di questi canti va oltre l’aspetto etnografico e ci induce ad interrogarci sui percorsi culturali delle comunità barbaricine. Dentro le loro espressioni poetico-musicali è rispecchiata la loro anima nei momenti di armonia e di festa.

 

Non posso che ringraziare quanti, con questa iniziativa,  hanno consentito a tutti i sardi di riappropriarsi di questo piccolo tesoro smarrito. Trovare istituzioni e rappresentanti di queste, sensibili allo studio e alla valorizzazione dei propri valori culturali è segno di luce e di pensiero positivo di cui tutti abbiamo bisogno. C’è un patrimonio importante di documenti sonori che ai sardi, e persino alle loro istituzioni, non è oggi consentito neanche di conoscere e di prenderne visione. Credo sia venuto il tempo che la Sardegna si riappropri dei suoi valori.  I due dischi mancanti sono già stati individuati. Andrea non è riuscito a riprendere fiato dalla prima fatica che già ha indossato sas peddes betzas per andare a riportare a casa gli ultimi capi mancanti. Sono certo che presto concluderà  la sua missione  anche con l’aiuto degli amicos de posada. Altre sorprese lo attendono e le fatiche dei suoi studi daranno altra gioia ad appassionati come me. Ai Dorgalesi vicini di casa e stimati cittadini di Barbagia va il mio affettuoso complimento per il rinnovato possesso di musicalità dimenticate e a loro dico che, per quanto non sia facile dismettere gli abiti che si sono portati per cinquant’anni, vale la pena, almeno nelle giornate della festa, di indossare il loro antico costume, tornando alle loro antiche e belle melodie. Tziu Austinu Erittu con tziu Baddore, tziu Zuassantu Sacheddu e tziu Andria Cadone guarderanno ed ascolteranno soddisfatti.