La Sardegna costituiva per gli Alleati un punto fondamentale nella riconquista del Mediterraneo. L’Isola doveva pagare il suo tributo di sangue alla guerra e fu varie volte bombardata: porti, aeroporti, strade e ferrovie. Un gran numero di edifici civili nelle principali località e a Cagliari in particolare vennero distrutti dalle incursioni aeree. La guerra portò a Cagliari fame, morte e desolazione. Circa due terzi delle sue abitazioni furono rase al suolo o gravemente danneggiate dai bombardamenti.

 

Già da lungo tempo l’Unione Nazionale Protezione Antiaerea informava sui rischi dei raid, fornendo le elementari nozioni per scampare agli attacchi. Ma la città, che vide cadere le prime bombe il 16 giugno del ’40 – una settimana dopo l’entrata in guerra dell’Italia – mancava totalmente di rifugi adeguati. I Cagliaritani potevano contare su alcuni anfratti naturali, sui santuari scavati nella roccia: ben poca cosa per accogliere le migliaia di persone terrorizzate dalle bombe. I ripari improvvisati in legno erano inutili a salvare dalla furia delle esplosioni e, nonostante la costruzione di alcuni bunker, gran parte dei cittadini restava sprovvista di un rifugio, mentre gli aerei lasciavano cadere tonnellate di bombe.

 

Obiettivi iniziali il porto e le navi ancorate sulla rada. Le batterie eseguivano perlopiù manovre di esplorazione per individuare i punti sensibili della città fino a che, nella notte del 2 giugno del ’42, Cagliari vide la feroce contrapposizione tra le artiglierie antiaeree italiane e i velivoli da combattimento angloamericani. Poche le bombe andate a segno: si contavano comunque i primi due morti. Erano le avvisaglie di quella che più in là sarebbe stata una carneficina. Pochi giorni e l’aviazione inglese centrava i quartieri di Stampace, Villanova e la Marina: 14 le vittime. Ma l’anno nero della guerra per Cagliari fu il 1943. Già a gennaio il bombardamento dell’aeroporto di Elmas aveva fatto sei morti. A metà febbraio oltre cento aerei americani bombardavano la città e l’hinterland facendo duecento vittime. Alcuni giorni dopo una batteria aerea tartassava Cagliari, centrando tra l’altro il teatro civico, il Bastione, il palazzo Villamarina, la chiesa di San Giuseppe, quella di Sant’Anna e il municipio.

 

Si contavano 73 morti e una grande quantità di edifici rasi al suolo. Passò mezza giornata e altre cento tonnellate di bombe cadevano su Cagliari: il porto, la stazione ferroviaria e la via Roma ridotte a un cumulo di sassi. Oltre duecento i morti. Cagliari conobbe in questo periodo il dramma degli sfollati: furono forse 90 mila coloro che, portando via pochi oggetti in fretta e furia, lasciarono la città per rifugiarsi nei paesi dell’interno, lontano dalle bombe. Fu una delle pagine più drammatiche e toccanti della storia sarda, una pagina segnata dall’assoluta miseria. Città e campagna si incontravano in un momento di aspra difficoltà e prospettive ben poco allettanti. Le bombe continuavano a cadere – tra Cagliari e Monserrato altri 60 morti l’ultimo di marzo – e quando ormai la totalità dei porti e degli aeroporti sardi era sotto il fuoco anglo-americano, Cagliari subì il più feroce bombardamento della sua storia.

 

Quasi quattrocento aerei tra caccia e bombardieri, nel primo pomeriggio del 13 maggio, sganciarono poco meno di 900 bombe che fecero della città un enorme ammasso di ruderi. Quasi nulla rimaneva in piedi e quel che restava era lasciato agli sciacalli. Furono una cinquantina i morti di quel maggio, segno che la città era già deserta. Da lì all’8 settembre, giorno dell’armistizio, gli aerei anglo-americani si occuparono soprattutto di distruggere gli ultimi rimasugli di infrastrutture militari. Finita la guerra, il ritorno in città non fu meno drammatico dell’esodo: gran parte della popolazione, infatti, non possedeva più nulla. La città stessa pareva non poter reggere il peso di capoluogo, tanto che qualcuno propose di decentrare a Sassari gli organi amministrativi principali dell’Isola. La ricostruzione, invece, fu miracolosa. Seppure con grandi privazioni Cagliari risorse orgogliosa, assumendo il ruolo di guida della Sardegna in una nuova fase fondamentale della sua storia.