Da anni il TPC (Nucleo per la tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri) opera in maniera encomiabile nella tutela e nel recupero del patrimonio culturale italiano all’estero, rendendo spesso onore ai tecnici civili e militari del Ministero dei Beni Culturali, ai cittadini e agli enti a cui viene reso il bene. Impareggiabile l’opera di diplomatici ed esperti legali: riescono a sbrogliare incredibili matasse burocratiche che spesso vincolano i beni culturali all’estero.

Ancora non si è spenta l’eco del rinvenimento e recupero (dal Cleveland Museum of Art, Usa) di una statuetta bronzea di circa 22 cm. al termine di un iter burocratico di diversi mesi, dell’attribuzione e consegna della stessa al Comune di Sant’Antioco. Immancabile la promozione mediatica delle testate regionali, vista l’importanza dell’avvenimento. L’attribuzione geografica è scaturita dallo studio di vecchie foto, sequestrate ad un trafficante di reperti archeologici, che in vita aveva soggiornato nella località scelta come sede ultima del bronzetto. La scelta ha generato molti dubbi e perplessità tra gli studiosi e appassionati locali.

Le perplessità maggiori si manifestano appena si mettono a confronto alcuni bronzetti dei Musei sardi con l’Arciere oggetto del recupero. A una prima osservazione scaturisce un insieme di elementi comuni e peculiarità capaci di fornire uno spaccato di vita preistorica di tutto riguardo. Analisi tecniche, sui prodotti bronzei, non sono nuove nel campo dell’archeologia sarda, tanto che già Giovanni Lilliu (“Sculture della Sardegna nuragica”, Ilisso 1966) e Angela Demontis (“Il popolo di bronzo”, Condaghes 2005) tracciavano le basi per un’individuazione delle caratteristiche generali che accomunano i bronzetti nostrani.

Gli apporti scientifici citati sono compensati con svariate testimonianze. Egizi, etruschi, greci integrano gli studi e ci mostrano una società variegata dove queste figure operavano. Si possono perciò trarre delle precise conclusioni sull’organizzazione di un esercito disposto meticolosamente dove i vari corpi sono caratterizzati da elementi comuni (la divisa) e portano degli indicativi della  zona d’origine (gli stemmi). Guerrieri pesanti, arcieri e guerrieri con bastone sono ben distinti e indossano un elmo cornuto indicativo della divisa. La protezione del busto è operata dalla corazza di rifiniture differenti, discriminante la località d’origine, e addobbata con gli elementi specifici propri di ogni corpo (faretre, foderi, sacche porta-punte). Il centro nord della Sardegna predilige elementi a coste con maniche lunghe e rifiniture (vedi fig 1), mentre il sud presenta corazze cinte da fasce orizzontali e rifinite con spalline sovrapposte (fig.2) – paragonabili alla statua etrusca del “Marte di Todi”.

 

Un altro elemento distintivo della divisa è lo scudo con umbone centrale decorato da vari motivi. La decorazione, indicativa della sub-regione, varia leggermente da comunità a comunità: nel centro Sardegna (fig.1) è abitudine decorare con un motivo a “pintadera” con bande orizzontali rigate (Teti); più a nord gli scudi riportano righe e sinusoidi arricchite con spirali o piccoli umboni sui bordi (Padria); ancora più a nord appaiono completamente lisci (Ossi).

La decorazione degli scudi del Campidano è basata su foglie le cui varianti interessano un trifoglio con banda sottile a Senorbì, un trifoglio con banda spessa a Uta e un bifoglio con banda spessa a Santadi (fig.2). Un’ attenta osservazione di questi piccoli testimoni (la statura media dei 367 bronzetti rinvenuti si aggira sui 15 cm, ad eccezione di alcuni “giganti” come il capo tribù di Uta di 42 cm) ci mostra tanti altri particolari e ci colpisce ancor più per la ricchezza di rifiniture in dimensioni così ridotte.

Negli individui con la cinta sulla corazza è possibile comparare il numero di cinte con il numero di tuniche sovrapposte per ottenere il “rank” o grado militare. Altro particolare degno di nota, in elementi così piccoli, è l’abilità mostrata dai fabbri nel rendere tratti e forme tipici delle genti indigene: visi semiconici con motivo a T e occhi piccoli tondi e sporgenti (Urzulei – Alà dei Sardi); visi arrotondati, stacco della mascella inferiore e occhi grandi (Campidano); testa cilindrica e occhi a mandorla (Sulcis).

 

Alla luce di questa variegata ondata di informazioni valutiamo l’Arciere donato al Museo di Sant’Antioco. Il pezzo in questione è un arciere con elmo dalle lunghe corna a sviluppo verticale anteriore e cresta centrale. Il viso della statua, di forma semiconica, è caratterizzato dall’immancabile schema a T che evidenzia un vistoso paranaso, accostabile ai pezzi rinvenuti a Urzulei e Alà dei Sardi. Il busto è ricoperto da una corazza decorata a coste verticali, da cui partono due mezze maniche anch’esse decorate a coste e l’immancabile bisaccia porta punte (fig.5). È accostabile ancora ai tipi rinvenuti a Teti, Padria, Aidomaggiore.

Il braccio destro è sollevato a 45° a salutare e quello sinistro a tenere l’arco, di tipo lungo, con simili a Urzulei (fig.3), che poggia sulla spalla sinistra. Il retro del busto vede una faretra sistemata sopra la corazza a coste, il colletto anch’esso a coste e una frangia reggi-elmo a schiena di pesce sul retro del capo (fig.4). Gli arti inferiori evidenziano cosciali, gambali e cavigliere umbonate, perfettamente in linea stilistica con la produzione di Urzulei, a decorare un abbigliamento completo da guerriero professionista.

Alla luce di queste valutazioni la decisione di “restituire” al Museo di Sant’Antioco l’Arciere proveniente da Cleveland fa arricciare il naso e denota scarsa preparazione sul reperto recuperato. L’argomento sembra ostico ma un esempio più banale può essere d’aiuto: potrà mai qualcuno, rinvenendo un costume sardo appartenuto a una defunta, ad esempio quello di Orgosolo, dichiarare che sia tipico di Sant’Antioco solo per il fatto che la defunta vi abbia risieduto in vita?.

Per saperne di più: http://www.santantioco.info oppure scrivete a Marcello Cabriolu all’indirizzo mail: info@santantioco.info