Nel piazzale antistante la chiesa di San Giovanni Battista una folla muta si divide in due ali al passaggio del carro funebre. È il giorno dell’ultimo saluto a Roberto Pisanu, il cavaliere morto tre giorni prima all’Àrdia. Roberto ha pagato con la vita il sua legame con la festa in onore di San Costantino. Una passione coltivata in famiglia: suo padre Pietrino è stato per tanti anni fuciliere della corsa sedilese, sua madre ha ricoperto l’incarico di priorissa, suo fratello, Giuseppe, è apprezzato parroco a Suni, un altro, Salvatore, fa parte dell’Associazione Santu Antinu.

 

Tutto il paese è presente per rendergli omaggio. Lutto comunitario, dolore collettivo. Come sempre accade quando si verifica una disgrazia durante la corsa in onore dell’Imperatore Romano che restituì libertà di culto ai cristiani. Sembra di tornare indietro di sette anni, quando Sedilo si strinse intorno ai familiari di Salvatore Sedda, finito con il suo cavallo contro l’arco in pietra de Sa Corte ’e Santu Antinu. Oggi, come allora, non c’è spazio per rispondere alle polemiche scatenate su giornali e televisioni dai soliti soloni: un caduto dell’Àrdia va salutato in silenzio e con rispetto. Rispetto per il suo sacrificio, rispetto per i suoi familiari, rispetto per la fede della comunità verso San Costantino. Lo stesso sentimento che ha animato i cavalieri il giorno successivo alla tragedia quando nel santuario di Monte Isei si è corsa l’Àrdia del mattino.

 

Perché, si sono chiesti in molti, non si è deciso di sospenderla? Difficile spiegarlo a chi non conosce il profondo significato religioso della manifestazione sedilese. L’Àrdia è un atto collettivo di fede, un evento al quale partecipa tutta la comunità, non solo i cavalieri. Non è una giostra equestre e tanto meno una gara a premi. È qualcosa in cui si condensano i valori e i sentimenti della gente:  in estrema sintesi, è il marchio identitario di un popolo. Si può fermare una messa? Allo stesso modo non si può fermare l’Àrdia.

 

Ogni ragazzo sedilese che monta a cavallo è consapevole dei rischi che corre. Le insidie del percorso sono note a tutti, ai cavalieri e agli spettatori più attenti. La domanda da porsi è un’altra: i pericoli possono essere eliminati o quantomeno limitati? Interrogativi che, in questi giorni, tutti i sedilesi si sono posti. Le soluzioni possono essere trovate. Ma, sia chiaro, devono partire dal paese, senza ingerenze esterne come accadde nel 2002, dopo la morte di Salvatore Sedda, quando si decise di mettere le protezioni intorno all’arco in pietra. Allora ci fu una lunga discussione, a tratti aspra, ma alla fine l’accordo fu trovato. L’Àrdia, contrariamente a quanto si pensa, non è qualcosa di immutabile. Negli anni sono cambiate tante cose: a) il punto di partenza (da S’Olia a Su Frontigheddu), b) la stazza dei cavalli, c) l’abbigliamento dei cavalieri, d) il numero delle investiture de sa prima pandela, etc.

 

Qualcuno ha proposto una sorta di commissione di saggi che valuti l’idoneità a correre l’Àrdia di cavalli e cavalieri, che imponga in corsa il rispetto delle regole non scritte. Lelio Zonchello, sedilese illustre, vittima egli stesso di una brutta caduta in un’edizione di tanti anni fa, ha mandato un messaggio ai cavalieri più giovani dalle colonne dell’Unione Sarda: “Ascoltate i consigli dei più anziani  e non cercate di strafare”. Una sorta di codice di autoregolamentazione a garanzia della sicurezza collettiva. Quando viene meno la consapevolezza dei rischi che si corrono succede l’irreparabile, mi disse, nel 2002, uno dei cavalieri più esperti dell’Àrdia. Chiesi: quali sono le regole da rispettare? Risposta: sintonia tra cavallo e cavaliere, condizioni fisiche perfette, cavallo idoneo, massima attenzione nei punti più insidiosi del percorso. Se vengono meno queste condizioni, il rischio è elevato.

 

Quando capita un evento tragico come quello del 6 luglio scorso tutta la comunità paga un prezzo altissimo. Bastava guardare in faccia la gente per capirlo. “Ho avuto l’onore di guidare la corsa, ho realizzato il mio sogno di bambino, ha detto sa prima pandela Giambattista Carta, ma non ha più valore perché Roberto non è tornato”. Neppure per un attimo Giambattista ha pensato di aver condotto da capocorsa un’Àrdia senza pecche. L’orgoglio ha lasciato spazio al dolore. Dolore vero, autentico, come l’amore dei sedilesi per l’Àrdia e la fede per Santu Antinu.