Verità per verità, quest’intervista nasce su Facebook. Una roba anche un po’ invasiva, è vero, un calderone dove ci sta dentro tutto, come il mondo. Ma a usarlo con criterio ci si trovano persone interessanti, da cui ricavare storie. Come quella di Valeriano Gaibazzi: musicista emiliano che per il suo lavoro merita la cittadinanza sarda. Non ricordo più chi ci ha girato il link de La Miniera, un pezzo, sebbene in inglese, che Valeriano ha dedicato ai sardi. Con un video che presenta immagini di Montevecchio, Buggerru, Monte Narba e dei nostri minatori. Donne e uomini che hanno dato l’anima per portare alla luce ricchezze che hanno riempito le altrui tasche, mentre la polvere, le frane, le digrazie levavano loro l’unico bene che possedevano, la vita. Una canzone cliccata migliaia di volte – che si può ascoltare gratis su Youtube cercando Sardegna: miniere e minatori – con un testo profondo e una musica bellissima, che strappa le lacrime. Così abbiamo scoperto Valeriano, un virtuoso della chitarra, un ottimo cantante e compositore, che ha interpretato altri brani della nostra tradizione, e ha dedicato parte del suo tempo a vari lavori sulla storia dell’Isola e della sua gente.

 

Ciao Valeriano, ci dici qualcosa su di te?

Sono nato in provincia di Parma in un paesino chiamato Pieve di Cusignano, niente elettricità né acqua corrente, qualche strada bianca e molte stradine di campagna, un torrente: il Parola, che nella mia fanciullezza era limpido e pescoso, pieno di pozze – i fondoni – dove fare il bagno d’estate. Sono cresciuto in una società contadina, dura ma sempre sincera e onesta, in cui la parola data valeva più di cento contratti scritti.

 

Come ti sei avvicinato alla musica e come è diventata grande questa passione?

La passione è sbocciata presto, anche grazie al prete di paese, che organizzava nel salone parrocchiale recite e canti. Sono cresciuto con la Beat Generation, ma i miei interessi musicali, nonostante la mia anima rock, si sono orientati verso la sperimentazione: elettronica soprattutto. Ascoltavo Isao Tomita, Walter Wendi Carlos, Edgar Froese. Fin dai primi anni ’70 componevo ed eseguivo musica con in mente una rappresentazione scenica fatta di suoni, immagini, danza e recitazione. Queste ricerche hanno prodotto l’opera rock Tiahuanaho. Un brano ha avuto anche una pubblicazione discografica, con la Tickle RCA. Il titolo è L’urlo del vento, sotto il nome di: The Valeriano Group. Sono poi iniziati i miei viaggi per il mondo per approfondire la composizione, l’arrangiamento, le tecniche di registrazione, anche se devo dire che gran parte degli studi gli ho fatti in modo indipendente, sono quello che gli americani chiamano: A self Taught and self Made man. Oggi continuo questa ricerca, con tecniche molto piu avanzate, ma con lo stesso fine: l’arte e la poesia.

 

E il tuo rapporto con l’Isola?

Nasce qualche anno fa, con l’incontro di alcuni amici sardi che mi hanno poi portato sull’Isola. È stato amore a prima vista. Dopo di che è venuta la voglia e la curiosità di scoprire le radici e la storia di questa terra e delle sue genti: il fascino dei nuraghe, delle domus de janas, di una società antica e guerriera che è quasi un romanzo fantasy vivente. Di sicuro la mia è una visione idealistica e poetica. So bene che la Sardegna è oggi ben inserita, con tutti i pregi e i difetti, nel ventunesimo secolo, ma come fare a non scorgere, di fronte a certi paesaggi, i pastori guerrieri che si asserragliavano nei nuraghe aspettando e dando battaglia al nemico? Come si fa a non immaginare la civiltà megalitica, i celebranti che deponevano i corpi dei defunti nelle domus? La Sardegna ne è ancora permeata, sono lì, basta sentirli, immaginarli, vederli.

 

Stai eseguendo alcuni brani della tradizione sarda, come Nanneddu meu e No poto reposare in versione rock melodico, hai intenzione di fare altri pezzi, che so, Procurade ’e moderare?

Nell’arrangiare e nel cantare Nanneddu meu e No poto reposare ho cercato di mantenere intatta la poesia e le emozioni di questi due brani. Quando ci si accosta alla tradizione di un popolo ci vogliono molta umiltà e rispetto. La ricerca è sì trovare nuove strade espressive, ma è anche appartenenza. È restituire le stesse emozioni immutate. Su questi brani ho lavorato per due anni, provando e riprovando varie soluzioni, per ottenere questo risultato. Sicuramente farò altri brani sardi, ma ci vuole pazienza e ispirazione. È sempre possibile mettere in fila alcuni accordi e due note di arrangiamento, ma la poesia… ah! la poesia sta da un’altra parte.

 

Parliamo de La miniera, com’è che hai dedicato il video ai minatori sardi?

Ricordo che da ragazzino, in un libro di scuola, forse geografia, vidi le foto del quadro: I minatori di Carbonia e mi colpirono fin d’allora, un presagio? Forse. Poi, qui in Sardegna, di fronte a questa archeologia mineraria ho rivisto e risentito tutte queste persone che si ammassavano sui montacarichi, che si perdevano nel buio di questi buchi neri, che combattevano perennemente contro l’acqua, che respiravano la morte. Il sacrificio e il dolore di questa gente ha dato tanto a tutti noi e noi non dobbiamo dimenticare.

 

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

È difficile spiegarlo. A volte gli spunti vengono da cose particolarmente emozionanti, dolorose o felici, spesso le idee nascono così come le stelle escono dal buio: si installano nella tua mente e non riesci a liberartene finchè non le hai realizzate. Poi se ne vanno, così com’erano arrivate e tu te ne dimentichi, perchè ora esistono, hanno preso il loro posto nell’immenso mondo dell’immaginario.

 

Farai un disco dedicato all’Isola? Hai fatto già dei lavori, dei video non solo musicali, quasi dei documentari… 

Vorrei fare un disco dedicato alla Sardegna ma, sopratutto di questi tempi, è difficile trovare finanziamenti per opere di valore culturale. Sono un artista-artigiano che fa tutto da sé, anche a livello di produzione esecutiva, cioè sono il solo e unico, purtroppo, finanziatore delle mie opere. Non è detto, comunque, che col tempo un disco non si faccia. I documentari sono parte della mia ricerca sull’Isola. C’è dietro la mia la voglia di scoprire la Sardegna, le sue origini. E con un accenno di presunzione, un poco della sua anima. 

Quali sono i posti, le cose, gli atteggiamenti della gente, che ami di più della Sardegna? Anche le cose che non ami…

Penso di avere già risposto in parte a questa domanda. Una cosa che mi mette un po’ a disagio, a volte, è l’esser considerato un continentale o, come dicono alcuni, un gringo di americana memoria. Io sono del Nord e non riesco a capire certe posizioni oltranziste di un partito, di cui non faccio il nome, ma che si sa bene qual è. Ritrovarle a volte qui mi fa un po’ male. Non per altro: spero che in futuro questa terra possa diventare anche un poco mia.

 

Che musica ascolti?

Lavoro nel mio studio di registrazione dalle sette-otto di mattina fino alla sera alle venti e anche oltre. Quando esco non ho più molta voglia di ascoltare altra musica. A volte si va in qualche pub e lì si ascolta (sic…) quello che passa il convento. Karaoke? Doppio sic… L’unica musica che ascolto è quella della radio, durante i miei frequenti spostamenti in macchina. Per la cronaca: ho una pandina verde con 130 mila km. Arte e ricchezza… triplo sic!

 

Che ne pensi della musica sarda?

Alcune cose sono molto interessanti. Altre come il canto a tenore e la musica per launeddas – di cui sono innamorato in maniera assoluta – mi appassionano completamente. Altre cose ancora fanno parte della tradizione folkloristica e hanno una valenza in quanto tali.

 

Quali sono le tue ambizioni, i tuoi desideri?

Purtroppo, o per fortuna, sono privo di ambizioni. Ho però qualche desiderio: creare opere che entrino nel cuore della gente, che diano emozioni, che non facciano sentire le persone abbandonate nel mare dell’indifferenza.