“A 12 anni ho letto per la prima volta la Divina Commedia e ne sono rimasto subito colpito. I versi duri, forti, così intensamente drammatici di alcuni canti dell’Inferno mi hanno trasportato in un mondo che era allo stesso tempo reale e immaginario. Dopo l’ho riletta parecchie volte e ho finito per imparare a memoria il primo e il terzo canto”.

 

Così Angelo Porcheddu – il poeta banarese che ha raccolto la pesante eredità di Barore Sassu – parla dei suoi esordi e dei modelli che lo hanno avvicinato ad un mondo, solo apparentemente lontano da quelli della sua infanzia. “Angelinu”, così lo chiamano i suoi compaesani, abita con la moglie Maria in una bella casa a due piani all’ingresso del paese, dove sono stati investiti i risparmi di una vita di lavoro. Dopo l’infanzia trascorsa all’interno di un mondo e una civiltà rurale ed agropastorale, Angelo a 23 anni emigra a Genova, dove lavora all’Italsider, come molti altri sardi per cui l’apertura di quello stabilimento sembrava una sorta di terra promessa, un posto di lavoro fisso e sicuro per raggiungere il quale si era disposti a fare mille sacrifici.

 

A Genova rimane fino al 1973, quando rientra a Banari, ed è proprio durante questi anni di lontananza dalla suo paese natale che ha modo di coltivare quella passione per la poesia che fin da piccolo lo aveva spinto ad ascoltare con lo stupore e la fantasia tipica dei bambini le gare in piazza, dove periodicamente si sfidavano nei paesi della Sardegna i migliori esponenti della poesia estemporanea, tra cui l’illustre banarese tiu Barore Sassu. La nostalgia della lontananza è un sentimento che accomuna tutti gli emigrati e tutti i sardi sparsi per il mondo sanno bene cosa significhi, specie durante i primi tempi quando inserirsi in un ambiente ed una cultura estranei e diversi dalla propria sembrano acuire ancora di più il rimpianto per quanto ci si è lasciato alle spalle.

 

Angelo non è immune da questa malattia dell’anima ma riesce a esorcizzarla attraverso la lettura e la scrittura. Nelle prime poesie scritte a tavolino, solo con se stesso e i propri ricordi, riversa tutto un mondo di sensazioni ed emozioni ataviche da cui non può e non vuole separarsi: gli appartengono, fanno parte di se stesso  e la scrittura avrà il compito di salvarle dall’oblio del tempo. Ma la passione iniziale non è sufficiente e Angelo la affina leggendo moltissimo: Paulicu Mossa e Bartolomeo Serra sono solo alcuni dei modelli cui si riferisce spesso in questi anni di apprendistato poetico. A Genova nel frattempo si incontra spesso con altri sardi emigrati ad ascoltare poeti e cantatori al circolo Sarda Tellus di Piazza Santa Brigida e in un altro circolo di Via Verona, a Cornigliano Ligure, non lontano dal luogo di lavoro.

 

 Finalmente esce allo scoperto e nel 1969 partecipa per la prima volta al concorso Città di Ozieri (cui prenderà poi spesso parte  con lusinghieri risultati, tra cui un secondo premio ottenuto nel 1989 nella sezione poesia sarda inedita) ottenendo una segnalazione nella sezione Immigrati. Venuto a conoscenza di questa segnalazione al prestigioso premio letterario, lo stesso Barore Sassu  inviò un sonetto, composto per l’occasione, “al collega-parente e paesano” congratulandosi con lui per il risultato ottenuto e definendolo àteru fiore aggiuntu a su Parnasu ’e Logudoro.” “Mi sono commosso nel ricevere questo omaggio e riconoscimento”, spiega Angelino, “ anche perché tiu Barore non era tipo da fare una cosa del genere se non la pensava veramente. Lo conservo ancora con la bella dedica che mi ha fatto”. Nel 1973 Angelo Porcheddu, andato in pensione, decide di fare rientro a Banari e poco prima della morte di Barore avrà modo di incontrarlo varie volte, in particolare nel corso di una memorabile serata in cui discute con lui fino a tarda notte tra un bicchiere di vino e l’altro.

 

Da allora partecipa numerose volte al Premio Logudoro, vincendone cinque edizioni, e raccoglie una parte della sua sterminata raccolta poetica (tra cui 250 poesie inedite) in due testi: nel 1991 Chimeras e nel 2003 Tessinzos de s’anima. Proprio nella più recente raccolta emerge con decisione una vena lirico-metafisica che lo porta a ricercare nei meandri della scrittura, delle rime e dei versi, le ragioni e i misteri del vivere, espressi facendo ricorso a una lingua letteraria che recupera spesso termini e modi di dire dell’uso quotidiano di una volta. “Non ho un modo di procedere fisso quando scrivo”, spiega il poeta (anche se questa definizione non gli piace), “ma lo adatto di volta in volta al tema che devo trattare. Posso finire tutto in un giorno, può passare una settimana, altre volte una poesia la posso tenere nel cassetto anche un anno, dipende dai momenti”.

 

Alla prima stesura, fatta normalmente di getto, Angelo ne fa seguire molte altre in cui rielabora, taglia, corregge, lima e cesella i suoi versi, vocabolario alla mano, con una cura certosina e artigianale. “Quello che mi manca certe volte è la possibilità di discutere e di confrontarmi con i giovani o con altri poeti nel mio paese”. Angelo Porcheddu spera a questo proposito che sorgano sempre più  iniziative che possano permettere a molti ragazzi di scoprire  quella che un tempo, prima della nascita della televisione, era una tradizione ed un modo abituale per stare insieme e discutere temi ed argomenti di attualità.

 

A Banari nello scorso mese di ottobre l’amministrazione comunale e la Fondazione Logudoro Meilogu hanno voluto ricordare il trentennale della morte di Barore Sassu. Nel corso della serata il giornalista e scrittore Paolo Pillonca ha ricordato come tiu Barore sia stato tra l’altro una sorta di ponte ideale in Sardegna tra la poesia orale e quella scritta, di cui attualmente Angelo è uno dei più validi rappresentanti. Il noto giornalista e studioso ha letto una poesia che Angelino ha voluto dedicare per l’occasione al suo compaesano, Unu fiore de ammentu, dove il poeta vivente rende idealmente omaggio al suo celebre predecessore restituendogli quanto ha ricevuto ai suoi esordi. Lo scorso 25 novembre Angelo Porcheddu ha aggiunto un altro premio alla sua già nutrita bacheca di riconoscimenti. Ha vinto infatti il primo premio del concorso di poesia delle Acli, sezione “Poesia in rima” con il componimento In su palinzu atunzinu. Ma a montarsi la testa proprio non ci sta. “I miei stimoli vengono da dentro”, spiega. “Sono quelli che mi spingono ancora a sedermi a tavolino a comporre poesie, con lo stessa passione di quando ho iniziato, tanto tempo fa”.