Siliqua custodisce un importante monumento medioevale che vale la pena visitare: il castello di Acquafredda. Il periodo della sua edificazione è incerto, ma documenti datati 1214 indicano con il nome Burg di Acquafredda il luogo d’incontro tra il giudice cagliaritano Barisone e sua moglie Benedetta, con un portavoce del pontefice inviato da Roma. Siamo in epoca giudicale e il castello, inserito nella Curadoria del Sigerro, faceva parte del Giudicato di Cagliari. La fortezza già prima del 1214 doveva essere almeno in parte costruita. È comunque opinione diffusa attribuirne la costruzione al nobile pisano Ugolino Della Gherardesca, conte di Donoratico, sin dal tempo in cui divenne signore della parte sudoccidentale della Sardegna, dopo la caduta del Giudicato di Cagliari, nel 1258.

 

Il castello è disposto su tre livelli costruttivi cinti da mura. Le strutture sono in pietra locale e ciottolato del vicino Riu Casteddu. Al primo livello fortificato si accede da un ingresso a gradini, detto a tenaglia o a gomito. Qui una massiccia porta in legno, chiodata e rivestita di borchie, ostruiva l’entrata con una chiusura a saracinesca. Lo stratagemma impediva l’abbattimento con l’ariete: gli assedianti, non trovando spazio per la rincorsa, con il percorso in salita, non potevano imprimere nessuna forza d’urto alla loro azione. Durante il tentativo erano inoltre bersaglio di balestrieri e arcieri, posizionati nella Torre Sperone e lungo il camminamento di ronda.

 

Oltre la porta, a 153 metri sul livello del mare, c’era il borgo che accoglieva gli alloggi per i soldati e le loro famiglie, le case dei servi, le stalle, i magazzini per le scorte alimentari, le armi e gli attrezzi. La vita quotidiana si svolgeva fra queste mura. Il castello era un mondo economico e sociale autosufficiente. La prima cortina muraria protegge il borgo ed è lunga più di 100 metri. Si nota ancora il camminamento di ronda coi merli guelfi, presidiato da guardie armate. Lungo la cortina esterna sorgevano quattro torri, distanti 30 metri: la gittata di una freccia.

 

Rimane in piedi la Torre Sperone e una Torre a Gola, quest’ultima con tre ballatoi in legno, messi in comunicazione da scale. Ogni torre, per agevolare gli spostamenti dei difensori, era collegata al camminamento di ronda. Sulla cortina le torri si aprivano verso l’interno per una facile riconquista. Le feritoie strombate, a bocca di lupo, consentivano una visuale ampia, limitando il rischio di essere colpiti. Nella parte più alta del borgo la prima cisterna: profonda 7 metri conteneva 300 metri cubi d’acqua. Ha una copertura a volta ed è in mattoni di laterizio impermeabilizzati con caolino. Recenti scavi hanno restituito una piccola struttura rettangolare dotata di abside: forse la chiesa di Santa Barbara di Acquafredda, e tre scheletri del XIV secolo.

 

Il secondo livello costruttivo, la Torre Cisterna, è a 200 m di quota. Si tratta di un grande terrazzo con merlatura guelfa, da cui si gode uno spettacolare panorama, in cui erano posizionate due catapulte. La cisterna, con copertura a volta, è formata da tre ambienti e conteneva oltre 800 metri cubi d’acqua. Nella parte più alta del cono vulcanico, a quota 256 m, si innalzano alcune cortine murarie e il mastio: l’abitazione del castellano e della sua famiglia. Questa struttura aveva una pianta a U ed era composta da tre piani, di cui uno adibito a cisterna, sovrastati da una terrazza, sede della vigilanza armata. Parte del primo piano era occupata dal salone dove si banchettava, si suonava, si giocava a scacchi e a dama e si ricevevano gli ospiti. Gli alloggi della cucina si affacciavano sul cortile.

 

Il secondo piano ospitava le camere da letto del signore, della moglie, dei vari componenti della famiglia e degli ospiti. Al centro del mastio c’è un’altra torre alta: la Torre Major, cuore della fortezza e ultima roccaforte del signore. Sul versante ovest, a quota 247 metri, ecco la Torre di Guardia. Da un rilievo nella facciata della chiesa di San Giorgio a Siliqua, si apprende di un ponte ad archi, in legname e mattoni, che collegava mastio e Torre di Guardia. Al mastio si accedeva da un ponte levatoio che permetteva controllo e difesa assoluti del maniero. La manutenzione però era dispendiosa, e durante il periodo spagnolo il ponte venne sostituito da una scalinata in pietra. Sul lato esterno della parete ovest si possono notare gli scudi di cinque stemmi araldici, tra cui l’aquila imperiale, simbolo dei Della Gherardesca.

 

 

Il Conte

Ugolino, arrivato nell’Isola da Ghibellino, tradì Pisa e il suo imperatore, schierandosi coi Guelfi, fedeli al papato. A questo è dovuta la merlatura guelfa del castello. La scelta derivò, più che da ragioni politiche, dal non voler pagare tasse sui proventi delle miniere dell’iglesiente al comune pisano. Dopo altre vicissitudini dove il conte spesso brillò di ambiguità, nel 1288 fu richiamato a Pisa con l’inganno e rinchiuso in una torre, poi chiamata la torre della fame, con due figli e due nipoti. Della torre fu murata la porta e i cinque sciagurati furono lasciati morire di fame e di sete. Le vicende di Ugolino sono diventate celebri grazie ai versi della Divina Commedia. Dante lo pone nel XXXIII canto dell’inferno: tra i traditori della patria: La bocca sollevò dal fiero pasto/ quel peccator… Versi da cui nasce la leggenda del conte che, vinto dalla fame, si cibò delle carni dei figli.

 

 

 

Dov’è?

Il castello sorge a 3 km dal centro abitato ed è adiacente alla S.S. 293, strada di passaggio obbligato per chi da Cagliari deve raggiungere la zona del Basso Sulcis.

Info, per visitare

 

Antarias società cooperativa

Via G. Pascoli n°25 – 09010 Siliqua (CA)

Tel. 349 1564023—349 7428014

www.castellodiacquafredda.it —– antarias@tiscali.it