Gustatevi un live dei Rolling Gangsters. E saltate, indiavolatevi e applaudite. Perché lassù, a sudare e a strapparsi la pelle dando a tutti una bella lezione di rock ‘n roll, c’è il grande Joe Perrino. Che non risparmia fiato. È una belva che ha appena strappato le catene e ruggisce, vola da una parte all’altra, si dimena: un po’ sciamano e un po’ un cristo metallaro – con tanto di tunica e corona di spine – che grida la sua tempesta di suoni per reclamare giustizia. Ora e qui, incarnazione perfetta del verbo del rock. Non ne trovi così tanti, in Italia, con tali bocce quadrate. Macchine da guerra i Rolling Gangsters. Nati due anni fa dalle ceneri di band storiche come Rod Sacred e Elefante Bianco, da fine settembre propongono un mini cd di tre brani: Get a Starship, Heavy Metal Jesus e Baby Ride, prologo di un disco più corposo che vedrà presto la luce.

 

– Hey Joe, ci dici un po’ dei Gangsters?

 

Il gruppo è nato quasi per gioco con degli amici – i fratelli Galletti, Gianluca e Graziano – ma in origine, per problemi caratteriali, ha faticato a trovare l’assetto. Dopo alcuni assestamenti, e la fuoriuscita dal gruppo dei fratelli, la formazione si è compattata e ha iniziato la sua marcia. Facciamo rock, tendente magari all’heavy metal. Anche se per me il metal è quello di Iron Maiden e cricca. È come se prendi alcune cose di Joe Perrino, AC/DC, Motorhead, Led Zeppelin, Black Flag ecc. e ne fai un bel cocktail. Servi ed ecco i Rolling Gangsters.

 

-Di che parlano i testi?

 

Sono una via di mezzo tra il rock inteso come stile di vita, storie in salsa Bukowski e roba alla Tom Waits. Brani non troppo semplici. Baby Ride parla di uno che è stato mollato dalla ragazza e decide di comprarsi un distributore di benzina nel deserto. Get a Starship, dato che il mondo è a un punto di non ritorno, consiglia di costruire un’astronave per levarsi dalle scatole. Heavy Metal Jesus racconta di un Gesù vero, ma meno materialista della Chiesa. Uno che aiuta chi ha bisogno, i senza casa, le prostitute, uno che, riferendosi alla classe media che schiaccia i poveracci, dice: nessuna pietà per te, superegoista bastardo. Puntualizzo che i miei attacchi non sono gratuiti: sono credente e Gesù ce l’ho pure tatuato.

 

Quando uscirà il disco completo?

 

D’inverno. Ma ci orienteremo verso l’estero, perché in Italia fare rock è un bluff. L’ambiente non è serio, il vero rock qui è fallito. Anche gruppi come Afterhours e Marlene Kuntz non sono più così brillanti, si sono seduti. Io sono sulla scena da tanti anni, ho girato l’Italia prima con Joe Perrino & the Mellowtones e poi con gli Elefante Bianco, ho suonato all’estero e so come funziona. Qui nessuno investe, la gente è modaiola. Nel nord Europa invece questa musica va forte e entra in classifica.

 

Com’è che sei approdato all’inglese?

 

Perché fare questo genere in italiano non ha senso. Elefante Bianco era una sfida per riproporre in italiano uno stile alla Pantera, Sepoltura, White Zombie, Faith no More. Tutti hanno detto che il progetto era buono, che rendeva l’idea. Anche Metal Hammer, parlando del movimento italiano, si è rammaricato che il gruppo sia uscito di scena. Purtroppo ci sono stati attriti con la casa discografica, che voleva commercializzare il tutto, ma che si è presa un bel vaff…

 

 

– Nel frattempo hai fatto l’attore…

 

Faccio di tutto. Ho partecipato a Fill’‘e Preri di Bepi Vigna, a La Preda di Paolo Carboni, ad alcuni spot e al film Tutto Torna di Enrico Pitzianti. Poi un po’ di teatro, interpretando un pirata per Marina Cafè Noir e mettendo in scena alcune cose scritte da me come Un Operaio Romantico. Sperimento, altrimenti mi annoio. Nella musica ho fatto la stessa cosa: ho iniziato nell’81 con gli SS 20 facendo hardcore punk, sono passato ai Joe Perrino & The Mellowtones, ho suonato blues, ho vissuto a Londra suonando un crossover metal simile ai primissimi Red Hot – ma anticipandoli – negli A.D. Show, poi gli Elefante. Tutti progetti diversi, perché le cose o funzionano al cento per cento, e cioè riesci a viverci, o vanno modificate. Da poco ho seguito un corso di recitazione a Roma: intendo teatralizzare di più i miei spettacoli. Non come Alice Cooper, ma voglio mimare delle cose, per stimolare la concentrazione visiva della gente che a volte, solo con la musica, va in secondo piano.

 

Qual è il look dei RG?

 

È un mix tra il country rock, con stivaloni, pantaloni in pelle e lo stile biker, ma senza arzigogoli. Dietro c’è il suono, la performance. Davanti invece c’è il pubblico, e ti rendi conto di come reagisce. Attualmente su Myspace riceviamo tonnellate di messaggi, anche da tedeschi, francesi, brasiliani che hanno visto i live durante le vacanze in Sardegna. Il riscontro è ottimo.

 

Che mi dici della tua città: Cagliari?

 

Che è bellissima, ma il cagliaritano si sta imborghesendo e omologando. Dagli ambienti fighetti a quelli rock è la stessa sbobba. E poi molta puzza sotto il naso. Anche quelli delle band sono tutti toghissimi, si sono fatti fregare dai messaggi mediatici. Hanno i pantaloni più belli, il piercing più matto, il tatuaggio più figo e poi salgono sul palco e fanno pena. Mi dispiace ma è così. Io sono un animale, questi sono rocker della domenica che suonano per la birra o per la pivella che sta sotto il palco. Io canto perché so fare bene solo quello: lo faccio con sincerità e trasporto. E rispetto chi viene a vedere i miei concerti. Non dico che a Cagliari non ci siano buoni gruppi, bisogna vedere se durano.

 

E il tuo progetto solista?

 

Lo porto avanti e spero che presto possa uscire. Sono ballate rock molto morbide, tratte da Un Operaio Romantico. Qualcosa che mi hanno detto potrebbe assomigliare a Coldplay, Capossela, Paolo Conte, Travis, Tom Waits. Ma in realtà è qualcosa di molto mio.

 

 

Box: formazione attuale Rolling Gangsters

 

 

Joe Perrino – voce

Franco Onnis – basso

Fausto Pisano – chitarra

Gianluigi Carta – chitarra

Ricky Sedda – batteria

Sito internet – http://www.myspace.com/rollinggangsters