L’immagine del sommergibile, a partire dai prototipi di Leonardo fino ai più recenti esempi di sofisticate applicazioni tecnologiche, suscita scene fantastiche di esplorazioni subacquee alla capitano Nemo oppure di pericolose azioni belliche che lasciano senza fiato.

 

L’interrogativo è legittimo: cosa lega un sommergibile ad un’opera di letteratura sarda, ambientata in un paese della Sardegna interna tra 1800 e 1900, scritta in lingua lulese, da una donna? Risposta: il marito della protagonista, Meledda, dalla quale deriva il titolo del romanzo di Mariangela Dui (Meledda, Cagliari, Condaghes, 2005, pp. 131, € 8,00) è il capitano di un sommergibile.

 

È un bel giovane, forestiero, giunto in paese quasi casualmente grazie alla passione per la caccia; il viaggio di due giorni, dalla Baronia verso l’interno, rappresenta l’itinerario di comprensione di una terra prima considerata malvagia. Mentre il suo sguardo spazia dal mare ai monti, con la mente ripercorre la storia di Sardegna, quella studiata a scuola, che non rende giustizia a un’isola spesso disprezzata.

 

Identica diffidenza nei confronti degli stranieri prova il padre di Meledda, lavoratore benestante che, sebbene dalle frequentazioni con coloro che venivano dal continente per costruire la ferrovia e sfruttare le miniere traesse benefici e buona fama, le ha insegnato a non rivolgere loro la parola. Sarà per la legge fisica degli opposti che si attraggono che Meledda e il capitano si sposano e hanno due bambini; sarà per gli scherzi del destino che la loro felicità non può durare a lungo.

 

Dopo la morte in mare del capitano, per la giovane donna inizia la lotta per sopravvivere con dignità, in un periodo storico segnato dalla guerra e dal difficile passaggio alla modernità. Il lettore incontra Meledda in età ormai avanzata, nella sua casa deserta, ravvivata solo dalle visite quotidiane di una ragazzina speciale che deve conoscere la verità sulle sue radici. Prende forma una dimensione ovattata che unisce mondi lontani e tempi andati, perduti per sempre come il figlio, emigrato in America Latina per lavorare, e i nipoti che hanno subito la stessa sorte di molti argentini spariti nel nulla. Affiora un segreto che le ha segnato la vita e che non può portare con sé al termine dell’esistenza.

 

La storia della singola persona diventa storia della comunità ma non solo quella ristretta del paese o dell’isola; abbraccia spazi e vicende uniti dal dolore e dall’ingiustizia. Il ricordo è l’unica medicina che può lenire ogni sofferenza, meglio ancora la scrittura. Iscrie tue chi potes, ripete Meledda alla giovane; nulla deve essere tralasciato perché la memoria costruisce il futuro.
A Mariangela Dui abbiamo rivolto alcune domande.

 

 – Quando le è nata l’idea di creare un romanzo in lingua sarda, avventurandosi per una strada poco frequentata dagli scrittori e dalle scrittrici di Sardegna?

 

Il romanzo Meledda è nato in italiano. La decisione di scrivere in sardo è arrivata grazie a Pinuccio Canu, cultore della lingua sarda che mi ha infuso la sicurezza necessaria per intraprendere questo viaggio. Le perplessità iniziali erano dovute al fatto che durante gli studi liceali avevo vissuto a Cagliari, parlando esclusivamente in italiano, perciò una volta tornata al mio paese avevo perso i connotati grammaticali sardi. Pinuccio Canu mi ha consigliato di giocare con la lingua sarda: così è iniziata la ricerca, durante la quale andavo in giro con un taccuino per segnare parole, sinonimi e contrari, modi di dire. Questo mi ha permesso di riavvicinarmi alla mia gente, ricontattare persone anziane che altrimenti non avrei incontrato.

 

 – Come è nato il personaggio di Meledda?

 

Il nucleo principale del romanzo è nato dalla lettura di un articolo relativo alle famiglie Marras e Mastinu di Tresnuraghes, emigrate in Argentina, che hanno avuto due figli uccisi dai militari golpisti, Mario Bonarino Marras e Martino Mastinu. Mi aveva impressionato la mamma di Martino, ucciso a 28 anni nel 1976, Maria Manca, che insieme alle Madri di Plaza de Majo ha lottato con forza per ottenere giustizia per suo figlio. Questa vicenda mi aveva colpito profondamente perché ho avuto tre zii partiti in Argentina di cui uno, molto vicino a Juan Peron, è riuscito a salvarsi fuggendo in Brasile. Il personaggio di Meledda è frutto di invenzione letteraria ma nella scelta del nome ho voluto rendere omaggio ad una poetessa di Lula, della quale i giovani non conservavano più memoria, che era una atitadora tra le più brave della provincia.

 

 – Quali strategie letterarie ha privilegiato per plasmare la lingua sarda sulla base delle esigenze del romanzo?

 

Ho ricercato tutti i meccanismi della lingua d’uso quotidiano, con il recupero delle metafore e l’utilizzo di giri di parole per definizioni che non dovevano mai essere troppo dirette, nette ma morbide. Ho voluto ricreare l’atmosfera de sos contos de tziminera quando la famiglia si riuniva davanti al focolare e dopo la recita del rosario i genitori raccontavano le storie ai bambini; oppure quando si cuoceva il pane e sa mastra de còchere, la donna più esperta che vigilava sulla panificazione raccontava di banditi violenti e pericolosi ma anche coraggiosi e capaci di atti di bontà nei confronti di persone in difficoltà, amori perduti, donne vagabonde, morti sepolti vivi che di notte suscitavano incubi terribili in noi bambini, ma anche la curiosità di immaginare persone e luoghi  affascinanti.

 

 – Nel 2005 con Meledda ha vinto il Premio Grazia Deledda. Da allora quali riscontri ha avuto sia in termini di vendita che di conoscenza del romanzo?

 

Siamo alla seconda ristampa con oltre duemila copia vendute. Meledda ha suscitato l’attenzione del mondo accademico con la citazione nella storia della letteratura sarda In presenza di tutte le lingue del mondo di Giuseppe Marci; ho anche ricevuto l’invito a partecipare ad una lezione di linguistica all’università di Cagliari. Inoltre una scuola media di Nuoro ha utilizzato Meledda  come libro di lettura e due brani sono inseriti nell’ultimo lavoro di Clara Murtas.

 

 – Il libro Sante e sciamane di Clara Murtas contiene due brani tratti da Meledda con la traduzione in italiano, da lei curata. Pensa di trasporre l’intero romanzo in lingua italiana?

 

Penso di affrontare prossimamente la traduzione in italiano, per dare l’opportunità della lettura anche a chi non conosce la lingua sarda.

 

 – Qual è la sua posizione in merito alla tutela della lingua sarda?

 

È importante avere delle leggi specifiche ma per tutelare la lingua sarda è necessario parlarla, tenerla viva e rispettarla. Sa limba comuna può essere usata per elaborare documenti ufficiali ma non per romanzi e poesie. Le varianti locali, delle piccole comunità, sono ricchezze. Francesco Masala diceva: La lingua è la storia del mondo perché attraverso la nostra lingua raccontiamo ciò che siamo.