Gentilissimo Ministro Gelmini,

sono un’insegnante elementare, in pensione  da tre anni. Ho lasciato la scuola, dopo oltre 35 anni di insegnamento, con l’entusiasmo del primo giorno, nonostante uno stipendio davvero mortificante. Ho scelto di andar via col sorriso al momento giusto, consapevole del fatto  che la nuova scuola dell’allora ministro Moratti poteva imbrigliare il mio entusiasmo e – peggio ancora! – rendere faticoso il risveglio. La scuola che il ministro Moratti aveva in mente – quella delle tre “I”  per intenderci –  era – e rimarrà – un assurdo pedagogico, lontana anni luce  dalla scuola della partecipazione,  dell’incontro, del confronto, della creatività. Della crescita vera. Comunicai le mie perplessità al ministro  con una lettera aperta  che, come prevedevo, non ebbe risposta.

 

Oggi  la lettera aperta l’indirizzo a Lei che, a prima vista, pare davvero una maestrina al suo primo incarico. Giovane, carina, sorridente, con un futuro tutto da costruire.  A ben guardare, però, vedo che trascina, apparentemente disinvolta,  una valigia piena zeppa  di cianfrusaglie: il grembiulino-divisa,  il voto, il cinque in condotta, il maestro tuttologo… Presa dalla Sua naturale voglia di realizzare, forse non scorge le ragnatele e, a causa del chiasso assordante che caratterizza questo nostro mondo in corsa,  non vede e non sente  i bisogni reali della scuola.

 

Il fatto non mi meraviglia più di tanto, considerata la Sua giovane età e la conseguente inesperienza. Ciò che invece preoccupa  è il fatto che voglia presentarci il tutto come un’esigenza, un qualcosa di utile, didatticamente efficace. Se, con umiltà, avesse chiesto la collaborazione di quelle persone che all’interno della scuola  hanno  costruito per anni (un nome per tutti: Mario Lodi) e di coloro  che i bambini-ragazzi li conoscono bene (Marcello Argilli, Roberto Piumini, Vittorino Andreoli, Umberto Galimberti…) e sanno come “apparecchiare” la tavola del sapere, questa scuola che annaspa da tempo e che oggi rischia di annegare, avrebbe probabilmente  trovato quei modi e quei mezzi e valorizzato quelle strategie capaci di rendere non solo gratificante ma perfino piacevole l’andare a scuola. 

 

Ciò che è necessario ri-costruire e rafforzare all’interno della nostra scuola è, innanzi tutto, un clima di accoglienza e partecipazione reale, dove non può e non deve trovar spazio  lo spettro del cinque in condotta  che, mi creda, non serve a nulla  se non a intimorire, a rafforzare paure, ad allontanare, a marchiare.

 

Gli idioti vanno puniti!, ha esordito nella trasmissione televisiva “Tatami” il ministro della …gioventù, Meloni. Devo essere stata particolarmente fortunata  perché  nella mia lunga esperienza scolastica, idioti non ne ho mai incontrato, se non fuori dalle aule scolastiche e fra quegli adulti che antepongono l’apparire all’essere. Lei crede realmente che lo spauracchio del cinque in condotta  porrà un freno al bullismo? O non contribuirà – come io temo –  a rendere più aggressivi  e pericolosi i comportamenti di coloro che, con determinati atteggiamenti, manifestano  disagi più o meno seri? 

Più spesso di quanto si creda i disagi dei nostri ragazzi sono una richiesta d’aiuto.  Non esistono ragazzi difficili,  ministro; esistono ragazzi con delle difficoltà, e non è necessario avere antenne speciali o un udito finissimo per  coglierne i segnali. È giusto rispondere col cinque in condotta e con la conseguente ripetenza che inevitabilmente diventerà abbandono? O non sarebbe stato opportuno, visti i tempi da “deserto emozionale”, imporre la presenza in ogni scuola di pedagogisti e psicologi dell’età evolutiva? Sarebbero soldi buttati al vento o non, invece, come io credo, un ottimo investimento  per la costruzione di una società migliore, dove abbiano ancora diritto di cittadinanza le emozioni, i sogni,  i progetti, la voglia di futuro?

 

All’estero – si ripete fino alla noia – il numero degli insegnanti  per classe è minore. E allora?  Chi dice che sia un bene? Dobbiamo per forza allungare lo sguardo oltralpe e dimenticare che siamo figli di Michelangelo, Leonardo, Verdi, Dante, Montale… È in questa direzione che è necessario guardare, quando si fa riferimento alla cultura.   Tutto ciò che si spende in cultura è sempre e comunque un buon investimento. Più esattamente, consente il risparmio: migliore sarà l’offerta formativa, minore sarà la dispersione scolastica che toglierà manovalanza alla criminalità, e ospiti ai Centri di recupero che, vista l’aria che tira, continueranno ad essere costruiti a spese delle Regioni o dello Stato. “Prevenire è meglio che curare”… Condivide, Ministro?

 

Quanta confusione, poi! Il Ministro Tremonti, nella trasmissione “Ballarò”, ha parlato di tre insegnanti per classe. Ma quando mai?  Nei moduli lavorano tre insegnanti su due classi e,  più spesso di quanto si pensi, tre insegnanti su tre classi… visto che, secondo il numero degli alunni, vengono accorpate – quando va bene! -, la terza , la quarta e la quinta.

 

Ancora: che cosa significa l’affermazione sentita da più parti che i genitori risparmieranno perché i libri saranno gli stessi per cinque anni?! Il risparmio consiste nell’acquistare i libri usati?

 

Il problema del grembiulino-divisa, poi, lo lasci agli insegnanti. Un’idea  in tal senso sono capaci di partorirla anche loro, a dispetto dello scoramento. Che si fa se alcuni alunni non indossano il grembiule? Si mandano a casa o avranno il cinque in condotta?

 

Le cose da dire sarebbero tante, ma non voglio rubarle altro tempo. Vorrei però concludere con un consiglio. Posso? Si occupi e si preoccupi dell’edilizia scolastica. Il 75 per cento degli edifici non è a norma. Ho ancora nella mente e nel cuore il disastro, immane, degli insegnanti e dei piccoli di San Giuliano, morti come sappiamo. Cordialmente.