Il mese di Agosto porta con sé un invito al diletto: il mare, il riposo, le gite con gli amici che rientrano da luoghi lontani. Sembra quasi di dimenticare o accantonare in un angolo i problemi trascinatisi fino a quel momento. Talvolta però nemmeno l’afa estiva mette a tacere le tribolazioni quotidiane alimentate continuamente da crisi globali e locali che tengono sempre alto il livello di preoccupazione. Tempi duri per tutti, soprattutto per una terra come la nostra isolata per natura e a volte anche per oscure volontà d’oltremare. Preoccupa la mancanza di lavoro e la perseverante tendenza ad eliminare quello già esistente. La crisi è arrivata dappertutto. La crisi occupazionale diventa poi anche crisi sociale e si trasforma in crisi personale. Tutti i settori ne sono attraversati compreso quello che un tempo era considerato uno degli assi portanti dell’economia sarda: l’allevamento ovi/caprino. La chiacchierata con il Presidente della Coldiretti di Nuoro, Salvatore Mastio, potrebbe servire come punto di partenza per una riflessione collettiva.

 

Presidente, ragionare di agricoltura e allevamento nella provincia di Nuoro equivale a parlare di crisi. Che situazione si vive nelle campagne oggi?

 

La crisi attuale nel nostro territorio è gravissima, perché se da altre parti potrebbe esistere un’alternativa con la coltivazione dei terreni, la conformazione del nostro territorio non ci permette di pensare ad altre soluzioni possibili se non a quella dell’intensificazione e miglioramento dell’ambito zootecnico.

 

– Che significa oggi lavorare in questo settore?

 

Faccio un esempio. In passato possedere un gregge di cento capi ovini permetteva ad una famiglia di vivere dignitosamente, molte famiglie sono riuscite a sostenere le spese universitarie dei propri figli. Oggi questo non è più possibile, si produce sotto costo rischiando continuamente di coprirsi di debiti e quasi di non garantire un tenore di vita adeguato alle proprie famiglie.

 

– Qual è il problema principale?

 

Il latte è il problema principale. Non viene pagato al giusto prezzo. Oggi si aggira intorno ai 0,75/ 0,78 centesimi di euro al litro, ma per anni lo abbiamo pagato meno dell’acqua o di una tazzina di caffè. E i problemi aumentano di giorno in giorno. Un recente studio universitario voluto dalla nostra associazione ha messo il luce il fatto che il costo di produzione per un litro di latte ovino o caprino è di circa € 1,20.

 

– Cosa comprendono questi costi?

 

Si tratta dei costi dei mangimi, delle spese per la corrente elettrica, per i trasporti e i carburanti. E a questi si aggiunge oggi anche la spesa per la manodopera.

 

– Si parla nuovamente di abbandono delle campagne e di manodopera sarda inesistente.

 

Il problema della manodopera è stato “risolto” con l’assunzione di extracomunitari, ma anche a questo proposito vi sono numerose difficoltà da affrontare nel rapporto con queste persone. La tragedia più grande è che non si è più verificato uno scambio generazionale e molti padri non se la sentono più di invogliare i figli a seguire le loro orme.

 

– Ma non vi è forse anche un problema di arretratezza delle campagne e delle aziende?

 

Al contrario. Gli allevatori sono stati spinti troppo a modernizzare le loro aziende, talvolta indebitandosi impropriamente, senza considerare l’inadeguatezza delle strade rurali o la totale assenza di energia elettrica in alcune zone per cui i costi per queste aziende sono stati spropositati.

 

– Si può sempre ricorrere alla richiesta di un credito…

 

Le banche oggigiorno dubitano della categoria. Prima esistevano dei tassi agevolati, ora invece non ci sono più e in caso di mancato pagamento le aziende dovranno essere cedute alle banche.

 

– Quale soluzione propone la vostra associazione per superare la grave crisi?

 

Il primo passo è l’abbattimento dei costi di produzione che si ottiene con una defiscalizzazione da parte dello Stato per le zone disagiate: minor prezzo del gasolio, dei mangimi e soprattutto dei concimi. Esistono già nel territorio italiano delle cosiddette “zone franche” protette e riqualificate con seri piani di sviluppo.

 

– Si parla sempre più di vendita diretta dei produttori, di filiera corta, di farmer market. La provincia di Nuoro conosce questa tipologia di vendita?

 

Vi sono alcuni buoni esempi, ma la poca informazione impedisce spesso la diffusione capillare. Nel caso del farmer market, ad esempio, molti amministratori non sono a conoscenza del fatto che il Comune può autorizzare una volta a settimana la vendita dei prodotti in un mercato senza richiedere particolari licenze che spesso impediscono la vendita dei prodotti.

 

– Ma i prodotti non possono essere destinati solamente al consumo locale. Per quale motivo la categoria non riesce ad inserirsi nella grande distribuzione e a rispondere affermativamente alle richieste delle grandi catene?

 

La verità è che la cultura del cooperativismo è quasi inesistente. Le grosse quantità richieste non possono essere fornite dal singolo allevatore. Manca la capacità di comprendere che insieme si è più forti.

 

– Il vostro lavoro e la vostra attenzione al territorio necessitano di un supporto a più alti livelli…

 

Sempre che gli alti livelli intendano ascoltare. Il rapporto con la Regione non è dei migliori. Dal nostro punto di vista gli investimenti su questo settore sono stati minimi, se non inesistenti. Abbiamo proposto alla Regione di costituire un osservatorio sui prezzi senza ottenere risposte soddisfacenti.

 

– A cosa servirebbe un osservatorio di questo genere?

 

Un allevatore non può produrre senza sapere a quanto vengono pagati i prodotti. L’osservatorio potrebbe verificare a scadenza temporale qual è il prezzo del formaggio, per fare un esempio, e in base a questo stabilire il prezzo del latte. 

 

– Altre proposte interessanti?

 

Ai nostri associati cerchiamo di far capire che alle volte una piccola idea può mutare la situazione della propria azienda. Attualmente in alcune zone d’Italia sta prendendo piede l’idea dell’agri-asilo, un luogo creato a misura di bambino, dove poter imparare a stare a contatto con la natura per conoscerla e rispettarla. Un luogo dove si possano apprendere anche sane abitudini alimentari e dove si possa capire come si produce e da dove proviene il cibo che si mangia.

 

– Una questione fondamentale in tempi di importazioni improprie…

 

La maggior parte delle persone non sa che il controllo dei prodotti che arrivano nei nostri porti è inesistente. Noi mangiamo agnelli prodotti in Ungheria e Romania e non lo sappiamo.

 

– Ma esiste l’etichettatura dei prodotti?

 

Si, ma non è affatto chiara. La dicitura dell’etichetta normalmente ci informa dell’avvenuta macellazione in Sardegna, senza darci informazioni sulla provenienza. Quindi potrebbe benissimo non trattarsi di agnelli proveniente dai pascoli sardi.

 

– Stesso trattamento per i prodotti sardi che varcano il mare?

 

Niente affatto. I controlli per i nostri prodotti esportati sono severissimi. La nostra associazione chiede che vengano create delle stalle di sosta nei porti isolani.

 

– Quale sarebbe la loro funzione?

 

Con le stalle di sosta si potrebbero avere 1-2 giorni di tempo per analizzare la qualità della carne che arriva nell’isola.

 

– A proposito di qualità: rappresenta ancora un punto a favore delle produzioni isolane?

 

È uno degli aspetti che ci permette ancora di sopravvivere. L’utilizzo di estrogeni è inesistente e l’aria e la vegetazione di montagna ci regalano ancora sapori che da molte parti ci invidiano.

 

La risoluzione di problemi così gravi è affidata alla responsabilità di chi ha le adeguate competenze in materia. È certo però che l’informazione di ogni singolo cittadino può aiutare a stabilire degli stretti legami col territorio favorendo, ad esempio, la ripresa di determinati prodotti che farebbero gola a tutti e che molti pagherebbero a peso d’oro. Perfino il governo cinese.