Per lui, un ”mezzosangue” che ha vissuto i primi sedici anni della sua vita a Savona, nell’ambiente marinaro di suo padre, la Sardegna era la sua Africa. A diciassette anni, quando venne giù da noi, nell’isola di sua madre a vivere con i nonni, fu ”come se un indiano d’America tornasse nella sua riserva”. Nacque subito in Andrea Parodi l’interesse a recuperare la sua cultura d’appartenenza. Uno scavare paziente che ancora prosegue. Oggi, dopo il grande successo della collaborazione con Al Di Meola e la bella e romantica reunion coi Tazenda, Parodi viene avanti ancora più carico, ”più musicista”, dice lui. Più interprete a trecentosessanta gradi, aggiungiamo noi. E, intanto, ”A man du sal”, il suo nuovo lavoro discografico, sta per vedere la luce.

 

Che significa ”A man du sal”?

 

È la ricerca della misura di sale per non far bruciare le acciughe. Un rito importante per i pescatori liguri, una faccenda di grandissima precisione. Tipo fare il formaggio per i sardi. Mio padre, pur non essendo pescatore, quando era libero dava una mano a salarle. Lo cercavano proprio perché aveva un talento innato. Ho riportato il concetto in una canzone per far capire quanto sia importante conoscere la propria misura e il proprio talento, c’è troppa gente che lo relega a hobby o a passione. Rattristandosene, peraltro. Io ho imparato a non farlo, ho lottato e ora faccio quello per cui sono nato.

Sei nato cantante?

 

Indubbiamente. A due-tre anni già scappavo di casa e per poca cioccolata mi esibivo nelle latterie, nei bar e nei balconi del vicinato. Cantare per me è un modo di comunicare, il migliore che possiedo.

 

Utilizzi molto il ligure, nel tuo ultimo disco. Perchè?

 

Larga parte delle emozioni che voglio descrivere vengono da quella parte della mia vita legata alla mia infanzia, al mare, a mio padre. Allora non mi resta che usare la lingua come il pittore fa coi colori. Mutandoli a seconda di ciò che deve figurare. Per chiacchierare di mare uso il ligure, per chiacchierare di terra e di animo preferisco impiegare il sardo.

 

È vero che qualcuno ha già parlato di un tuo tradimento verso l’Isola?

 

Qualche critica è arrivata, ma dai più campanilisti. Ho in mente sempre alcune parole pronunciate da Maria Carta prima di morire: ”Non fare il mio errore”, mi disse. Lei rifiutò di cantare ”Here’s to you”, la colonna sonora del film su Sacco e Vanzetti, perché sentiva di dare un dispiacere ai Sardi. Ma le rimase amara quella rinuncia, anche perché cantare avrebbe messo ancora di più la Sardegna in primo piano. Allora mi diceva: ”Lascia perdere le bandiere che ti cuciono addosso, porta solo la tua”. Ed infatti penso proprio che seguirò il suo consiglio: da una parte non rinnegherò mai nulla delle mie esperienze, quella coi Tazenda in primis, dall’altra cercherò di crescere, di contaminarmi, di scoprire altre canzoni da cantare pure in altre lingue. Io amo da morire l’Isola, questo però non vuol dire che non mi appassionino anche i brani ”stranieri”.

È grosso il carnet delle tue collaborazioni, ma chi è il musicista più singolare con cui hai lavorato?

 

Fabrizio De Andrè. Uno aperto a qualsiasi cosa. Negli ultimi anni stava imparando a suonare il bouzouki, uno strumento a corda della tradizione greca, proprio per assaporare il piacere di diventare più musicista. Questo perché man mano che vai avanti scopri ancora meglio il volto della musica, ed è bello porsi come viaggiatori, arricchirsi di altri suoni, di altre culture, di cose che non appartengono strettamente al tuo presente. Così è bello allargare le proprie emozioni connettendosi con altre branche artistiche come teatro, pittura, danza. Stare da soli, a livello musicale, serve anche a questo, a essere come una modella che vuole indossare vestiti diversi. Questo, però, non significa disconoscere nulla di ciò che si è fatto. Lo ripeto: amo sempre tutto ciò che profuma di Sardegna.

Quali sono i tuoi brani preferiti della nostra tradizione canora?

 

È difficile, perché ogni momento della mia vita ha una sua canzone. Se dovessi scegliere con gli occhi dell’affetto direi “Deus ti salvet Maria”, che cantavo con mia madre, splendida voce. Questo brano è un po’ il mio cordone ombelicale con la cultura dell’isola. Ma pensandoci bene metterei anche ”Non poto reposare”. Diciamo ex aequo.

 

C’è un momento storico della Sardegna dove avresti voluto essere presente, o uno che ti incuriosisce più di un altro?

 

Mi affascina l’epoca nuragica, per la sua forza misteriosa. La associo a un senso morale molto più alto di quello attuale. In alcuni siti archeologici ho anche cantato. Al nuraghe Arrubiu di Orroli, per Rocce Rosse Blues, con quel cielo così a portata di mano che ti sembrava di essere in un altro mondo. Di recente poi, al nuraghe Loelle di Buddusò, abbiamo fatto una rappresentazione tra poesia e musica. Anche lì sempre la stessa sensazione, quella di vedere lo stesso cielo che vedevano loro.