La fantasia del tempo che passa ha indubbiamente mutato il modo di vivere degli abitanti, anche a Nurachi. Le strade del paese che in un tempo non lontano erano sterrate ora sono asfaltate. Il ticchettio caratteristico lasciato sul selciato dalle ruote dei carri è stato sostituito dal rombo delle automobili. Tutte le case erano costruite in làdrini, mattone in terra cruda tipico dei Campidani. La terra utilizzata proveniva solitamente dallo scavo delle fondazioni e veniva lavorata in quella che sarebbe divenuta la corte della casa.

 

Baciati e induriti dai raggi del sole, i mattoni di fango e paglia conservano le impronte delle abili mani degli artigiani che li costruirono. Impilati gli uni agli altri con maestria dai muratori, is maistus de muru, venivano coperti con canne intrecciate – s’órriu – o tessute con materiale palustre, sa cannitzada, e infine protetti da brune tegole in terracotta, rinomate quelle di Silì (is tebias de Sibì). Sorgeva così sa domu, la casa di abitazione, rifugio e riparo per gli abitanti.

 

Nella seconda metà del secolo scorso, a partire dagli anni Sessanta, il làdrini è stato sostituito dal cemento. Questa trasformazione, accelerata anche dal particolare momento di crescita economica della nazione, ha interessato in genere tutti i centri urbani, ma ha avuto modo di attecchire particolarmente nei paesi dove si costruiva in terra cruda, grazie al retaggio di povertà che questo materiale si portava dietro.

 

Nonostante questi cambiamenti, un accurato censimento dell’estate scorsa a Nurachi evidenziato la presenza di circa 190 abitazioni completamente in làdrini. Numeri eccezionali se si pensa che si parla di un terzo delle sue case. Ma se facciamo un confronto con il precedente censimento del 1993: constatiamo la perdita totale, in soli tredici anni, di circa ottanta case. Settanta abitazioni, inoltre, hanno subito modifiche tali che risulta impossibile il loro recupero. Purtroppo molte delle case censite sono disabitate, lasciate a subire un lento e inesorabile degrado, in attesa di un crollo naturale che dia via libera alla costruzione di nuove abitazioni in cemento.

 

Dobbiamo renderci conto che le case in làdrini sono un patrimonio architettonico e culturale che va tutelato prima che sia troppo tardi. Col degrado delle case in terra cruda crollano purtroppo anche pezzi del nostro patrimonio culturale, per cui diventa sempre più urgente ricorrere ad un costante monitoraggio di quanto resta di quel patrimonio e sollecitare interventi pubblici mediante adeguate leggi nazionali e regionali.

 

Il Comune di Nurachi, in collaborazione con il Comune di Cabras e l’associazione Italia Nostra ha da poco organizzato, in una antica casa tipica gentilmente concessa da un privato, una mostra dal titolo Nurachi, paese di terra, sulle tipologie edilizie dell’architettura tradizionale.

 

La casa, di circa 150 anni, era disabitata da mezzo secolo e proprio questo abbandono ha permesso il mantenimento di tutti gli ambienti tradizionali, compresi gli ormai introvabili fornelli da cucina, is forreddus a craboni, il ripiano per le brocche, sa pedra de is brocas, e la vasca per il bucato, su lacu.

 

La documentazione presentata nel convegno di apertura della mostra, ben illustrata dai vari relatori, tra cui i portavoce dell’associazione nazionale Città della terra cruda, ha consentito ai tanti convenuti di comprendere il grande valore storico e culturale di costruzioni realizzate con questa antica tecnica.

 

Su questi edifici incombe tuttavia un futuro incerto, i pregiudizi sono profondamente radicati: le costruzioni di terra sono spesso viste come insalubri e poco durature, inoltre ristrutturarle è molto costoso. Tuttavia c’è chi in paese crede fermamente e investe in questo settore: Luisa Demelas, che realizza i mattoni crudi secondo il metodo tradizionale (lavoro manuale, essiccatura naturale).

 

C’è quindi la speranza che sempre più persone rinuncino ad inutili demolizioni, riscoprendo materiali e tecniche della nostra tradizione che meritano di essere salvaguardati, affinché Nurachi almeno parzialmente resti, come è stato fin dalla nascita, un paese di terra. Un paese dove la civiltà arrivi ma non stravolga, permettendo di conservare quanto di buono, bello e utile proviene dal passato.