A Bruxelles si sta riscrivendo la Carta Costituzionale Europea. Un provvedimento che dovrà tracciare le linee guida della nuova Europa, allargata ai paesi dell’Est. Per ora la Carta è solo una bozza, presto rappresenterà l’impianto politico-istituzionale al quale dovranno fare riferimento tutti i paesi membri. Quale ruolo avranno in questo processo le nazioni senza Stato, i popoli che da decenni si battono per il riconoscimento del principio di autodeterminazione? Quali scenari si apriranno per le minoranze etno-linguistiche? Come reagiranno gli Stati centralisti alle richieste, sempre più pressanti, delle nazioni non riconosciute?

 

Di questo e altro si è discusso nei giorni scorsi a Tonara, in un interessante convegno organizzato dal Comitato per la Solidarietà tra i Popoli. Tra i relatori il segretario nazionale del Psd’Az, Giacomo Sanna, il consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Luigi Cogodi e il segretario nazionale di Sardigna Nazione, Bustianu Cumpostu. Con loro Joseba Alvarez, numero due di Batasuna, il partito indipendentista basco dichiarato fuorilegge dal governo spagnolo guidato da José Maria Aznar. Un provvedimento che ha provocato una dura presa di posizione di tutte le forze democratiche europee. Anche in Italia si moltiplicano gli attestati di solidarietà ai dirigenti di Batasuna: dalla parte degli indipendentisti baschi si sono schierati Cossiga, Bertinotti, Fassino, Pecoraro  Scanio, Diliberto e tanti altri leader politici.

Della delicata situazione che si sta vivendo in Spagna abbiamo parlato con Joseba Alvarez al termine del convegno di Tonara.

 

Batasuna e tutti i movimenti indipendentisti baschi attraversano un momento difficile. Il governo Aznar, con un provvedimento che sta facendo molto discutere, vi ha dichiarato fuorilegge.

 

In Spagna oggi c’è un deficit di democrazia evidente. La messa al bando di Batasuna cancella i diritti civili e politici del 15% della popolazione basca. I cittadini dell’Euskal Herria, in base al provvedimento liberticida di Aznar, non possono riunirsi in partiti e associazioni, organizzare manifestazioni, svolgere attività politica ed eleggere rappresentanti nelle istituzioni. E’ un’aggressione alla libertà di espressione che va contro la volontà della maggioranza dei baschi.

 

Il provvedimento governativo ha alzato il livello dello scontro, 700 militanti indipendentisti sono finiti in carcere: un’azione repressiva senza precedenti.

Ci sono più detenuti politici oggi che durante il regime di Franco. La ragione è chiara: quanto più avanza l’idea indipendentista e soberanista, tanto più forte diventa la repressione. L’obiettivo di Aznar, amico di Bush nella guerra all’Iraq, è quello di fermare un processo ormai inarrestabile, ma non può essere questa, evidentemente, la soluzione del problema basco. La società civile dell’Euskal Herria chiede che le sia riconosciuto il diritto all’autodeterminazione e, allo stesso tempo, vuole evitare lo scontro. Dall’altra parte il governo spagnolo sta scatenando una guerra europea, di bassa intensità, contro il popolo basco.

 

Vi hanno accusato di essere il braccio politico dei terroristi dell’Eta.

Batasuna è un movimento che ha sempre difeso i principi democratici. I cittadini lo hanno capito, tant’è vero che oggi il partito conta oltre 1000 rappresentanti istituzionali. Se di aggressione terroristica si deve parlare, bisogna rivolgersi al governo nazionale che con un provvedimento liberticida vorrebbe rimandare a casa i nostri amministratori, ignorando uno dei principi cardine delle moderne democrazie: il rispetto della volontà popolare.

 

Questo atteggiamento potrebbe inasprire la lotta politica e favorire una recrudescenza del terrorismo?

E’ evidente che la gran parte della società basca vuole la pace. La violenza dell’Eta è una risposta alla violenza dello Stato. La situazione è molto complicata, ma il dato di fondo è che i baschi vogliono la pace.

 

Qual è la vostra offerta?

 

Nel mese di Marzo abbiamo presentato una proposta di pace. L’offerta è stata recapitata al Parlamento spagnolo e all’ufficio di Ginevra delle Nazioni Unite. Questo documento apre la strada ad una soluzione pacifica del problema basco. L’ostacolo maggiore è rappresentato dalla messa al bando di Batasuna. I movimenti giovanili, le associazioni che si battono per l’amnistia ai detenuti politici, tutti le voci libere sono state imbavagliate. Se a questo si aggiunge la chiusura dei giornali vicini a Batasuna, il quadro è completo. Le decisioni del Partido Popular non favoriscono un’uscita positiva dallo scontro in atto.

 

Ieri, per le nazioni senza Stato, la controparte era rappresentata dai governi e dalle istituzioni centraliste, oggi dovete difendervi da un altro pericolo, forse più insidioso, la globalizzazione neoliberista. Sei d’accordo?

Dopo l’attentato alle torri gemelle dell’11 Settembre, la destra neoliberista ha preso in mano l’iniziativa a livello planetario. I soldati di questa nuova crociata devono però risolvere, prima di tutto, i problemi interni. Per questo oggi Sharon non trova più ostacoli in Palestina, Bush ha fatto lo stesso, prima in Afghanistan e poi in Iraq, Putin in Cecenia e Jose Maria Aznar nei paesi baschi. Il problema non è solo spagnolo: si tratta di un nuovo modo di concepire la democrazia. Dopo gli attentati di New York è calato il livello di attenzione per i diritti fondamentali delle persone: umani, civili, politici ed economici. Il nuovo ordine mondiale che ci propongono va contro i diritti dei lavoratori e delle nazioni senza Stato.

 

Negli anni scorsi una speranza sembrava arrivare dall’UE, si parlava allora di Europa delle Regioni, oggi anche le istituzioni del Vecchio Continente sembrano aver invertito la rotta. Cos’è cambiato?

Il Presidente della Convenzione, Giscard D’Estaing, ha presentato una bozza della futura Costituzione Europea. In questo documento un occhio di riguardo è riservato ai grandi Stati, mentre si discriminano i piccoli Stati e ancora di più le nazioni senza Stato. Questo è, senza dubbio, un aspetto negativo. Il fatto positivo è invece che sono sempre di più le persone che giudicano inopportuna questa proposta e si battono per un nuovo modello europeo. Dai forum sociali, cominciando da Porto Alegre, è partita una riflessione che coinvolge la sinistra mondiale. Sta nascendo una nuova coscienza, si cerca di individuare un’alternativa al progetto delle multinazionali.

 

C’è una speranza dunque?

 

L’Europa è cambiata molto negli ultimi anni ed è possibile che cambi ancora. La sinistra si sta leccando le ferite e sta cercando di riorganizzarsi, lo stesso stanno facendo i popoli oppressi. E’ possibile costruire un altro mondo, ma bisogna lavorarci. I grandi Stati devono capire che l’Europa è una realtà plurinazionale e plurilinguistica, non è un insieme di Stati. Sono i popoli che compongono l’Europa: questa ricchezza non può essere sacrificata in nome del mercato e dell’unità culturale. La forza del Vecchio Continente deriva proprio dal riconoscimento delle diversità: le minoranze non sono contro l’Europa, possono invece diventare una grande risorsa.

 

Nell’incontro di Tonara è stata individuato un percorso: la creazione di un coordinamento tra i rappresentanti delle nazioni non riconosciute. Un organismo con il compito di elaborare una proposta unitaria da consegnare all’UE.

E’ un interesse comune. In Europa ci sono tante nazioni senza Stato e senza territorio e piccoli Stati con un territorio. Si può trovare un accordo tra noi, i piccoli Stati e i sindacati. Può nascere solo così l’Europa dei popoli e dei lavoratori, un nuovo soggetto politico-istituzionale. E’ un discorso a lungo termine ma non bisogna disperare. Ciò che è accaduto in America Latina è emblematico: il Brasile, l’Ecuador, la Bolivia, il Venezuela, El Salvador dimostrano che si può cambiare. La situazione attuale può sembrare drammatica ma ci sono aspetti positivi: la gente è cosciente che questo mondo così com’è non va bene.

 

Batasuna porta avanti, a livello europeo, una battaglia alla quale partecipano anche gli indipendentisti sardi. Come vedi la situazione della nostra isola?

Mi piacerebbe conoscerla meglio. I sardi sono consapevoli della loro diversità. La differenza tra noi e voi è che nei Paesi Baschi la resistenza all’omologazione è più organizzata, direi programmata. Tuttavia anche in Sardegna può aprirsi una nuova stagione, bisogna lavorarci: solo il tempo dirà se esiste una parte della popolazione cosciente del problema e capace di comunicarlo. Credo, comunque, che anche nella vostra isola sia possibile una via democratica all’autodeterminazione.

 

Affermazione della propria identità, si è detto. Quanto è importante la difesa della storia, della lingua e della cultura di appartenenza nel processo di democratizzazione?

Ti rispondo con una frase di un poeta spagnolo: ogni popolo ha un corpo, il territorio e un cuore, la lingua. Sono due entità inseparabili. Se la lingua non ha un territorio muore, ma se un popolo ha un territorio e non una lingua perde la sua identità. Sono aspetti essenziali del problema.

La storia del popolo basco ha insegnato che la questione linguistica accompagna il processo di liberalizzazione nazionale. Senza la lingua non può esserci libertà.