Ho l’abitudine, strana, ma non per questo giudicabile buona o cattiva, di leggere i libri facendo come i gamberi: partendo, cioè, dalla fine. Questo mi consente di sapere subito con quali personaggi l’autore si è accompagnato nella stesura dell’opera sua e di intuire, e venirne a conoscenza, se il libro nasconde segreti e di quale spessore, o semplicemente di sapere di quale argomento si sia fatto strazio. Un modo feroce di giudicare gli altri che lavorano e di interferire con il loro sforzo di interpretare e descrivere l’oggetto della loro curiosità intellettuale, e il frutto della loro ricerca.

 

Se non intelligente, questo metodo è un modo diverso e curioso di indagare sul lavoro degli altri perchè dall’interesse che suscitano in me le ultime pagine traggo la forza per far ripartire la lettura dall’inizio con rinnovata curiosità culturale. E poi non è detto che l’ordine dei capitoli e dei paragrafi assegnato dall’editore al libro sia quello voluto dall’autore, il quale certamente studia quale sia la migliore organizzazione della sua opera per catturare l’interesse del lettore, farlo innamorare delle tesi che sostiene e condurlo in una ricerca critica e stimolante fino a convincerlo di quanto propone.

 

I titoli di coda, come si sarebbe detto di un film visionato in sala, racchiudono spesso la ragione ultima dell’opera filmica e il messaggio conclusivo, seppure non unico, della stessa. Con questo spirito ho sfogliato Le torri del Cielo, e con mia enorme e piacevole sorpresa mi sono trovato in compagnia di personaggi noti, i soliti noti, in un’opera dove pensavo che non ci sarebbero dovuti essere: pi greco, phi, la sezione aurea, l’irrazionale radice di due, e poi cerchi triangoli equilateri, quadrilateri, diagonali e teoremi, con la immancabile significatività filosofica e spirituale dei numeri e delle loro configurazioni, con lo sforzo dell’uomo nella comprensione delle cose prima di prendere contatto con esse, e poi misurarle per descriverle e replicarle.

 

Non vi è dubbio che nella cultura occidentale uno dei primi sforzi intellettuali dell’uomo moderno, e i costruttori di nuraghi erano uomini moderni, sia stato quello di interpretare la creazione divina e replicarla: per fare ciò è stato sempre necessario chiedersi prima come è fatto il creato e poi ingegnarsi a farne un altro. Come è fatto il cielo, la terra, una montagna, una pianura, un dosso, uno spazio, una linea retta o una linea curva, una prospettiva. Come riempire uno spazio, replicare un movimento, dare l’impressione della staticità dell’imponenza delle cose piccole facendole apparire grandi e come illudere di un movimento che non c’è animando il vuoto persistente. Tutto questo è sempre stato il compito della indagine matematica del reale.

 

Quando nel capitolo settimo delle Torri del cielo ho trovato l’indagine di questi fatti mi sono fermato a riflettere e a indagare. Con quali modesti risultati si può anche capire, l’autore Danilo Scintu è uno scienziato che ben sa manovrare gli strumenti del suo mestiere, mio è solo il compito di trasmettere agli altri le sensazioni culturali e i positivi messaggi ricevuti proseguendo finalmente dall’inizio la lettura dell’opera.

 

Non sono certamente stato l’unico a chiedersi, l’ho anche scritto in Sos Contos qualche anno fa, come sia stato possibile non tener conto delle profonde conoscenze matematiche e ingegnieristiche di un popolo in grado di edificare più di settemila nuraghi (ottomila, valuta lo Scintu, in questo sotenuto anche dall’archeologia ufficiale del professor Lilliu) in un arco di tempo se vogliamo breve, qualche migliaio di anni, in uno spazio geografico ristretto e in una economia di sussistenza, o almeno ritenuta tale abbiamo. Le Torri del cielo ci insegnano a rivedere, e ci dànno la metodologia per farlo, la nostra immagine degli antichi abitanti della Sardegna, immagine stereotipata ammantata di falsa scientificità e di pressapochismo culturale.

 

Quanto viene proposto nel libro di Scintu è un’indagine sulla architettura dei nuraghi, condotta con la stessa attenzione scientifica e la stessa profondità culturale, la stessa intensità conoscitiva e la stessa tensione intellettuale come se si stesse proponendo lo studio archittettonico di una cattedrale gotica o di un monumento rinascimentale, e questo perché la interrelazione tra le parti componenti il nuraghe (il guscio esterno il guscio interno, la volta ogivale delle camere, la volta a carena dell’andito, l’andito stesso e la scala di rampa a spirale, l’essere entrambi destrorsi o sinistrorsi concordando o opponendo il verso, l’architrave d’ingresso, e nelle forme più evolute le fasciature esterne che consentono un ingrandimento del complesso, le torri che ne fanno un nuraghe a tholos se unica o polilobato se numerose, che costituiscono le particolarità del complesso monumentale) esprimono una perfezione unica e meditata nella creazione degli spazi o nel loro riempimento con forme che si fondono armoniosamente con l’ambiente preesistente.

 

Le interrelazioni tra le parti non sono casuali ma volute: non si tratta di una operazione costruttiva anarchica, senza un progetto e una tecnica costruttiva stabilita a priori, ma di un atto costruttivo realizzato con sapienza, caricato di significati dimensionali, strutturali e simbolici, che costituiscono la massima espressione della civiltà del popolo nuragico, che riuscì a produrre in un tempo assai lontano questa forma di città puntuale sul territorio della Sardegna, dedicando ad essa una fatica immane della quale neppure le ricerche archeologiche più avanzate hanno finora permesso di comprendere le ragioni.

 

Quando si parla della Muraglia cinese si utilizza per essa il termine di città lineare, ponendo grande attenzione al numero di abitanti che complessivamente popolavano le sue torri sviluppando da una parte e dall’altra di essa forme elaborate di agricoltura e forme complesse di pastorizia, di rapporti interpersonali e con l’ambiente. Da più parti gli studiosi sottolineano il fatto della differenza sostanziale delle nicchie ecologiche e dei microsistemi ecologici che nei secoli si sono formati differenziandosi da una parte e dall’altra della Grande Muraglia.

 

Il sistema degli ottomila nuraghi della Sardegna, la loro economia sia in fase costruttiva sia in quelle della fruizione, la rete stradale di collegamento tra di loro, ne devono aver fatto nel passato una città di ampiezza regionale costituita -invece che di macroagglomerati urbani- di punti antropologici interconnessi, da cui il termine di città puntuale. E l’edificazione di questa macrozona urbana puntuale ha comportato il dispendio non solo fatica fisica ma la dedicazione degli sforzi di eserciti numerosi di lavoranti, dedicati non solo a un lavoro di braccia quanto soprattutto a uno sforzo intellettuale culturale e scientifico che trasformasse nel realizzato l’idea astratta concernente profondi concetti di statica, di dinamica di calcolo vettoriale sulle risultanti delle forze di spinta e di compressione dei massi megalitici combinati con la forza di gravità. Profonde e raffinate conoscenze matematiche che consentissero l’ottimizzazione degli spazi interni realizzati in relazione agli sforzi costruttivi impiegati, conoscenze matematiche ed econometriche di ottimo paretiano che consentisse di ottimizzare le risorse di materie prime, i massi lapidei di decine di tonnellate, con la distanza delle cave di estrazione, le risorse alimentari prodotte dagli incaricati in agricoltura e consumate da migliaia di operai, che dedicandosi a erigere i monumenti erano sottratti perennemente all’occupazione in agricoltura e pastorizia, il controllo di questo surplus alimentare che il settore agropastorale doveva sistematicamente sovraprodurre per destinarlo al sostentamento delle maestranze impiegate nella costruzione delle torri.

 

E poi raffinate conoscenze di sociologia dell’organizzazione del lavoro, con lo studio sistematico profondo della organizzazione del lavoro degli operai addetti contemporaneamente a migliaia di funzioni esecutive differenti: taglio, sbozzatura, trasporto, valutazione d’impatto, posa delle pietre megalitiche, scavo, riempimento, produzione di pietrame e posa in opera, formazione ed organizzazione delle squadre di lavoro, degli addetti alla sussistenza, alla medicina infortunistica, alla cura e alla riabilitazione dei feriti ,vero come è vero che nelle mura dei nuraghi non sono stati trovati cadaveri tumulati di periti per infortuni sul lavoro. E degli addetti ad una sussistenza di qualità, rendendosi ben conto del fatto che un lavoro di quel tipo richiede una alimentazione speciale ricca di calorie.

 

Non supponendo una manodopera formata da schiavi si pone il problema della volontarietà di questo sforzo sovrumano e la comprensione delle sue ragioni, con una organizzazione sociale che governasse il consenso e indirizzasse tutti gli sforzi di convivenza civile verso l’obiettivo costruttivo in una educazione permanente non soltanto verso le tecniche edificatorie ma anche verso la condivisione totale dell’organizzazione politica e dell’obiettivo sociale.

 

Se, al contrario, si ipotizza un lavoro schiavistico, si pone l’ancor più difficile problema di indovinare il modo di approvvigionamento degli schiavi e le loro regioni di provenienza. Approvvigionarsi di schiavi significa sottomettere attraverso azioni belliche popolazioni che diventeranno via via ostili e che non perderanno occasione per rendere pan per focaccia.

 

Ma non si hanno notizie storiche certe di popolazioni bellicose dimoranti nell’isola in quel periodo, stante il fatto che i rinvenimenti archeologici di armi nei siti nuragici si limitano a qualche freccia di ossidiana e a qualche osso animale appuntito. Questo fatto, d’altronde, fa vacillare la interpretazione di un uso difensivo-aggressivo delle torri nuragiche.Tutti questi ragionamenti fanno quindi supporre una funzione dei nuraghi che va ben oltre la semplice economia d’uso di una tribù accasata intorno ad essi, quale poteva essere il mastio difensivo, o l’abitazione del signore capo tribù , o il deposito permanente di vettovaglie, o un semplice salone circolare all’interno del quale si ipotizza ci si riunisse, non si capisce bene con chi e per fare non si sa cosa.

 

Ma è intrigante, a questo punto, seguire l’architetto che ci racconta nell’indagine costruttiva le tecniche per elevare una torre verso il cielo. Qualunque atto architettonico, sottolinea Danilo Scintu, non è un fatto a sè stante, ma delimita e stabilisce, normandole una volta per tutte, gerarchie tra forze differenti, creando i limiti estrinseci fra il dentro e il fuori, fra l’artificio e il paesaggio, tra l’impatto che il costruito produce verso l’ambiente che lo riceve e l’integrazione con lo stesso. Si pensi al costrutto del nuraghe di Santa Barbara sul costone della montagna visibile da decine di chilometri di distanza e il suo ruolo simbolico di sentinella dei luoghi, o alla fusione con l’ambiente delle centinaia di altre torri che azzerando il loro impatto visivo e spaziale concorrono esse stesse a creare gli spazi ambientali nelle quali si ergono.

 

Nella sua qualità di edificio, il nuraghe è molto di più di uno spazio con possibilità di apertura, intendendo con ciò il fatto notevole che l’architettura possa creare spazi in cui siano riconoscibili interni ed esterni. Il nuraghe nelle sue caratteristiche intrinseche è determinato dal fatto di poggiare a terra ed elevarsi al cielo. Tramite i suoi muri ciclopici di peso colossale poggia saldandosi al terreno ed il suo sviluppo verticale tende a liberarlo da questa staticità. Linee strutturali verticali ed orizzontali svolgono un rapporto attivo col cielo e la terra, avvolgendo in un continuo stato di tensione, d’azione e reazione, i grossi massi poggiati sul terreno. È questa una reciproca coazione nata dal costante rapporto che ogni masso dell’edificio nuragico intrattiene con gli altri e con la terra sulla quale poggia e svetta. Grazie alla reazione del terreno infatti l’edificio vede annullare tutte le sue spinte, come una energia vitale che tutto avvolge, un essere vivente condannato dal suo primo giorno d’esistenza ad una veglia infinita. Vegliare su chi e per che cosa?

 

Se si effettua uno spaccato immaginario del nuraghe in due parti, si scopre che è costituito da due gusci distinti individuati rispettivamente dal paramento esterno, il muro continuo e l’altro all’interno costituente la volta della sala sia essa singola o sovrapposta in piani. Tra i due gusci costituiti di possenti massi lavorano cerniere e giunti che rendono i gusci solidali fra loro e costituiscono infine un unico vitale dove ciascuna parte diventa indispensabile all’altra. Queste unioni nei nuraghi tipo sono realizzate da massi a forma di parallelepipedo che si incastrano sia nel guscio esterno sia nella cupola interna. Tra i due gusci gli spazi liberi sono occupati dalla scala ascendente. A collegare i due domini architettonici, interno ed esterno sono i varchi vuoti lasciati nei muri che vanno a costituire l’ingresso architravato e la finestrella soprastante.

 

Gli altri spazi sono colmati da materiale lapideo di riempimento che impedisce all’acqua, al vento, agli animali di infiltrarsi negli spazi vuoti tra i vari massi portanti. L’architettura dei nuraghi sfugge quindi ad una forma costruttiva anarchica: poggia su un progetto a priori, ampiamente studiato collaudato e socialmente condiviso. Perchè e da chi?

 

L’ingresso architravato del nuraghe è concepito e realizzato quasi per non essere ingresso nel senso di volume spaziale percorribile fisicamente, ma solo idealmente, e del quale emergono come costante architettonica la monumentalità e il segno. Che senso fisico possono avere gli ingressi posti a due metri d’altezza dal suolo, o la quasi generalità degli ingressi angusti e scomodi che costringono il loro attraversamento ad una persona per volta? Il dispendio di energie costruttive risulta in contraddizione con il loro possibile utilizzo se non leggiamo questo in chiave simbolica. Una ninna nanna di Antioco Casula Montanaru  dice cose assolutamente incomprensibili e fuori contesto senza una lettura antropologica adeguata. Dormiti, pitzinnu, dormiti siguru ca su cane ligadu apo in sa janna. Quando mai si sono visti cani da guardia legati alla porta d’ingresso di casa, cani ringhiosi e combattivi che con il loro abbaiare e latrare continuo certamente disturberebbero il sonno del bambino? Vero è invece che in Sardegna e non solo era d’uso sotterrare un cucciolo di cane sotto la soglia della porta d’ingresso di casa in modo da difendere il bimbo dalla surtore o sùrbile che dir si voglia, che si cibava del suo sangue.

 

La soglia nuragica ha dunque una ricchezza grande di significati simbolici, e questo giustifica la cura lavorativa delle sue parti e l’importanza di cui gode. La soglia ha i suoi custodi spiriti benigni che la proteggono dalle forze del male esterno. È evidente che sulla soglia si svolgessero funzioni sacre e offerte sacrificali, che venissero pronunciate sentenze, non solo di carattere giuridico ma anche religioso scientifico culturale poetico. La soglia che separa il dentro con il fuori posta a simbolo di una visione del mondo e dell’esistenza condivise. Quali?

 

La creazione del mondo nell’antichità era generalmente intesa come connubio tra la terra e cielo. La Terra Gea innanzitutto generò un essere in tutto e per tutto a lei simile, il cielo stellato, Urano, che fosse in grado di coprirla interamente. Dopo, questa coppia generò gli dèi e le altre creature. La terra è vista come l’agente portatore della vita e il cielo come una entità alta ed inaccessibile la cui forma è descritta dalle parabole evidenziate dai percorsi del sole e della luna e dalla luminosità delle stelle intese e comprese nella loro trascendenza di ordine e capacità creative.

 

La terra soddisfa alle esigenze di intimità e protezione dell’uomo che la vive e il cielo ha principalmente implicazioni cosmiche e trascendenti la comprensione umana. Il connubio tra cielo e terra determina in principio la differenziazione delle cose immerse nel Caos, e la montagna ne diventa il simbolo idealizzato: asse del mondo e proiezione della terra verso il cielo. L’architettura in genere ed in particolare quella nuragica è quindi interpretabile in senso generale come concretizzazione dell’intelleggibilità della natura e del suo territorio inteso in termini di cose, ordine, carattere luce e tempo. Tradurre questi concetti significa dunque per l’uomo nuragico costruire il suo mondo rievocando mediante rappresentazione e concretizzazione le forze della natura come la montagna sacra. Significa altresì in modo idealizzato e mitico riproporre continuamente la fase della creazione del mondo e l’istante generativo della vita.

 

Così l’edificio nuragico con la sua monumentalità rappresenta l’asse del mondo che collega e sostiene il cielo e la terra. Esso è situato al centro dell’universo umano intorno al quale si estende il mondo che egli stesso concorre a consacrare e rendere abitabile. Ogni costruzione nuragica si trova al centro del mondo, e rappresenta la montagna sacra cosmica, dove il valore dell’apertura superiore praticata alla sua sommità permette la comunicazione con il trascendente. E il foro chiuso con la pietra apicale, comunque apribile, l’occhio della cupola, permette di collegare il cielo, divino e casa dei morti, con la terra dimora degli uomini e casa dei vivi. Ma che c’entra la matematica?

 

L’indagine sistematica portata avanti dall’architetto Scintu attraverso migliaia di misurazioni condotte sul campo e rielaborate al computer ha permesso di individuare l’uso consapevole dei costruttori dei nuraghi di una unità di misura, la stiba, direttamente imparentata con la yarda megalitica di cui si è rinvenuta traccia nei complessi megalitici presenti nel resto del continente. Sappiamo che ancora oggi, durante le fasi di costruzione, ogni muratore necessita di un metro rigido, poichè i suoi estremi sono utilizzati per segnare quante unità orizzontali e verticali costituiscano un edificio. In Sardegna prima del metro pieghevole e fino al più tardi cinquanta anni fa, un muratore usava ancora per tracciare, una canna o una pertica che fungeva da unità di misura, usata non solo interamente ma anche nella sua metà: Sa Stiba.

 

Con questo termine i muratori non intendevano necessariamente una misura precisa come il metro, ma solamente una generica unità di misura di cui l’operatore si muniva per proporzionare le parti costituenti un edificio, sia in pianta che in alzato, come: due parti ad uno, tre parti a due e così via con l’intento di rispettare canoni collaudati di proporzionalità e dare ordine all’insieme. Sa Stiba poteva essere un braccio, un passo, mezza altezza d’uomo, la distanza tra le punta delle dita di due braccia aperte come nell’uomo vitruviano, o la sua semidistanza. Sa Stiba restava pur sempre un oggetto reale per conseguire lo scopo di dare una regola geometrica e quindi matematica affinchè il manufatto rispettasse i canoni proporzionali esistenti nella mente umana. Le dimensioni dei nuraghi misurati sono apparse compatibili con la loro divisibilità con sa stiba, assimilabile a una yarda di mt.0.829, e rappresentano un numero intero ben definito di unità sia in pianta che in alzato.

 

Si fa risalire alla scuola pitagorica, scuola allo stesso tempo matematica e filosofica, il tentativo di interpretazione del mondo attraverso il concetto di numero e conseguentemente di rapporti tra numeri e loro relazioni a priori. Non si deve credere che sia una pretesa antiscientifica, ancora oggi scuole olistiche che pretendono la spiegazione delle leggi della fisica attraverso eleganti teorie matematiche sono di voga, e spesso centrano l’obiettivo, formulando leggi di carattere generale che solo dopo anni verranno verificate da rigorose misurazioni ed osservazioni. Si pensi alla teoria quantistica e alle sue formulazioni in termini di algebra delle matrici dovuta ad Heisenberg o alla teoria degli algoritmi finiti espressa in termini di stringhe e vettori unidimensionali dovuta a Stephen Wolfran, o alla teoria e alla previsione delle esistenza delle particelle subatomiche espressa in termini di algebra gruppale, e a tanti altri tentativi.

 

I greci antichi, nella tradizione classica che ci è pervenuta, ci hanno tramandato il nome di Pitagora quale assertore di una teoria olistica di spiegazione del tutto in termini di numeri. Questo progetto fallì miseramente quando gli adepti alla scuola scoprirono la incommensurabilità della diagonale di un quadrato con il rispettivo lato. In termini aritmetici ciò significa la inesprimibilità del numero che elevato al quadrato dà esattamente due, la famosa radice di due, che decretò la fine della scuola. Non di meno i pitagorici lasciarono una massa enorme di risultati teorici a disposizione delle generazioni successive e una caterva di problemi irrisolti tramandati da generazione in generazione, quali per esempio le caratteristiche dei numeri, di essere pari o dispari o triangolari o quadrati o pentagonali o perfetti o primi e così via classificando. Ma questa indagine appartenne solo a Pitagora o la sua scuola ereditò da elaborazioni ben più lontane nel tempo questi temi? La teoria delle proporzioni appartiene ad Eudosso e ad Archimede coevi entrambi della prima guerra punica, del tiranno Gerone di Siracusa e di Attilio Regolo. I costruttori di nuraghi li anticiparono di almeno mille anni.

 

E allora da dove appresero della incommensurabilità di radice di cinque numero su cui si basa la definizione del rapporto aureo? Da chi appresero la trascendenza di pi greco stante il fatto che la dimostrazione rigorosa di questo fatto avvenne solo due secoli fa ad opera d Lindemann che certamente ignorava delle proporzioni costruttive dei nuraghi, se mai pure di essi abbia sentito parlare? Da chi ereditarono il senso estetico della rappresentazione grafica, nei nuraghi quadrilobati, come il Santa Barbara di Macomer ,delle radici di x^4-1==0 e del gruppo ciclico finito di ordine quattro? Gli antichi costruttori ritenevano che una cosa avesse belle proporzioni quando le sue parti rispettassero canoni precisi di proporzionalità. Canoni non tutti eguali, per esempio tra il diametro della sala al piano terra e la cupola sovrastante esistono varie proporzionalità, ma le più frequenti sono quelle che ricordano il rapporto aureo 1.62 circa approssimato dalle proporzioni 18:11, osservata nel 18% dei casi, che se sommata ad altre proporzioni che l’approssimano per qualche centesimo di punto per eccesso o per difetto quali17:10 nel 10% dei casi e 11:7 in oltre il 2% dei casi porta la frequenza della comparsa esatta della sezione aurea al 30% dei casi.

 

Un terzo delle torri nuragiche è costruita tenendo ben presente un canone estetico di natura matematica ben definito. La sezione aurea -per non tenere col fiato sospeso quanti volessero saperne di più- è un numero che scaturisce da una regola di proporzionalità tra le parti che dice che il tutto deve stare alla parte come la parte sta al rimanente. Ne vien fuori una equazione di secondo grado che risolta assegna all’incognita il valore di phi= (Sqrt[5]-1)/2=0.618033989, detta anche piccola sezione, oppure riformulata la proporzione in questo secondo modo: il tutto sta alla parte come la parte sta al tutto aumentato del mancante porta all’equazione di secondo grado x^2-x-1==0 che risolta da PHI =(Sqrt[5]+1)/2=1.61803398. detta grande sezione.

 

Il matematico italiano Leonardo Pisano la riscoprì nel medioevo, proponendo una successione di interi il cui rapporto tra un numero della successione e il termine immediatamente precedente approssima sempre meglio la sezione aurea, o viceversa il rapporto tra un qualsiasi termine e quello immediatamente successivo la piccola sezione. I numeri di Fibonacci, soprannome di Leonardo Pisano, compaiono in ogni settore della scienza, dalla matematica nella teoria delle successioni e nella teoria delle equazioni, in informatica nella teoria degli algoritmi per la risoluzione numerica delle equazioni, in fisica, in genetica e persino lo studio delle pigne ha fatto rilevare che esse si avvolgono a spirale destrorse o sinistrorse ricoprendo e incapsulando un numero di pinoli secondo la successione numerica di Fibonacci, e custodendo al loro interno il numero Phi.

Esso è certamente il numero più studiato di tutta la matematica, essendo portatore di una serie incredibile di teoremi che migliaia di appassionati continuano a scoprire e pubblicare con lena e fecondità intellettuali ininterrotte.

 

Anche il numero Pi greco, anch’esso irrazionale ma per di più trascendente, (il termine tecnico significa che al contrario della sezione aurea che è radice di una equazione a coefficienti numerici Pi greco non lo potrà mai essere), compare in modo sistematico tra le proporzioni costruttive notevoli delle torri nuragiche: la circonferenza esterna della torre ha come raggio l’altezza della cupola del nuraghe al piano terra nel 42% dei casi osservati: questo significa che posta uguale ad uno la dimensione del raggio e l’altezza della cupola i nostri antenati nuragici sapevano che la circonferenza alla base misurava esattamente 2 Pi greco, 6.28 circa, numero approssimato con 44/7=6.285714… strabiliante se si pensa che fino al medio evo una buona approssimazione di Pi greco era considerata 3.1.

 

Il cerchio, il triangolo il quadrato generati da numeri e proporzioni erano onorati con profondo mistero dall’intelligenza di tutti i popoli antichi. I loro segreti rivelavano la storia delle angosce dell’uomo assieme alla ricerca di protezione della divinità. La dualità dei concetti e dei fenomeni fece intravedere la possibilità di interpretare l’1 e il 2 in termini di maschio e femmina, il 3 in termini di figlio che garantisce la stirpe e l’aggiunta del 4 in termini di completezza del creato. Col numero cinque compare la sezione aurea e il numero sei è il primo numero perfetto essendo somma dei suoi divisori interi. Bisognerà indagare molto per trovare nella successione dei naturali altri numeri perfetti quali nell’ordine 28, 496, 8128, etc.

 

Leggendo Le Torri del cielo di Danilo Scintu questo ho trovato e tant’altro ancora, assieme al suggerimento che le torri del cielo altro non fossero se non luoghi di grande devozione per quei popoli, con la scrittura sistematica delle loro conoscenze scientifiche a noi proposte per una precisa lettura e riscoperta. C’è un ulteriore spunto che mi piace sottolineare. ”La città puntuale nella terra è una immagine del cielo”, diceva Galileo Galilei, ma solo quattromila anni dopo l’edificazione dei nuraghi. ”La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinnanzi agli occhi, ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua, conoscere i caratteri ne’ quali egli è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi quadrati e altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”. L’Inquisizione e la scienza ufficiale lo processavano per farlo tacere ma il giorno della sua morte nasceva in Inghilterra Isaac Newton che raccoglieva con orgoglio il suo programma, fondando la fisica moderna.