L’isola più remota abita qui. Le voci degli antichi sardi sembrano ancora risuonare fra le migliaia di manufatti risalenti a varie epoche: dal Neolitico Antico (VI° mil. a.C.) , al Bronzo Antico (1800 a.C.), sino ad un periodo più recente, il II° secolo d.C. Per ascoltarle è sufficiente una visita, anche fugace, al Museo Archeologico Comunale. Varcata la soglia dell’edificio moderno che ospita l’esposizione, una straordinaria vista, carica di memoria  e suggestioni, incanta l’esperto come il profano. Sembra di vedere un’insolita animazione, di udire i passi leggeri di uomini e donne, di ascoltare voci e idiomi lontani. Poi, tornati alla realtà, prevale lo spirito da Indiana Jones, il gusto per la scoperta dei dettagli, la voglia di capire ed apprendere.

 

Un sentiero ideale, tracciato da pannelli espositivi e vetrine, conduce alla visione di stupendi manufatti. Il percorso si articola in tre sezioni. Preistoria e storia si fondono, si intersecano, compongono uno straordinario mosaico di culture e tradizioni. La prima sezione  accoglie reperti risalenti a varie epoche: dal Neolitico Antico al Bronzo Antico. La seconda e copre un periodo di tempo che va dal 1800 a.C. al II° sec. d.C.. L’ultima sezione contiene tutti i reperti ritrovati a Su Benatzu, in una grotta/santuario di epoca nuragica. Infine, lo splendido laboratorio di restauro, dove anche il più piccolo frantume è catalogato e sottoposto ai più rigidi controlli prima di ritornare nella sua posizione originaria ed andare a ricostruire preziosi manufatti deteriorati dal tempo.

 

In questa sorta di antro misterioso e carico di suggestioni si muove con movimenti quasi ieratici il gran sacerdote dell’archeologia sulcitana: Remo Forresu. È un personaggio straordinario che ama il territorio, conosce profondamente la storia e la preistoria della Sardegna, ha curato scavi, ricerche, studi. Attualmente è ispettore della Sovrintendenza Archeologica di Cagliari e dirige il museo di Santadi, dove si occupa anche del laboratorio di restauro.

Al di là delle migliaia di reperti conservati nella sala espositiva, il Museo Archeo di Santadi si configura soprattutto come vetrina del territorio. C’è un legame stretto fra questa struttura e la necropoli prenuragica di Montessu, la fortezza fenicio-punica di Pani Loriga, la grotta di Su Benatzu, Pozzo sacro di Tattino, villaggio prenuragico di Coi Casu  ed altre decine di siti archeologici del Basso Sulcis.

 

A Santadi  sono arrivati numerosi reperti provenienti da quei luoghi. Qui sono stati valorizzati  e corredati da didascalie ed informazioni preziosissime sulla collocazione originaria e sul contesto culturale delle aree di ritrovamento. C’è anche un rovescio della medaglia, purtroppo negativo. I manufatti più preziosi ritrovati nel territorio di Santadi hanno preso altre vie e sono esposti, spesso con soluzioni sistematiche di gusto opinabile, in altri musei.

 

Valga come esempio il tripode di bronzo, alto 14 cm. e largo 5 cm. Custodito nel Museo Archeologico di Cagliari. È un manufatto molto elegante, dalle  caratteristiche simili a quelle riscontrate in alcuni esemplari trovati a Cipro. Per questo si era pensato a lungo ad un prodotto d’importazione. Gli studi più recenti fanno pensare, invece, ad un prodotto locale. La grotta-santuario di Su Benatzu ha fornito, dunque, un grande tesoro: 1.500 vasi accatastati in tre cumuli, centinaia di tazze, scodelle, olle, ciotole, lucerne. Poi reperti metallici: spade, pugnali, punte di lancia, lame di falce e coltelli, gioielli vari. I reperti di bronzo e oro sono stati divisi in tre categorie: produzione locale, ispirazione o provenienza cipriota, provenienza o ispirazione occidentale.

 

Come già detto, soltanto una piccola parte di questi manufatti si trova a Santadi. L’Amministrazione comunale sta facendo di tutto per ottenere il rientro dei pezzi più significativi. Considerato il contesto territoriale del Museo, si evince come la maggior parte dei reperti esposti siano testimonianze di culto: prevalgono le ceramiche di varie epoche e fogge. Sorprende come le fattezze dei manufatti nuragici non siano sempre grossolane o poco regolari ma molto spesso realizzate con tecnica raffinata.

 

Il museo offre al visitatore numerose scoperte, come reperti lapidei di forma appena abbozzata o strumenti litici ben lavorati, ossidiane, monili e ornamenti vari. Un fascino che non abbandona facilmente, tanto da costringere il visitatore a restare a lungo immerso nei suoi pensieri.

L’appagamento che ne deriva ”risarcisce” del tempo sottratto agli affanni giornalieri. L’itinerario culturale ha bisogno di una guida: Remo Forresu è sempre disponibile. Insieme a lui i giovani della cooperativa Fillirea (tel. 0781 955955), che gestisce il museo sin dalla sua inaugurazione. Gli orari di apertura sono: al mattino dalle 9 alle 12, nel pomeriggio dalle 15 alle 19. Il giorno di chiusura è il lunedì. Oltre alla visita al museo archeologico è consigliabile una capatina a Sa Domu Antiga (museo etnografico) e alla rivendita di prodotti tipici dell’artigianato e dell’enogastronomia locale.