Il timore che la nostra identità vada perduta, trascinata dal vento, inghiottita dal mare, non è un timore infondato. L’identità risiede in noi stessi, in ciò che pensiamo, in ciò che diciamo, in ciò che facciamo quotidianamente. E da noi stessi dipende il suo riconoscimento, la sua valorizzazione e la sua trasmissione.

 

Guardo le mani degli uomini e delle donne del mio paese e scopro che queste mani parlano molto di più di quanto possa fare un antropologo o un ricercatore.

 

Sono mani che raccontano di un mondo lontano, di un mondo nel quale gli uomini e le donne con la loro operosità quotidiana riuscivano a mantenere la propria famiglia, a nutrirla, a vestirla senza nessun intervento esterno.

Grazie al prodigioso sapere ereditato e tuttora presente nelle azioni, nei gesti, nei movimenti delle loro mani, gli uomini e le donne del mio paese sono capaci di vivere senza la new economy, la tecnologia post-moderna o lo spiritualismo d’avanguardia di questo nuovo millennio.

 

Ho visto uomini con un gesto secco e sapiente di coltello, tagliare un fusto di vite americana e impiantarvi una gemma di vitigno locale. Da questo innesto prendono forma grappoli succosi, intrisi di antico sapore, che producono un vino forte e prelibato. Dolcezza che inebria i nostri cuori, offrendoci momenti di felicità e godimento.

 

Ho visto uomini innestare variegate specie di mele e di pere. Tante sfumature di verde, di giallo, di rosso. Tanti acri profumi di antico calore. Ho visto questi piccoli frutti essiccarsi al sole, e poi essere trasformati in ghirlande da offrire ai bambini durante il Natale.

Ho visto mani intagliare il legno, scolpire con maestria antichi motivi geometrici, figure stilizzate, tramandate da lontani dominatori che ci lasciarono inconsapevolmente i segni della loro cultura.

 

Ho visto mani forti e rossastre, mungere pecore, capre e mucche. Ho visto quelle stesse mani immergersi nel latte e dare forma a quel liquido materno.

Ho visto le mani delle donne. Le mani della vita e della morte. Sono mani ampie, forti e sicure.

 

Mani che amalgamano farina ed acqua, con sacralità e devozione. Le ho viste affaticarsi su grandi impasti bianchi, restii ad ammorbidirsi.

Mani esperte, dal palmo vigoroso, che vincono questa iniziale durezza e trasformano quella montagna amorfa in un docile composto che si lascerà poi dividere, separare e decorare.

 

Tanti piccoli pani da ornare rapidamente con forbici e coltelli a fendere la pasta. Le mani sono abili e veloci. Tempi lesti, ma sereni.

Mani che preparano il forno e scope di erbe e arbusti freschi. Il calore del fuoco si diffonde nelle cucine. Con rapidi movimenti le mani infornano quei pani decorati.

 

Le ceste si svuotano, la tela che avvolgeva il pane viene scrollata con fermezza di fronte al forno: po  is’animas, dicono le donne sommessamente. E per le loro mani è giunto dopo tante ore un attimo di riposo prima di sfornare quel grano divenuto vita.

 

A Pasqua questi pani si arricchiranno di ulteriori ornamenti e decori, e per festeggiare la Resurrezione, verrà preparato anche un pane dolce, fatto di miele, di sapa e di frutta secca. Un po’ di cannella e chiodi di garofano e il pani e’saba è così pronto per allietare la nostra giornata pasquale.

Ho visto batuffoli di lana trasformarsi in un lungo filo bianco grazie alle dita capaci delle donne.

Un filo senza fine con cui verranno tessuti i corredi di bambine, future spose.

 

Colpi secchi di pettine, lanci di spola, un suono assordante a ritmo costante. Mani che danno il tempo della vita, e lo trasferiscono in grandi pezze di lino, in tappeti colorati, o in pesanti coperte che scalderanno i nostri rigidi inverni.

Ho visto queste mani ricamare asciugamani di lino, disegnare tralci di vite, amorini e pavoncelle affrontate.

 

La vita trascorre, ma le mani non si fermano, non conoscono sosta, il loro affaccendarsi è naturale e spontaneo. Mani sempre più ruvide, più secche, mani che conoscono il grande freddo e le forti calure, la dolcezza e la fermezza, mani guidate dal nostro cuore e dal nostro cervello.

Ho visto mani giunte, di uomini e di donne, pregare il Signore. Quelle mani sagge e laboriose, che durante la preghiera si uniscono e si chiudono a formare un tutt’uno. Quasi a significare che, tutto in questo mondo si congiunge, si integra e si completa vicendevolmente: l’anima con il corpo, la ragione con la passione, la vita con la morte.

 

Non possiamo restare indifferenti a questo sapere, non possiamo lasciar scomparire tanta ricchezza. Dobbiamo riappropriarci di questa manualità che fa parte di noi stessi da generazioni, e che rappresenta il frutto dell’esperienza e della saggezza dei nostri padri.

Con questi semplici gesti, con questi movimenti capaci di dare la vita, riscopriremo la nostra specificità e la nostra identità di sardi. Un identità che non scoveremo all’esterno in forme improbabili, proprio perché risiede in forma innata e naturale in ognuno di noi.