Dante Alighieri non dimenticò i Sardi nella cantica più turbolenta della sua più grande opera letteraria: la Commedia che il tempo ha decretato divina. E applicò loro piena severità di giudizio, così come gli è solito per coloro che considerò meritori dell’inferno. Qui il Sommo poeta condanna alla pena eterna due truffatori isolani che ebbero importanti compiti di governo nelle rispettive patrie. Frate Gomita di Gallura e Michele Zanche di Logudoro.

 

Nell’ottavo cerchio dell’inferno (Malebolge), quello dei fraudolenti in chi non si fida, la quinta bolgia è quella dei barattieri. Dante e Virgilio percorrono il ponte che la sovrasta guardando il fondo della pozza, colma di pece bollente, dove sono immersi i dannati. In quel momento arriva uno dei diavoli, con a cavalcioni un peccatore. Chiamati i Malebranche, cioè il manipolo di angeli neri custodi di quella parte di inferno, il demone li informa che si sta prendendo gioco di uno dei più alti magistrati di Lucca. Lo rigetta nella pece con la minaccia degli uncini.

 

Intanto Virgilio fa nascondere Dante e tratta coi demoni il permesso di proseguire oltre attraverso il mondo buio. Dovrà mostrare ancora tanta strada al suo protetto. Così, il capo delle bestie, Malacoda, col suo parlare a metà tra menzogna e verità, offre una scorta di dieci diavoli ai due promettendo incolumità per l’attraversamento. Mentre i poeti percorrono l’argine seguiti dalla pericolosa guardia, Graffiacane uncina uno dei dannati che ha cercato ristoro emergendo dalla pece.

 

È Ciampolo di Navarra, barattiere alla corte del regno di Tebaldo II. Poco prima che i demoni lo riducano in brandelli, Ciampolo confida che a fianco a lui erano sommersi due Sardi: Frate Gomita e Michele Zanche. Ciampolo dice che ”a dir di Sardigna/ le lingue lor non si sentono stanche”. Il primo, Vicario di Ugolino Visconti di Pisa, Giudice di Gallura dal 1275 al 1296: ”barattier fu non picciol, ma sovrano”.

 

Dante dà misura del grave stato di corruzione vigente in Gallura in quel tempo, definendola ”vasel d’ogni froda”, cioè rifugio di ogni imbroglio. Frate Gomita liberò per denaro i nemici del suo signore avuti in custodia come prigionieri. Il secondo prese invece parte al complotto che, a Sassari nel 1234, condusse alla morte il quindicenne Barisone III, Giudice di Torres e fratello di Adelasia. Del complotto fece parte anche il primo marito di Adelasia, Ubaldo Visconti, Giudice gallurese morto pochi anni dopo, nel 1238. La vedova si risposò con Enzo, figlio dell’Imperatore di Germania Federico II. Enzo, diventato Re di Sardegna, nel 1249 dovette lasciare l’Isola per andare a combattere a Bologna. Prima di partire il Re nominò suo Vicario proprio Michele Zanche che, morto il re, ne usurpò il trono. Ma le cose per lui non andarono bene perché, a sua volta, Zanche venne ucciso nel 1275 dal genero Branca Doria, signore di Monteleone, genovese che ottenne il riconoscimento ufficiale al governo del giudicato da Papa Bonifacio VIII nel 1299.

 

Dante punisce anche Branca, cacciandolo nell’inferno quando era ancora in vita: mentre ”mangia e bee e dorme e veste panni”. Il poeta informa che: ”Nel fosso su, di Malebranche/, là dove bolle la tenace pece,/ non era giunto ancora Michel Zanche,/ che questi lasciò un diavolo in sua vece/ nel corpo suo…”. Cioè un diavolo abitò il corpo di Branca Doria dal momento in cui uccise il genero. La sua pena è quella di essere steso sotto le acque ghiacciate del Cocito con gli occhi congelati. Considerato traditore degli ospiti, Branca attende il giudizio universale nella terza zona del cerchio nono, la Tolomea.