Adagiato sulle falde del Gennargentu quale avvoltoio in riposo”. L’immagine che Grazia Deledda richiamava alla memoria nel descrivere Fonni in un suo romanzo pare rappresentare realmente questo paese sorvegliato e quasi custodito dalle montagne circostanti.

 

Certo il quadro ottocentesco tratteggiato dalla scrittrice non corrisponde più alla realtà odierna, ma si scorge ancora qualche traccia dell’antico villaggio sviluppatosi originariamente attorno alla chiesa di San Giovanni Battista, patrono del paese. Nascoste dalle moderne costruzioni si mostrano al visitatore più attento le antiche case dei contadini e dei pastori, basse e caratterizzate dal tetto a isciandula alla romana che addossate le une alle altre nei vicoli più stretti lasciano immaginare il modesto stile di vita dei tempi andati. Uno stile di vita evolutosi con il passare del tempo e che ha portato questa comunità a trasformare molte delle sue abitudini.

 

Anche la figura del pastore, alla quale è stato dedicato il museo presente nel paese, è andata incontro alla modernità accogliendo gli aspetti positivi da essa portati, come la meccanizzazione del lavoro, che ha anche permesso che l’attività da errante, quale era sempre stata, divenisse stanziale. Nei lunghi e rigidi inverni di un tempo, quando le abbondanti nevicate ricoprivano il paesaggio con una coltre bianca piuttosto spessa, vi erano scarse possibilità di sostentamento per le greggi. Per questo motivo i pastori erano costretti alla transumanza verso zone pianeggianti nelle quali si recavano all’inizio dell’autunno per poi fare ritorno tra le amate montagne nel mese di maggio. Ai giorni d’oggi i pastori non sono più costretti ad abbandonare i loro terreni per recarsi altrove, ma sentono molto forte il peso di un mutamento che spesso li costringe ad enormi sacrifici per riuscire a condurre un’esistenza almeno dignitosa.

Le loro produzioni sono piuttosto ricercate, anche se di frequente soddisfano semplicemente il fabbisogno familiare. Ma un paese di montagna dedito prevalentemente alla pastorizia non poteva non scommettere sul settore delle produzioni agro-alimentari di qualità, quali salumi e formaggi prodotti nel salumificio e nel caseificio presenti nel territorio e conosciuti in tutta l’isola. Inoltre questo settore deve la sua fama anche alla presenza di altri laboratori artigianali che si adoperano per la produzione del pane, pane vressa, tundas e cocone modde, della pasta, culurgiones di ricotta o formaggio, malloreddos e macarrones de busa, e dei dolci, dai pistocos alla sevada, dal pane chin sapa al catò, fatto con zucchero caramellato e mandorle. Sono ancora molte le famiglie che in occasione di ricorrenze particolari rispolverano l’antico ricettario fonnese, fatto per lo più di immagini in bianco e nero e ricordi d’infanzia, quando le nonne utilizzavano sapientemente la loro manualità. Una manualità che continua comunque a vivere tra le mura domestiche ma anche nei laboratori artigiani, dove mani esperte modellano gli elementi che la natura generosamente mette a disposizione: il legno per la creazione di utensili, ma anche mobili e cassapanche; il marmo per la realizzazione di stipiti, pilastri e pavimenti.

 

Non manca nemmeno la lavorazione del ferro che dà vita, tra le altre cose, a letti o ringhiere. E come dimenticare l’antica arte della tessitura? Sorprendente l’armonia con la quale si intrecciano i fili usati per ideare tappeti e altre creazioni che ripropongono i motivi arcaici di una tradizione sempre presente. Sono gli stessi fili e colori ad unirsi in un gioco di abilità creativo dando forma ai costumi tradizionali ricchi di ornamenti e ad abiti moderni confezionati dalle sartorie qui presenti. Colori che richiamano la natura incontaminata dei monti del Gennargentu: il verde dell’agrifoglio e il rosso intenso delle sue bacche, le delicate sfumature violacee della rosa peonia e lo sgargiante giallo della genziana lutea, la bianca purezza del manto nevoso e le sfumature brune del muflone e del daino. Una natura che si esprime in ogni suo singolo elemento e che racconta di una storia antichissima nelle sue tante testimonianze archeologiche. Gli imponenti massi dei nuraghi e delle tombe dei giganti, la bellezza architettonica dell’acquedotto nuragico e le peculiarità racchiuse all’interno del Tèmenos (recinto sacro) del villaggio di Gremanu narrano di un’affascinante civiltà che ha lasciato un patrimonio custodito dall’abbraccio silente della natura.

 

Emerge spesso nei discorsi del sindaco Anna Cicalò la parola natura, consapevole che tutto ciò che il territorio offre non può essere affidato al caso e a scelte sconsiderate, si tratti di ricchezze ambientali o di un bagaglio di conoscenza umano e culturale facilmente esposto all’impetuoso vortice della modernità che rischia di far scomparire quella saggezza popolare fondamento della comunità che rappresenta. Le piace allora parlare di un binomio dalla forte valenza, quello di natura e cultura che permetta di sfruttare e al medesimo tempo rispettare la generosità della natura e la ricchezza degli aspetti culturali del patrimonio paesano.

 

Si tratta di una valorizzazione delle proprie risorse capace di stimolare uno sviluppo locale realmente positivo per l’intero paese e in modo particolare per i giovani che oggigiorno trovano numerose difficoltà nell’inserirsi nel mondo del lavoro. Cosciente delle problematiche e dei cambiamenti in atto, il sindaco vede nella cooperazione, nell’unione di diverse competenze, una soluzione alla dilagante disoccupazione dei laureati e crede anche che molto debba essere fatto e si possa fare in ambito culturale. In un’era che ha quasi dimenticato il fascino del racconto e dell’ascolto vorrebbe che la vita di questa comunità diventasse narrazione di una maniera d’essere e di vivere, non solo dei tempi presenti ma anche di quelli passati.

 

Per questo l’amministrazione comunale ha promosso un progetto sulla memoria storica con l’intento di raccogliere immagini e racconti testimoni di una vita passata ma in qualche modo sempre legata al presente e che sopravvive, pur con le inevitabili evoluzioni, soprattutto nelle tradizioni più importanti come quelle di natura religiosa. Pochi sono a conoscenza de s’Istangiartu: secondo fonti popolari si deve ritornare indietro alla prima metà dell’Ottocento per spiegare le origini di questa tradizione, quando una proprietaria terriera di Ollolai, Rita Onnis Frau, sposata con un fonnese, Giovanni Mulas, dispose, in onore della Madonna, che quattordici cavalieri in costume e con lo stendardo (istangiartu) precedessero i cortei religiosi. A garanzia perpetua delle spese lasciò ai suoi discendenti diretti il lascito di alcuni terreni e ancora oggi due famiglie portano avanti questa tradizione incaricandosi dell’organizzazione ad anni alterni.

 

Il sindaco sottolinea quanto sia forte il legame alle tradizioni, portate avanti anche da associazioni che si impegnano quotidianamente per offrire un servizio alla comunità come il gruppo folk, l’associazione Proposta, la corale femminile Su Veranu e i gruppi del Tenores di Fonni, ma anche l’Avis, la Pro Vita e l’Adi. Il primo cittadino comprende però quale valore ricopra il confronto con gli altri, persino con coloro che provengono da altre culture. E a questo proposito l’amministrazione si è fatta promotrice, insieme al comune di Orani e alla comunità montana, di uno scambio culturale con l’Università di Bonn e con il Nationalpark Eifel, in un gemellaggio che mette al centro dell’esperienza la natura.

 

Se ai sardi è stata data la possibilità di partecipare alla Narzissenfest (festa del narciso) dell’Eifel, i tedeschi hanno potuto vivere una montagna insolita nella festa delle fioriture primaverili con la peonia e la genziana quali protagoniste indiscusse. Una montagna che potrebbe offrire molto di più di ciò che si pensa e che andrebbe sfruttata diversamente. Nell’opinione del sindaco non è molto semplice affrontare questo problema, soprattutto se l’argomento è il piano neve. La neve è una risorsa, ma al tempo stesso si pone come un problema dalla soluzione non facilmente raggiungibile. Qualsiasi servizio la comunità voglia offrire, sono necessarie delle infrastrutture che rendano accogliente la montagna in tutti i mesi dell’anno. Servirebbe un intervento della Regione perché il comune da solo non potrebbe affrontare spese così importanti per riuscire a realizzare tutti i progetti e per dare la possibilità a tutti i sardi di usufruire appieno degli impianti sciistici.

 

Il turismo invernale rappresenta un’ottima possibilità di sviluppo per questa comunità desiderosa di crescere e ha a disposizione un buon numero di strutture ricettive in grado di offrire al turista un ampio ventaglio di proposte. Non meno prezioso potrebbe essere l’apporto del turismo cosiddetto religioso, in considerazione del fatto che la Basilica dei Martiri situata all’interno di un convento francescano del XVII secolo, è stata di recente inserita nel progetto Cattedrali di Sardegna. Ma da non sottovalutare è anche l’importanza e il valore delle altre chiese situate all’interno del centro abitato e dei santuari campestri presenti nel territorio. Anche l’ambito archeologico favorito dal recupero di numerosi siti di particolare interesse potrebbe essere un settore trainante. Un’abbondanza di risorse, dunque, dalle quali attingere per apportare miglioramenti alla propria cultura pur non calpestando tutto ciò che la storia di questo paese ha annotato tra le pagine del libro del tempo.