Due gli eventi organizzati dalle Associazioni dei Sardi di Roma verso la fine dell’inverno scorso. Il primo, incentrato sulla figura e sugli inediti di Grazia Deledda ritrovati e pubblicati da Neria De Giovanni, e l’altro riguardante il tema ”Lingua e Identità”.

 

Due eventi che, spiritualmente ed emotivamente, mi hanno rituffato nel mio mondo d’origine verso quelle radici dalle quali fortemente dipendo ed alle quali sono felice e fiero di appartenere. Sentimenti che provo più intensi stando lontano dalla mia terra, in questa unica ed irripetibile città di Roma che adoro.

 

Riflettendo sulla sardità della Deledda così esuberante nei suoi romanzi, seppure espressa, non in limba ma in italiano e ricollegandomi alle autorevoli considerazioni fatte dai relatori sul tema Lingua e Identità, sono andato quasi d’istinto a ripensare nella memoria il mio incontro di alcuni mesi prima con il giovanissimo poeta Giuseppe Porcu, fenomeno della poesia sarda in rima estemporanea.

 

Il grande e magico mondo della poesia orale, improvvisata in piazza, da umili palchi di legno, in notti incantate ed illuminate dalla luna sarda, ”tunda che un’aranzu in mesu chelu”, dice l’amico compaesano ittirese Giovanni Fiori in una sua stupenda lirica, è una risposta al bisogno d’identità.

 

È sicuramente un tratto distintivo netto e preciso che portiamo in dote al confronto, sempre necessario e doveroso, con altre storie e con altre diversità. Giuseppe l’ho incontrato l’estate scorsa, nella sua bella casa di Irgoli. Lo avevo sentito cantare, un anno prima, al mio paese, in occasione della festività di San Pietro, e competere con sicurezza ed efficacia con il già maturo e bravo Donaera di Ossi. Era allora appena diciottenne. Ascoltai con attenzione ed in totale concentrazione il duello poetico in rima. Non sapevo nulla di lui e rimasi colpito dalla rapidità delle risposte e dalla naturale autorevolezza che emanava da questo poeta ragazzino. Indossava una giacca di velluto scuro e con il berretto (sa cicìa) ben saldo sulla fronte improvvisava con piglio sicuro le sue rime.

 

Mentre ascoltavo i suoi versi brillanti, idealmento lo collocavo tra alcuni suoi illustri predecessori: Barore Sassu di Banari, un mito del passato, e Bennardu Zizi, del vicino paese di Onifai. Lo accostavo anche al talento precoce, come il suo, del compianto Remundu Piras di Villanova Monteleone che esordì a 19 anni ed a Marieddu Masala di Silanus, ancora in onorato servizio, che iniziò con la sua calda voce suadente, tra le più armoniose dei poeti di gala.

 

Giuseppe ha iniziato, anche lui come Marieddu, come Remundu e altri, quasi tutti senza ascendenze ereditarie poetiche, all’improvviso, quasi per gioco. Mi raccontò come avvenne.

 

Un giorno, un giorno qualunque di un quindicenne qualunque, di un piccolo paese qualunque della Sardegna, dal nome forte e virile, Irgoli, viene preso dall’interesse per una cassetta, un nastro riproducente una gara poetica disputata non importa quando e neanche fra quali poeti. Fu preso da un’attrazione fatale, con un crescendo di interesse per quella forma di canto e di espressione che lo ha portato ben presto ad essere uno tra i più brillanti cantori di gare poetiche improvvisate, rispettato ed ammirato.

 

Sembrava contraddittorio per la sua giovane età, secondo i canoni tradizionali, per cui un ragazzino si presume sia invece attratto e coinvolto nei comportamenti tipici dei suoi coetanei, fatti di chiacchiere, svaghi e primi appuntamenti galanti. Naturalmente il bel giovanotto dal fisico ben impostato e dagli occhi vivaci e mobilissimi non perde di vista neppure quell’aspetto, così intrigante per quelli della sua generazione.

 

Da quel momento, Giuseppe diventa un appassionato di gare poetiche. Le registra, le riascolta, le commenta, si immedesima partecipandovi idealmente. Inizia così, il suo confronto in rima con un immaginario avversario, il suo percorso poetico.

 

Raccontano i suoi genitori che si esercitava di nascosto, a sa cua e senza farsi notare, forse per paura di apparire un po’ strano, forse ridicolo. Che senso aveva infatti per un quindicenne perdere ore e ore su quelle rime, su quelle storie che per uno come lui avrebbero dovuto sapere di noiosamente antico e fuori misura? Che razza di canto era quello, e che volevano dire quei versi? Meglio di certo i Tazenda, la cui musica sa di attuale e di energico. E riscalda!

 

Invece no, Giuseppe si appassiona, ci prova e la cosa gli riesce facile, naturale e istintiva. La madre, attenta e sensibile, ora ne intuisce le potenzialità, ed il padre, funzionario del Comune, componente del coro dei Cantori di Irgoli, ne capisce, da persona immersa nei problemi sociali e culturali, la forza artistica e a quel punto ne asseconda le inclinazioni.

 

Giuseppe ora prosegue rapidamente le sue esercitazioni, divora libri di storia, geografia, mitologia, poesia, biografie di santi e personaggi, pur proseguendo con profitto il suo corso di studi nell’Istituto Agrario di Nuoro, dove ha conseguito il diploma di perito agrario, inseguendo un’altra grande passione che lo ha portato a mettere su un piccolo allevamento di animali domestici che trova il tempo di accudire personalmente, in una campagna di famiglia.

 

Attualmente è iscritto alla facoltà di Scienze zootecniche dell’università di Sassari. Infine la grande decisione: deve salire sul palco. Così ripete a se stesso. Così è stato.

 

L’ambizione che lo brucia dentro non può che esprimersi nelle gare di poesia, pubblicamente, nelle piazze, con i suoi ammirati poeti con i quali intende fermamente confrontarsi. Desidera comunicare la sua musa e le sue invenzioni poetiche. Non lo spaventa il confronto con i mostri sacri della poesia improvvisata. Questa sua decisione, irrevocabile nonostante l’invito alla prudenza suggerito dai genitori, è la conferma di una personalità ormai adulta e consapevole, con la ferma intenzione di entrare nel giro dei grandi improvvisatori. Giuseppe, sarà per la giovanile incoscienza o meglio per la sua consapevolezza di capacità e genio, non tentenna, né trema. Ormai ha deciso, vuole il suo traguardo. Si sente ben preparato, dopo essersi spesso confrontato con alcuni poeti conosciuti, improvvisatori e non.

 

Ed un giorno, scoccavano per lui i 17 anni, nel suo paese, succede che i celebrati Zizi, Masala e Pazzola, verso la fine della gara, incuriositi circa la presenza in piazza di un ragazzino capace di poetare, lo chiamano, in versi, sul palco. Ed all’improvviso alle loro spalle, si materializza un ragazzino in maglietta gialla e jeans che, timido all’apparenza ma sicuro e deciso, avanza verso di loro. Interessante rivedere la scena, in una videocassetta amatoriale, non di buona qualità, fortunatamente registrata da un simpatizzante.

 

Trattasi di documento autentico, da conservare con cura a futura memoria dell’esordio pubblico e imprevisto del nostro giovanissimo poeta. Si pone al centro fra i suoi illustri ospiti ed improvvisa convinto ed efficace le risposte in ottava, duina, battorina ed altre forme poetiche in uso. riscuotendo da loro apprezzamento e l’augurio di un proficuo prosieguo.

 

Da allora il suo percorso poetico procede sicuro e senza soste. Dopo la prima gara a Donigala, nel gennaio 2003 a 17 anni, contro Bernardu Zizi, del quale, a me pare e non solo a me, richiama in maniera del tutto naturale, una certa gestualità, arrivano numerose le richieste dai comitati organizzatori. Isili, Desulo, Gergei, Ittiri, Nule… lo vedono impegnato al massimo livello ed osservato con incredulità e curiosità.

 

A Nule si piazza secondo al concorso per nuovi poeti, ma risultandone di fatto il vincitore morale. Nel 2004 e nel 2005 affronta un nutrito calendario di presenze nelle piazze dell’Isola a confronto con tutti i poeti sardi da palco in circolazione (purtroppo non sono molti, tanto quanto ne occorrerebbe perché questo tratto caratteristico della nostra identità, non finisca irrimediabilmente fra le memorie archeologiche della nostra cultura).