”L’altra sera, durante una presentazione al Lazzaretto, ho raccontato di aver letto sulla Stampa un articolo che riportava delle date ad hoc: nel 1975 muore Pasolini, nel 1985 Calvino, nel 1989 Sciascia. Qui il giornalista si ferma, noi aggiungiamo: nel 1995 muore Sergio Atzeni. Sono morti i grandi scrittori intellettuali, quelli che avevano a cuore non solo e non tanto la letteratura, quanto e soprattutto la società. La letteratura si è democratizzata. Democratizzandosi, è diventata d’intrattenimento. Noir”.

 

Ossia?

 

Stanno lì a giocare, dicendo che dànno anche uno sguardo alla società. Poi tu vedi che lo sguardo c’è, ma minimo. Allora, se tutto questo ha possibilità di essere condiviso che cosa mi colpisce? Sentir dire, come ho sentito in questi giorni, che Atzeni è stato molto importante perché prima di lui c’era il deserto.

 

Invece?

 

Invece non è vero. Chi dice questo sta sbagliando proprio sul piano del metodo perché dal deserto non nasce nulla, ma sta sbagliando anche sul piano della storia.

 

Non deserto ma fiori?

 

Mi permetto di dire che prima di Sergio Atzeni c’erano, fra gli altri, una signora di nome Maria Giacobbe e un signore di nome Antonio Cossu, che da solo faceva quattro scrittori contemporanei sia sul piano stilistico, sia sul piano della visione del mondo e della profondità di pensiero.

 

Qualcuno ha la memoria corta?

 

Mi sembra evidente. Cossu era presente fin dagli anni Cinquanta, con quello che ha fatto a Santulussurgiu, con i suoi progetti di Comunità. Ci sono stati Francesco Zedda detto Cino di Barbagia, Cicitu Masala, Antonio Puddu che è completamente diverso. Nessuno può dire che c’è stato il deserto. Puoi elencare quattro, cinque, sei scrittori che hanno una loro valenza.

 

Atzeni nasce lì?

 

Sì, Atzeni nasce lì. Nasce radicandosi in questo humus, particolarmente vivo, da un clima politico, culturale e letterario. Non si capisce  ”L’apologo del giudice bandito” se non si sa che in Sardegna c’è stato un signore che si chiama Giovanni Lilliu, perché il giudice bandito è la rappresentazione narrativa dell’idea della costante resistenziale, che ci piaccia o non ci piaccia quella teoria di Lilliu. E non capisci tante altre cose di Atzeni se non sai che c’è stato Umberto Cardia, molto importante per lui perché c’era un rapporto stretto anche di famiglia. Cardia ha abituato lui e un’intera generazione a pensare con forza alla Sardegna, ma con un orizzonte ampio di relazioni con il mondo. Atzeni arriva a tradurre Patrick Chamoiseau perché è stato addestrato da un sardismo che sapeva fare i conti con i problemi della lingua, della storia, dell’identità. Chamoiseau ha raccontato, e da me è stato scritto, che quando sono arrivati i traduttori che dovevano tradurre dal suo francese caraibico non capivano di cosa stesse parlando e per Atzeni dice: lui lo sapeva già, lui viene da un paese di ombre e di luci e non aveva bisogno di chiedere, lui lo sapeva già. Questo è il punto del discorso. È molto bella quella frase, l’ho riportata anche sull’ultimo numero di Nae, è una bellissima frase.

 

Tornando a Sergio Atzeni, cosa è successo di importante dopo la sua morte?

 

Se vuoi considerare un periodo un po’ più lungo, diciamo l’ultimo ventennio, sono gli anni dalla caduta del muro di Berlino, la trasformazione dei partiti, Tangentopoli, Mani Pulite, tutto quello che è successo in Italia. Io poi dico, per la Sardegna, cercando di spogliarci dalle nostre opinioni politiche, dalle nostre polemiche, però sono gli anni in cui tutto è finito in questa cosa di Soru che per una corrente di scrittori sembra rappresentare il massimo della democrazia e della civilizzazione.

 

A te, invece?

 

A me sembra un fenomeno inquietante e non sto a dirlo a te perché ho letto quello che hai scritto su Làcanas. A me tutta questa storia sembra un altro pezzettino di perdita di presenza vigile dello scrittore nei confronti della società, e mentre loro dicono di essere impegnati politicamente ma poi in realtà, secondo me non c’è più quella tensione, quella volontà altruistica, quella preoccupazione della gestione di un bene pubblico, cioè quel pensiero politico che è alla base di tutto quello che ha fatto Atzeni per tutta la sua vita, dall’inizio alla fine, dalla militanza comunista al suo passaggio progressivo, alla sua conversione religiosa e alla sua adesione ai movimenti del volontariato. Questo è un elemento importante per capire il suo percorso e anche la sua densità umana.

 

Ti vorrei chiedere un parere da docente di letteratura. Se tu prendi in mano tutti questi, puoi anche scegliere, e provi a strizzarli trovi gente che vorrebbe, traduco l’impressione in una metafora clacistica, giocare in Serie A senza aver prima imparato a palleggiare.

 

Quando parlo di queste cose in pubblico cito Sciascia che, interpellato sugli scrittori siciliani, diceva: io sono mafiusu degli scrittori siciliani, li difendo, sono contento che esistono. Fatta questa premessa, anch’io ho l’impressione che spesso manchino, per restare nella metafora calcistica, i fondamentali. Tornando a Sergio, in lui mi ha sempre colpito molto la lentezza nella scrittura. Lui ha fatto anche il giornalista, nessuno di noi è stato lento nella scrittura perché quando venivi chiamato dal direttore e ti diceva che gli serviva un articolo entro 25 minuti tu sai che doveva essere pronto. Un giornalista questo doveva fare. Però poi quando passava all’elaborazione della fase letteraria, Sergio faceva lo scrittore. Parlava della scrittura come di un lavoro artigianale e lo paragonava al lavoro del calzolaio, del contadino e del vignaiuolo: sui ritmi della natura, nel caso del lavoro agricolo, non si possono accelerare i tempi. Adesso a me in effetti sembra che ci sia in molti una accelerazione eccessiva e quindi i risultati siano modesti.

 

Vorrei chiederti un’altra cosa. Sarà anche il rischio di tutte le commemorazioni, decennali, ventennali, cinquantenari, ma ho l’impressione che, cosi come è successo con Michelangelo Pira, si stiano avvicinando ad Atzeni, post mortem, molti di quelli che, lui vivente, non solo non ne erano entusiasti ma ne parlavano male.

 

Sì, questo è possibile. Però io ti dico una cosa e te la dico senza nessuna polemica ma riferendomi ad un articolo di giornale che mi è capitato di leggere dove si diceva che adesso ci sono troppi discorsi su Atzeni. Di uno scrittore tu ne devi parlare, è ovvio che forse diciamo qualcosa di troppo. Però è molto meglio parlarne che far calare il silenzio. Certo quel fenomeno che tu descrivi ci può anche turbare, certe volte, e farci pensare: se gli avessero dato qualche riconoscimento in più in vita sarebbe stato meno amareggiato. Detto questo, tuttavia, è meglio che se ne parli, che si leggano le opere, che si facciano incontri.

 

Non c’è dubbio. Fino a vent’anni fa, nessuno o quasi parlava di scrittori sardi.

 

Non dimenticare che la situazione relativa agli scrittori sardi sino a 15-20 anni fa era di rimozione assoluta, quando io ho iniziato ad occuparmene anche cercando di dare tesi di laurea. Ma tu lo sai che è difficilissimo scoprire i dati biografici per qualche autore, per qualche altro è difficile fare l’elenco delle opere, con i figli viventi? Il figlio che non ti sa dire quali romanzi o racconti abbia pubblicato il padre. Di fronte a questo io dico: è possibile che ci sia un po’ di sovrabbondanza nel caso di Atzeni, è possibile che molti saltino sul carro del vincitore. Però ti dico anche questo: quando lui è io ho chiamato una mia studentessa che aveva una tesi di laurea alla quale io tenevo moltissimo e le ho detto: senta, le devo chiedere di abbandonare la tesi che sta facendo perché non voglio che l’opera di Atzeni sia ignorata e se ne disperda il ricordo. Pensavo soprattutto all’opera giornalistica. Quella studentessa era la stessa Gigliola Sulis che ha pubblicato i due volumi con il Maestrale dove c’è la rassegna sugli scritti giornalistici di Atzeni che lei ha salvato e catalogato. Ha fatto questo lavoro con assoluta precisione e ora questi due volumi stanno lì, a futura memoria.