Di Gianvittorio ce n’è uno. Nel pennello e nella parola. Perché c’è chi per tutta la vita si atteggia a grande artista e invece chi, pur se lo volesse nascondere dietro dieci centinaia di sipari, lo è e basta. ”Per chi nasce delinquente non c’è niente da fare”, commenta ironico. ”E poi è inutile che stiamo lì a parlare di pittura”, dice frizzante, ”tanto che sono pittore si vede. Perché se iniziamo con frasi del tipo: quei blu che vengono dal cuore, e quei verdi che vengono dall’anima… mamma mia che noia! Non ne usciamo vivi. Parliamo della gente, invece”.

 

Questo è più o meno il riassunto di una personalità che definire esuberante non rende l’idea. Gianvittorio è Gianvittorio e basta. Un cantastorie che, per descrivere il mondo che ama, la sua Sardegna, ha scelto il pennello. ”Ciò che mi prende più tempo è studiare il racconto. L’esecuzione è spontanea, naturale. Io rappresento la gestualità, la postura di un soggetto. Le movenze, gli atteggiamenti che rivelano il modo di vivere di una persona. Ecco, quelli mi intrigano più del costume o dell’abito che indossa. Basta vedere come si siede un orgolese, un pescatore di Alghero per capire quello che dico. Perché dipingere è bello quando si cerca di guardare dentro la gente”.

 

Lui è uno che, tra i pittori sardi del Novecento, preferisce Carmelo Floris. Barba bianca, camicia a quadretti sbottonata, occhiali neri, collana d’oro e ciondolo in madreperla, Gianvittorio svela qualcosa della sua indole: ”Non ho mai dipinto niente per me. Mi piace condividere ciò che faccio, e voglio che tutti lo capiscano. Senza bisogno dell’intellettuale che traduca. Anzi, soprattutto quelli che chiamano ignoranti devono poter apprezzare il mio lavoro. Perché non faccio parte di nessuna èlite e non ho la puzza sotto il naso. E anche se molti mi ritengono un intellettuale, io non so nemmeno cosa voglia dire. Per me è colto il fabbro che conosce bene il suo mestiere, il falegname che sa fare gli incassi a rondine”.

 

Gianvittorio ama la poesia sarda ”ma nessuno ha trascurato Montale”, confida, ”quando voglio rilassarmi, poi, leggo lirica cinese del 5000 avanti Cristo”. Parlando di cantanti, De André è il suo massimo ideale –almeno per i testi– mentre a livello musicale i suoi elogi sono per Pino Daniele. Poi c’è il jazz, sua grande passione fin da ragazzo: ”Fino a cinque anni fa suonavo la chitarra”, ammette, ”ho fatto pure il ’messicano’ per vivere”.

 

Algherese per nascita ma dorgalese di origini, il pittore sta per varcare la soglia dei settant’anni. Confida: ”Per come ho vissuto, è come se ne avessi centoquaranta”. Gran lettore di Italo Calvino, a lui talvolta si è ispirato nel suo periodo surrealista, quando, dice: ”sguazzavo tra baroni rampanti e cavalieri inesistenti”. Della sua città lo affascinano il vivere comune, le banchine, le barche, le urla dei pescatori: ”Ad Alghero non c’è scugnizzo che non mi conosca. Tutti quanti sono venuti a vedere la mia ultima mostra. Penso sia perché ho sempre dipinto da popolano. A me il ritratto del prefetto interessa tanto quanto se non paga. Io descrivo la strada. E vado sempre alla ricerca delle cose più povere, quelle che rischiano di sparire: i vecchi mestieri, i paesaggi che non esistono più. E poi voglio una vita da bohémien, quella da ricco non mi affascina. Ora tiro a campare dipingendo, e va bene così. Sono arrivato a fare feste per dodicimila persone, ma di sicuro per organizzarle non andavo a elemosinare soldi alla Regione. Perché Gianvittorio che va in Consiglio è come un orgolese che va dai Carabinieri”.

 

Mentre si accende la sua ennesima sigaretta, il pittore dice: ”Sono ben voluto da tutti, tranne che dai miei colleghi. Ora che faccio il pittore mi vogliono bene i gioiellieri. Quando facevo il gioielliere mi volevano bene gli architetti. Quando facevo l’architetto mi volevano bene i pittori. Insomma, faccio una cosa e mi dicono che andava meglio quando ne facevo un’altra. Valli a capire!” Il segreto per essere un buon pittore? Secondo Gianvittorio è ”lavorare tutti i giorni. Un po’ come suonare il piano, che se molli perdi la mano. Io ho sempre dipinto, anche da gioielliere”, dice, ”però, giocando su due fronti, ero meno produttivo. Dare il cuore a tante cose dimezza l’energia”.

 

Se gli si chiede un consiglio per i giovani pittori, sbotta: ”Toglietevi dalla testa di essere artisti. Siete solo pittori. Lavorate dalla mattina alla sera e, forse, diventerete artisti. Altrimenti lasciate perdere. Anche se io parlo spesso delle cose belle che ho vissuto in tanti anni di carriera  –sono 53 anni che espone– di calci nel sedere ne ho preso parecchi. Quindi…se ce l’avete nel Dna, fate pure i pittori, ma ricordate che è esattamente uguale a fare i calzolai”. Gianvittorio ha una pausa di riflessione, poi, impetuoso dice: ”A parer mio la differenza maggiore tra uno che lavora bene e uno che lavora male sta nella maturità e nella puntualità. Io sono stato puntuale sin da piccolo, a me lavorare piace troppo. Poi posso anche aver fatto una vita da sbandato, consumato centomila casse di champagne, fatto il playboy e via discorrendo. Ma anche se mi sono sempre ritirato alle cinque del mattino e ho avuto tanti casini, a lavorare ci sono sempre andato. Però dei soldi ne ho fatto sempre quel che mi pareva!”, conclude.

 

Lui è così, ama la dolce vita. ”Sono un estroverso, ma solo quando mi metti nel giro. Altrimenti sono un màndiga e mudu”. Di sicuro Gianvittorio è uno che ha portato sempre alti i colori della Sardegna: ”Sia nella pittura che nella gioielleria –famosi i suoi argenti e i suoi coralli, indossati dalle più grandi top model del mondo– mi sono sempre fatto ispirare dall’Isola”, dice. Lasciandosi andare all’elogio della sua ’Itaca’ racconta: ”A Villasimius ho scoperto il cielo più grande del mondo. Non finisce mai. Di Orgosolo amo il mistero, così come di tutte le Barbagie. Di Orosei la luce abbagliante, tanto che è uno dei posti dove vado a dipingere dal vivo, col mio cavalletto in spalla. E poi ci sono i fiori. La Sardegna ne è piena. Per me che sono figlio di fiorai è il massimo. In famiglia saremo una cinquantina a fare arte con i fiori. Io ci gioco, e vicino a me c’è mia moglie Iliana che è bravissima”.

 

Parlando del mercato dell’arte racconta: ”È la storia dell’uomo che ti aiuta a vendere. Chi ti compra un quadro? Chi conosce bene la tua storia. Tutti preferiamo sederci di fronte ad un’opera di cui conosciamo la storia. Perché una cosa è guardare un bel mazzo di rose dipinto da uno sconosciuto, un’altra un quadro dipinto da un tuo amico di infanzia diventato pittore. Sono le vicissitudini dell’uomo che danno il valore a un’opera”, sostiene con ardore. In fondo lui è uno semplice, uno a cui basta poco: ”Una volta che mi lasci una casetta e un giardino…un piccolo rifugio insomma. Poi, vabé, se proprio insisti…mettici anche un barbecue di cinque metri, a dimensione di vitello, per quando ho voglia di fare casino…”.