I suoi lavori hanno poco a che vedere con le solite sculture. Lui è un cagliaritano nato e vissuto nel centro storico, a un passo da Piazza Ienne. Giuseppe Ignazio di Todaro ha cinquantadue anni e da quindici si dedica alla lavorazione di pietra e legno. ”Ho iniziato aiutando mio cugino a restaurare un locale. Era anonimo, disadorno. Ho scavato degli archi nel tufo eseguendo una serie di sculture: un libro, una vetrina di pietra.  Poi ho smontato i blocchi che componevano l’ingresso scolpendoli e rimontandoli ad uno ad uno, fino a dare l’impressione che si trattasse di un lavoro eseguito in epoca antica. Finalmente avevo avuto a disposizione uno spazio ampio dove mettere alla prova tutta la mia fantasia”.

 

Ignazio già aveva capito che quella della scultura non era più una semplice passione per lui, diventava una valvola di sfogo, quasi una vocazione. Un imput alla sua attività, nonché una buona visibilità per le sue opere, gli è giunto dall’aver conosciuto Franco Sedda, ”su de Ollolai in palas de bancu” al Caffè dell’arte. La scultura di Ignazio di Todaro è ricca di personaggi particolari, di figure immaginarie che hanno un po’ di nuragico, un po’ di incaico o di indiano, e che nascono spontaneamente dall’osservazione del pezzo grezzo, cioè ”legno, marmo, tutte le pietre che mi dànno al momento qualcosa. Io tolgo solo quello che c’è in più”, dice.

 

Ignazio ha una visione michelangiolesca della scultura, per lui la figura esiste già in potenza, disegnata dalla natura e imprigionata nella materia. Il suo compito è liberarla: ”Qualsiasi pezzo di materia, con fantasia e dedizione, si può trasformare in qualcosa di bello”, spiega. ”Ogni lavoro è diverso, ogni personaggio ha la sua storia, c’è ad esempio ”Il bancario”, un uomo goffo, ruvido e gibboso vestito da una giacca di pietra, tutto assorto nei suoi affari, c’è ”La maternità triste”, una madre che stringe a sé un bambino quasi deforme, con l’intensità di chi ha nelle mani la cosa più bella del mondo, c’è ”Il guardiano del pane”, un arcaico volto dalle fattezze barbaricine, quasi un fantasma, che emerge dalla roccia e con un dito avvolto sul capo a mò di berritta difende il pane da due mani fameliche, c’è ”Il pensatore”, a cui non bastano due mani per riassumere tutta la sua concentrazione, così che ne spunta una terza in suo aiuto”.

 

La scultura di Ignazio di Todaro giunge al surrealismo, aprendo la strada all’evocazione e impegnando l’osservatore in un dialogo che accende l’intelligenza critica: ”Non bisogna dare tutto per scontato ma far pensare l’osservatore, dare spazio alla fantasia soggettiva. Dalla contemplazione di un personaggio l’immaginazione crea altre possibili soluzioni, l’impressione è che non si tratti di un singolo pezzo, ma di tanti pezzi, uno per ogni persona che guarda l’opera”. Ignazio è anche un artigiano che crea tavolini, piccole cassettiere, comodini, impreziosendoli con intagli e disegni praticati col pirografo, una ”matita che disegna col fuoco”.

 

Lo scultore mentre lavora ascolta musica classica, Mozart, Beethoven, Chopin, perché ”stimola la mia concentrazione”, dice. ”Se sono in montagna, di fronte a un panorama, allora mi sbizzarrisco. Quello è il mio mondo, posso far chiasso e nessuno mi disturba. Ho un terreno vicino a Campu Omu, con un capanno, ci sono querce, corbezzoli, mirti, posso vedere il monte Serpeddì e sentire i cinghiali che la sera scendono verso valle”. Ignazio sceglie i materiali che la natura gli ”regala” già abbozzati dal tempo: ”Ho una radice di erica che sembra un omone. Ha le gambe, i piedi, le mani protese verso l’alto. Ne possiedo un’altra che sembra una gallinella”.

 

I materiali, una volta raccolti, devono stagionare per qualche anno, affinché perdano la linfa ed espellano l’umidità. ”Sono i particolari ad impegnare di più”, racconta Ignazio. ”Avevo un pezzo che non riuscivo a finire. Già da tempo stava nella mia cucina, poggiato su una cassapanca. Una notte mi sono svegliato e, per non disturbare i miei uccellini, non ho acceso la luce della cucina ma quella della cameretta. Il fascio di luce ha colpito la scultura definendo proprio le forme che avrei voluto darle, allora mi sono messo subito al lavoro, finchè ho terminato l’opera”.

 

L’intuizione e anche il caso possono dare una grossa mano, ma prima di tutto c’è lo studio: ”Certe pietre vanno bagnate continuamente durante la lavorazione, la trachite, il tufo, i materiali calcarei. Così si riescono ad addolcire meglio nei particolari. Certi legni vanno lavorati con pazienza perché sono molto duri e pesanti: il ginepro, l’erica, l’olivo e l’olivastro”. Con quest’ultimo Ignazio realizza i classici bastoni da passeggio, con i pomelli modellati a forma di teste, ”l’olivastro è il materiale migliore perché regge bene il peso di una persona, flette e non si spezza”. Per Ignazio martello e scalpello sono fidati compagni e ogni lavoro resta una sfida perché, dice lo scultore: ”l’artista non conosce muffe, ragnatele, monotonia. Il suo compito è riuscire a contagiare un’emozione”.